Sonia Caretto Piaggio: “Recitando ho scoperto le radici coreane che non conoscevo”

Dalle Valli di Lanzo al red carpet di Alice nella Città, passando per un provino improvvisato con le trecce, il teatro come terapia, la scoperta delle radici coreane, i

Sonia Caretto Piaggio ad Alice nella Città, presenta Figli perduti e La fine è azzurra - intervista di Alessia de Antoniis
Sonia Caretto Piaggio ad Alice nella Città presenta Figli perduti e La fine è azzurra
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

22 Ottobre 2026 - 11.20


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di Alessia de Antoniis

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«Voglio concedermi questa possibilità di essere non soltanto bella, o asiatica, o orientale, o occidentale, ma brava soprattutto». Sonia Caretto Piaggio ha ventiquattro anni, è nata e cresciuta in Piemonte, nelle Valli di Lanzo, ha un padre italiano e una madre biologica di origini cubane e coreane. Per molto tempo la sua identità è stata qualcosa con cui fare i conti, prima ancora di una ricchezza da riconoscere. Anche nel lavoro: i provini le arrivavano con il personaggio già scritto addosso, scelto dal suo aspetto.

Ha cominciato a recitare a otto anni, tra teatro e musical, a Torino. Si è formata all’Accademia dello Spettacolo, ha frequentato un propedeutico legato al Teatro Stabile, ha proseguito con un acting coach e con workshop tra Torino, Roma e Milano. A diciotto anni ha trovato un’agenzia ed è arrivata a Roma. 

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Ora ha due film in concorso nella sezione Panorama Italia di Alice nella Città 2026, alla ventunesima Festa del Cinema di Roma. In Figli perduti, opera prima di Lorenzo Maria Chierici ispirata alla storia di Daniel Zaccaro, con Alessandro Gassmann e distribuito da Medusa, è Agnese, personaggio realmente esistito e presenza più dolce in un racconto di carcere e comunità. In Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra, diretto da Pierluca Di Pasquale e tratto dalla graphic novel di Ratigher, è Bugatti, la studentessa popolare che si muove tra le gerarchie del liceo senza appartenere a nessuno dei gruppi. Per lei sono anche la prima volta in cui una ragazza è soltanto una ragazza.

Ma quando tutto questo è iniziato era solo una bambina. “Ho iniziato a otto anni, molto piccola, con il teatro e soprattutto con il musical, perché ero appassionata di danza. All’inizio forse volevo fare la ballerina, poi piano piano ho capito che il teatro era un mondo magico, molto più affine a me”. 

Quando hai cominciato a percepire la tua diversità attraverso gli occhi degli altri?

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È tutta la vita che percepisco una diversità, perché non sono né italiana, né coreana, né cubana: sono un misto, una mezcla, una ragazza di seconda generazione. Fin dalle elementari ricordo episodi legati alle mie origini, anche di bullismo. Eppure sono italiana a tutti gli effetti, sono nata qui. Questa sensazione di diversità me la porto dietro da sempre. Da piccola non mi ritenevo all’altezza neanche esteticamente, avevo paura di essere quella che effettivamente sono. Adesso, a ventiquattro anni, la mia autostima sta cominciando a crescere e ho capito che questa diversità può essere anche il mio punto di forza. C’è voluto tanto, troppo, e anche tanti pianti.

E il teatro in tutto questo che ruolo ha avuto? 

Per me è stato una terapia. Mi permetteva di essere qualcun altro senza essere inserita in una categoria, senza essere discriminata. È stato tanto lavoro sul mio corpo, sulla mia estetica, sulle mie emozioni, anche per imparare a gestirle. Questa sensazione di diversità continuerò a portarla dentro, ma sto imparando a guardarla da un altro punto di vista.

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Hai mai pensato di sostituire la parola diversità con la parola unicità?

Effettivamente no… 

C’è un ruolo che ti ha fatto scoprire qualcosa di te che non conoscevi?

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Forse è ancora presto, ma nel 2024 ho interpretato la protagonista della webserie Jeong Game, che mi ha permesso di avvicinarmi alle mie origini coreane, una parte di me che non avevo mai esplorato. Non avendo avuto rapporti con quella parte della mia famiglia, sono cresciuta senza conoscere la cultura coreana. Attraverso la serie ho imparato moltissimo, anche sulla lingua. L’attrice coreana che interpretava mia madre mi ha raccontato tante cose della sua cultura e ne sono rimasta affascinata. Non me lo aspettavo. È stata un’esperienza che ha arricchito non soltanto il mio percorso professionale, ma anche la conoscenza di me stessa.

Nella tua vita ci sono due figure materne: la donna che ti ha messa al mondo e quella che ti ha cresciuta. Che cosa significa per te la parola famiglia?


Famiglia è semplicemente chi ti ama. Non c’è biologia in mezzo. La compagna di mio papà è mia mamma a tutti gli effetti, anche se non mi ha partorita. Non mi ha fatto mancare nulla. Per me una mamma o un papà sono le persone che ti crescono, ti amano, ti stanno vicino e ti sostengono. Ho avuto la fortuna di avere genitori molto presenti, anche nel percorso professionale che ho scelto, che non è semplice. Li chiamo genitori perché per me lo sono. La mia mamma ha fatto di tutto per noi e per me in particolare. Ho avuto un bell’esempio di famiglia.

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E il perdono? 

Penso che nelle situazioni difficili sia fondamentale imparare a perdonare. L’ho sperimentato su me stessa anche recentemente. Perdonare ti permette di vivere meglio. Nella mia vita privata, anche con mia mamma biologica, sono successe tante cose. Una delle cose di cui vado più fiera negli ultimi anni è essere riuscita a perdonarla, nonostante tutte le difficoltà che ho vissuto. È un grande traguardo.

