di Agostino Zappia
Potremmo dire un libro sempreverde quello del giornalista scrittore di Repubblica Luigi Bolognini: «La squadra spezzata. La grande Ungheria di Puskás e la rivoluzione del 1956», prima uscita nel 2007, la seconda nel 2016 e la terza nell’edizione che viene riproposta in questo fine 2026 dalla collana BeatBestSeller Neri Pozza, con la stessa prefazione del compianto Gianni Mura e la postfazione di Roberto Beccantini.
La sala piccola e seminascosta dentro un cortile della Biblioteca dello Sport di Milano, ha accolto con calore – rimasti solo posti in piedi – la presentazione di questa riedizione che ha visto anche una breve ma simpatica partecipazione dell’attore comico Enrico Bertolino.
A guidare il racconto del libro, dialogando con Bolognini, è stato il giornalista Tommaso Pellizzari, esperto di politica e calcio, che ha ricostruito con chiarezza il percorso dell’Ungheria dal dopoguerra alla rivolta del 1956, mostrando quanto la parabola della Aranycsapat, la “squadra d’oro”, fosse intrecciata con le vicende politiche del paese.
Tutto ciò che racconta Bolognini è reale: sono realmente accaduti gli eventi e sono realmente esistiti i personaggi, che hanno realmente respirato il clima che descrive. Non è reale, ma sembrerebbe tale, solo il protagonista del libro: Gàbor, che ha dieci anni all’inizio del racconto e sedici alla fine e ci offre il suo sguardo innocente e sognatore sulle cose.
Quella grande Ungheria vinse tutte le partite giocate dal 1950 al 1956 e vinse l’Olimpiade del 1952; vinse tutte le partite tranne una, la finale della Coppa Rimet del 1954, contro la Germania Ovest già battuta nel girone iniziale 8-3.
E qualcuno, in sala, si alza per dire che quella partita e quella coppa non avrebbe potuto vincerla per ragioni politiche e di equilibri internazionali. Ma quel giorno tutto cambiò e fu proprio dopo quella sconfitta che Budapest conobbe la prima contestazione e Gàbor dirà ad un amico: «Serviva perdere la Rimet per ribellarsi. Per la dittatura non protesta nessuno».
Due anni dopo però i carri armati sovietici avrebbero soffocato nel sangue i desideri di libertà degli ungheresi e con quelli si spezzò definitivamente anche il sogno di Puskás e compagni.
A far entrare nello spirito e contenuto del libro ci ha pensato la professionale lettura di due brani da parte di Gianfelice Facchetti, attore e drammaturgo, figlio del grande Capitano dell’Inter e della Nazionale.
A metà tempo l’arrivo a sorpresa del cantante Omar Pedrini, gran tifoso ultrà del Brescia, che in un leggero intermezzo ha ricordato la ragione del suo nome: glielo affibbiò il padre che aveva una passione per il grande calciatore argentino Omar Sivori, indimenticabile attaccante nella Juventus e nel Napoli.
Quasi due ore di atmosfera conviviale, tra calcio, memoria e storia: un pomeriggio che ha restituito il senso di un libro in cui lo sport non si separa mai dal suo tempo.
