di Alessia de Antoniis
“Ho capito molto presto che l’unico modo che avevo per aiutarti era essere invisibile. E ci sono riuscita”.
Una bambina impara a scomparire: non perché nessuno le voglia bene, non perché sia stata abbandonata. Scompare perché sua sorella ha bisogno di tutto, sua madre non ha più tempo per niente e il mondo intorno ha già deciso quale debba essere il suo posto. Quello di chi non chiede, non disturba, non aggiunge problemi ai problemi.
È la storia che Francesca Astrei porta in scena con Gli elefanti nella stanza, in prima nazionale al Teatro India di Roma; una drammaturgia che nasce da una serie di conversazioni con persone con disabilità e con le loro famiglie, resa possibile dall’incontro con l’associazione romana SuperAbile.
Sul fondo della scena una fila di sedie nere, di spalle, vuote. La Astrei prende una delle sedie, la sposta, la utilizza. Nella fila rimane un buco: uno spazio sottratto all’ordine iniziale che nessuno riempie.
È un’immagine semplice, che contiene qualcosa di profondamente inquietante: si può essere indispensabili e non avere un posto riconosciuto.
La Astrei costruisce un monologo corale: è sola, ma sulla scena si affollano madri, nonne, parenti, medici, insegnanti, conoscenti, estranei. Cambiano le voci, i corpi, le età, le circostanze. Cambiano gli anni, annunciati da salti temporali che misurano il trascorrere di una vita. Lei attraversa tutto senza perdere il controllo del ritmo, passando dall’agitazione febbrile alla confidenza, dall’ironia alla disperazione, dalla caricatura alla confessione. Non si limita a interpretare personaggi differenti: ricostruisce attraverso di loro un intero sistema di relazioni.
“Perché la sorellina avrà tanto bisogno di te, la mamma avrà tanto bisogno di te”. Nina è appena arrivata a casa. È la sorella più piccola, una bambina con una grave disabilità che richiede assistenza continua. Attorno a lei gli adulti si agitano, parlano, commentano, consolano, impartiscono raccomandazioni. Alla figlia maggiore viene spiegato che dovrà essere brava, comprensiva, responsabile; che non deve essere gelosa, che il pianoforte adesso non si suona perché la sorellina si agita. Non c’è cattiveria in quelle parole: solo una condanna invisibile che si respira come un veleno senza odore.
Una forma di violenza che si insinua con apparente innocenza, con naturalezza, investendo una bambina di un compito che nessuno ha il diritto di assegnarle. Una violenza che nasce quando l’amore familiare diventa un dovere.
Nina ha un nome che risuona continuamente: viene chiamata, rassicurata, cercata, celebrata. La sorella maggiore attraversa lo spettacolo senza che il suo nome venga pronunciato. Non è un personaggio secondario: solo una presenza che ha imparato a esistere attraverso gli altri.
Eppure non è priva di desideri: suona il pianoforte, vorrebbe dedicarsi alla musica, cerca una possibilità di affermazione individuale. “Ma lei c’è o non c’è? Sembra che voglia sparire dietro quello spartito. Lei si esibisce come se volesse chiedere scusa per essere seduta su quello sgabello. Il conservatorio è la sua priorità o no?” E anche la strada del conservatorio svanisce.
Come il parcheggio per invalidi abusivamente occupato da chi in quella strada ci abita. “Almeno un posto nel mondo, ce lo volete lasciare? Perché a scuola no, al parco no, in piscina no. Io neanche affanculo posso andare, sai perché? Perché lascerei mia figlia nelle mani degli ignoranti cafoni come te. Speriamo che almeno affanculo, nell’aldilà, ci sia un po’ di rispetto, perché in questa società il rispetto proprio non è contemplato”.
Una madre in ritardo; una figlia, Nina, da riprendere dopo le terapie; una figlia, la maggiore, che deve capire, aiutare. Una donna dall’esistenza negata: “Scusa, ma magari fossi una puttana, guarda, ma magari! E invece no, sono solo una poraccia che sta qui a perdere tempo per litigare con gli ignoranti come te”. Le parole si accavallano, le offese diventano grottesche; il pubblico ride a uno scontro di battute che la Astrei costruisce perfettamente nel tempo necessario perché quella risata perda la sua innocenza.
E un pubblico che che non sta assistendo soltanto a una scenata per un parcheggio, ma alla ribellione di una donna alla quale viene continuamente sottratto qualcosa: il tempo, il lavoro, il riposo, la dignità, lo spazio pubblico, perfino il diritto di non dover spiegare ogni volta perché sua figlia abbia bisogno di ciò che le spetta.