Ma come si fa spazio nella propria vita a qualcuno che, fino a quel momento, è mancato?

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Penso sia uno spazio che si crea naturalmente. Da qualche parte quella persona ti manca e, quando arriva, le fai spazio. Nel mio caso è stato così. Non ho avuto difficoltà, forse ne avevo persino bisogno. È stato più un bisogno che una necessità..

E oggi che rapporto hai con la fragilità che ti ha accompagnata fino ad ora?

È proprio quella che mi permette di recitare. Ho un bel rapporto con la mia fragilità, penso anche di riuscire a gestirla bene. È lì, esiste, ma mi permette di sentire molto di più e di vivere le cose in modo più approfondito, non superficiale. E poi di riportare tutto questo nel lavoro».

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Dal musical sei arrivata al cinema. Che cosa ti ha lasciato la formazione teatrale e che cosa hai imparato sul set?

Dall’accademia mi porto soprattutto la tecnica, il controllo del corpo, la presenza scenica e la capacità di raggiungere una profondità emotiva e fisica. Ma il set è allenamento continuo. Secondo me si impara moltissimo lavorando, forse anche più che in accademia.

Hai lavorato anche nella moda. Che rapporto hai oggi con la tua bellezza e quanto hanno pesato i tuoi tratti somatici nella scelta dei ruoli?

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Oggi ho un rapporto molto bello con me stessa, con chi è Sonia. Prima ho avuto tante difficoltà. Mi arrivavano tantissimi provini per interpretare ragazze italo-cinesi, quando io non sono neanche cinese. Per Jeong Game cercavano una ragazza italo-coreana, quindi andava benissimo, ma continuavano ad arrivarmi quasi soltanto proposte di quel tipo. A un certo punto non capivo più se il problema fossero le opportunità che mi venivano offerte o se fossi io a non andare bene per questo lavoro. Pensavo perfino di non essere in grado di fare cinema. 

Poi sono arrivati questi due film e altri provini per interpretare semplicemente una ragazza, senza distinzioni. Ho capito che potevo fare anche altro. Mi stanca dover parlare sempre di estetica. Voglio essere riconosciuta soprattutto come brava. Ho studiato per questo e continuerò a studiare, perché non si smette mai di imparare. Ho obiettivi molto alti.

In La fine è azzurra interpreti Bugatti. Come sei arrivata al ruolo?

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Ho fatto tre provini. Dopo il secondo mi avevano comunicato che non mi avrebbero presa per una questione anagrafica: le altre ragazze del cast erano molto giovani e io sembravo più grande. Il giorno dopo, però, la casting mi ha richiamata perché Pierluca Di Pasquale voleva rivedermi. Sono andata struccata, mi sono fatta le trecce e ho cercato di sembrare più giovane. Sono uscita da quel terzo provino molto soddisfatta e il giorno dopo mi hanno confermato il ruolo.

Il film nasce dalla graphic novel di Ratigher. Conoscevi il fumetto? Come hai costruito Bugatti?

Non conoscevo né il fumetto né Ratigher. Mi ha aiutata moltissimo la sceneggiatura, perché Pierluca ha fatto un lavoro splendido di adattamento. E mi ha aiutata tanto anche Anita Serafini, che interpreta Castracani e con la quale ho le scene principali. Lei conosceva il fumetto originale e mi ha dato due indicazioni molto precise su chi fosse Bugatti. Tra il suo aiuto e la sceneggiatura sono riuscita a capire come lavorare sul personaggio.

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In Figli perduti sei Agnese. Chi è Agnese?

Agnese rappresenta quella speranza che ogni ragazzo dovrebbe avere di diritto, soprattutto ragazzi che conoscono il carcere prima dell’amore. È un personaggio molto dolce, empatico, che si sviluppa all’interno di un contesto estremamente crudo. Ma quello che ho capito di questa storia è che non si vuole raccontare semplicemente la criminalità. Il film parla di redenzione, di seconde possibilità, della scelta di cambiare vita. Non vogliamo presentare soltanto un Daniel criminale, ma il suo percorso di cambiamento.

Nel film recitano anche ragazzi della comunità Kayròs. C’è stata una storia che ti ha colpita particolarmente?

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Tante. Uno di loro è venuto alcune volte sul set, sempre accompagnato, per girare con noi. Mi ha raccontato in modo molto preciso come si vive dentro un carcere. È una realtà che per fortuna non ho mai conosciuto. In quei ragazzi ho visto, in senso buono, qualcosa di infantile: persone che magari hanno la mia età, ma hanno conosciuto esperienze durissime prima di poter vivere altre cose che alla loro età avrebbero dovuto conoscere. Spesso hanno sofferto molto, a partire dalla famiglia. Questo mi ha emozionata. Non significa giustificare la criminalità, perché siamo anche responsabili delle nostre scelte. Ma bisogna andare più a fondo, cercare di comprendere le persone e le loro storie.

Subito dopo le riprese mi sono trasferita a Roma, proprio davanti al carcere di Regina Coeli. Dopo aver ascoltato tutte quelle storie, è stato come ritrovare una continuità con il mondo che avevo appena incontrato attraverso il film. La sua storia mi ha colpita profondamente, così come quella di Daniel.

Tra Sun, Bugatti e Agnese, quale personaggio ti ha portata più lontano da te stessa, mettendoti maggiormente alla prova?

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Forse Agnese. Credo di non aver ancora incontrato un ruolo che mi abbia portata davvero molto lontano da me, ma tra questi tre sceglierei sicuramente lei. È stata quella che mi ha messa più alla prova e che mi ha dato anche una grande soddisfazione quando mi sono rivista sullo schermo. Sun e Bugatti, invece, sono molto più vicine a quella che sono nella vita».

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