La comicità è uno degli strumenti più efficaci della scrittura della Astrei. Si costruisce sull’accumulo, le ripetizioni, le formule di circostanza, gli scarti improvvisi tra quello che si vorrebbe dire e ciò che si finisce per pronunciare. “Ma non ci sono delle strutture per quelli come lei?” pronunciata in piscina, trasforma una bambina in una presenza indesiderata. Perché nella chat WhatsApp delle madri Nina è bellissima quando nuota, purché rimanga lontana dagli altri bambini.
Le battute che si susseguono sono spesso luoghi comuni che abbiamo sentito centinaia di volte: il bambino speciale, la mamma coraggiosa, la famiglia straordinaria, un Dio che “manda le sue battaglie più difficili solo ai suoi soldati migliori”. La Astrei le ripete fino al punto in cui la loro assurdità diventa evidente.
Ma Gli elefanti nella stanza non sono solo in casa, in famiglia, in piscina, nei parcheggi riservati. L’elefante è nei colloqui di lavoro, dove la discriminazione verso la disabilità assume i connotati di regole aziendali; nei soldi che servono per continuare a curare, assistere, garantire una vita dignitosa; nelle spese alle quali non si può rinunciare e che, quando il sistema pubblico non le copre adeguatamente, diventano un obbligo economico per le famiglie. L’elefante è in una società che celebra il sacrificio dei familiari, ma non garantisce loro sostegni sufficienti e trasforma la solidarietà in una prestazione obbligatoria; è il trasferimento di una responsabilità collettiva sulle spalle di chi non ha possibilità di sottrarvisi.
Una forma di violenza istituzionale che raramente viene chiamata con il proprio nome.
Intanto il tempo passa mentre “Abbiamo passato un sacco di tempo a sentirci in colpa tutte e tre senza dirci niente”.
In un movimento continuo di scene quotidiane, la Astrei dimostra una notevole padronanza interpretativa. La precisione dei cambi di registro le permette di attraversare una materia emotivamente rischiosa senza affidarsi al sentimentalismo. Anche quando la scrittura si avvicina al dolore più scoperto, conserva una tensione teatrale che nasce dalla concretezza delle situazioni.
“Ci sono state delle volte in cui ho sperato che morisse prima Nina di te”. È l’elefante più grande, la frase che arriva quando tutte le altre parole sembrano essere state consumate. È la confessione di una figlia davanti alla madre, nel momento in cui il futuro che entrambe hanno sempre taciuto diventa improvvisamente vicino.
La madre non ci sarà per sempre. Chi si occuperà di Nina? La sorella maggiore sarà capace di sostituirla? Avrà una vita propria? E se dovesse morire anche lei? Chi rimarrebbe?
Non è un desiderio di morte: è il terrore di una sopravvivenza senza protezione, è il pensiero inconfessabile di chi teme di non avere mai il diritto di scegliere la propria vita.
La forza della Astrei, qui, è soprattutto nella scrittura. Non cerca di rendere la protagonista esemplare: le permette di essere gelosa, arrabbiata, egoista, spaventata, perfino ingiusta; di amare sua sorella e, nello stesso tempo, di desiderare di essere libera dal destino che le è stato assegnato.
È una scelta drammaturgica che sottrae la disabilità e la cura alla retorica edificante. Nessuno deve essere un eroe, nessuno dovrebbe essere costretto a diventarlo.
E quando la confessione finisce, non arriva una soluzione: tornano gli oggetti, gli appuntamenti, le necessità quotidiane. La madre e Nina devono essere cambiate, accompagnate, accudite.
È forse il gesto più lucido dello spettacolo: negare allo spettatore la consolazione di un finale che rimetta tutto a posto.
Gli elefanti nella stanza sono molti: la sorella che si rende invisibile, la madre che non può permettersi di crollare, le famiglie che scompaiono dietro l’immagine rassicurante della propria dedizione; una società che preferisce parlare di coraggio invece che di diritti, perché ammirare un sacrificio costa molto meno che impedire che diventi necessario.
Alla fine rimane quella fila di sedie voltate, il posto vuoto e una domanda che non riguarda soltanto chi si prende cura di una persona con disabilità, ma tutti: quante vite siamo disposti a lasciare invisibili pur di non assumerci la responsabilità di guardarle?
Gli elefanti nella stanza
Teatro India, Roma · 17 ottobre – 1 novembre 2026
Testo e interpretazione Francesca Astrei – Scenografia Alessandra Solimene – Disegno luci Camilla Piccioni – Musiche Giorgio Astrei – Residenza creativa tuttoteatro.com – Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale – Nell’ambito del progetto Roma Theatrum Mundi, con il sostegno di Fondazione Roma
Si ringraziano SuperAbile APS, NidOramai e Carrozzerie n.o.t.
Prima nazionale · Premio Ubu 2025 a Francesca Astrei come migliore attrice under 35
