Nowruz - Nuovo giorno: le donne iraniane di Torino alla Festa del cinema di Roma

Nel documentario di Francesco Cannavà, presentato nella sezione Special Screenings, Atieh Mazi e Yasaman Khalili raccontano la vita della squadra Homa, il legame con l’Iran e il confronto nella diaspora sulla guerra e sul futuro della Repubblica islamica

red-carpet_nowruz-nuovo-giorno_francesco-cannava - di Alessia de Antoniis
Red carpet alla Festa del cinema di Roma per Nowruz - nuovo giorno di Francesco-Cannavà - con Atieh Mazi e Yasaman Khalili
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

20 Ottobre 2026 - 18.21


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di Alessia de Antoniis

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Il Nowruz, il capodanno persiano che annuncia la primavera, nel film di Francesco Cannavà è il desiderio di un nuovo giorno. Per le donne iraniane della diaspora che vivono a Torino, però, immaginare il futuro non significa lasciarsi alle spalle il Paese d’origine: la guerra riporta l’Iran nelle loro case attraverso le notizie, le telefonate ai familiari e il confronto, anche doloroso, su come liberarsi dalla Repubblica islamica e su che cosa significhi vedere il proprio Paese attaccato.

È da questa tensione che prende forma Nowruz – Nuovo giorno, presentato alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Special Screenings e selezionato per il premio al miglior documentario. Il film segue le giovani donne della squadra Homa, tra la vita quotidiana in Italia e il legame con un Iran che resta vicino e lontano insieme. Scritto e diretto da Cannavà, è prodotto da Zenit Arti Audiovisive, 8 Road Film e Rai Cinema, con Art Show Movie e Beagle Media; ha il contributo del MIC e il sostegno della Film Commission Torino Piemonte. La distribuzione italiana è di Lo Scrittoio.

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«Il film nasce da una promessa che ho fatto nel 2023 a una donna iraniana che ho conosciuto a Messina, la mia città di provenienza». Francesco Cannavà racconta così l’inizio di Nowruz – Nuovo giorno: l’incontro con le donne iraniane della città, le loro storie ascoltate in prima persona, lo scarto tra quello che si legge sui giornali e la vita di chi ha lasciato il proprio Paese. «Sentire dalla loro voce le loro storie personali è stata un’esperienza scioccante», dice. Da lì la decisione di seguirle e di filmare una comunità che in Italia, attraverso il calcio, ha trovato un modo per restare unita.

«La mia posizione come autore, ma anche quella dei produttori, è sempre la stessa: essere uno strumento per consentire alle donne iraniane di raccontare le loro storie e di far sentire la loro voce». Cannavà non vuole che il documentario parli al posto loro: «Il film non nasce da un sentimento di appartenenza a un punto di vista ideologico, ma dal desiderio di far conoscere le storie delle donne iraniane. Saranno loro a prendere posizione, a schierarsi rispetto a ciò che sentono più nel profondo».

Questa scelta riguarda anche la forma. «Fin dall’inizio ho cercato di non porre il mio sguardo, il mio punto di vista, e quindi nemmeno uno stile o un codice: dovevo essere uno strumento il più possibile trasparente».

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«Il 95 per cento del film è composto da immagini girate a Torino. Il restante 5 per cento sono immagini provenienti da un canale Telegram clandestino. È l’unico canale che ha permesso a noi europei di vedere le immagini della notte tra l’8 e il 9 gennaio 2026, quando circa 30mila manifestanti pacifici sono scesi in strada per rivendicare ancora una volta il diritto alla libertà. Molti sono stati trucidati dalle forze di cui si serve il governo degli ayatollah, anche a colpi di Kalashnikov» conclude Cannavà. 

Il documentario ci ricorda il momento paradossale che stiamo vivendo: lo scorso anno, in Italia, manifestavamo contro il regime degli Ayatollah, a favore delle donne iraniane barbaramente uccise; oggi protestiamo a favore dell’Iran attaccato dai missili israeliani e statunitensi. 

Atieh Mazi e Yasaman Khalili sono due delle protagoniste iraniane presenti alla Festa del Cinema. E hanno le idee chiare su quanto sta accadendo in Iran.

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«Siamo a casa, mio figlio sta morendo e conosco un medico israeliano: vado da lui per salvarlo oppure no? Sì, vado – esordisce Atieh –

Abbiamo perso tantissimi giovani come noi in Iran durante le manifestazioni. Ci ammazzano in modo brutale. A chi devo chiedere aiuto? Io voglio che qualcuno – l’Italia, Israele, l’America, chiunque – venga e faccia cadere questo regime.

Non difendo Israele – continua Atieh – Non sono un’amante degli Stati Uniti, di nessuno di loro. Ma tanti iraniani erano d’accordo con questo attacco. Per anni quelli di sinistra hanno detto: se succede qualcosa in Iran, deve essere grazie al suo popolo che scende in piazza. E noi lo abbiamo fatto. Che cosa è successo? In due giorni quante persone sono state uccise?

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Sono scese in piazza milioni di persone. La stampa di regime dice 3.000…va bene. Se nel vostro Paese usciste in piazza per chiedere libertà, se le famiglie non avessero da mangiare e venissero uccise 3.000 persone, come dicono le fonti governative, che cosa fareste? Lascereste che i vostri figli scendessero in strada, sapendo che sui tetti ci sono i cecchini che sparano da una parte e dall’altra, mirando agli organi vitali? Sicuramente non uscireste più in piazza. Siamo consapevoli che Israele e Stati Uniti hanno i loro interessi. Non sono santi venuti dal cielo a salvarci dal regime degli ayatollah. Ma per noi questa è una scelta tra ciò che è davvero terribile, il regime degli ayatollah, e l’unica alternativa che abbiamo».

«Come ha detto Atieh – aggiunge Yasaman – non è possibile scendere in strada a mani nude e protestare quando davanti hai persone con armi da guerra. Milioni di persone sono scese in strada e hanno protestato per due giorni. Hanno visto che cosa era successo la prima notte, ma sono tornate anche la seconda. Sapevano che sarebbero state uccise, eppure sono scese in strada. Se la situazione restasse la stessa e il regime continuasse a dire le stesse cose, preferirebbero tornare in piazza ed essere uccise. Preferiscono morire per una causa, per un bene più grande, piuttosto che vivere così in Iran.

Io parlo con i miei amici e con la mia famiglia, che è ancora in Iran, e nessuno può dirmi che non capisco la situazione o che sono fuori dall’Iran. Ho vissuto lì la maggior parte della mia vita, fino a tre anni fa. Mia madre, mio padre e i miei fratelli sono ancora lì: faccio ancora parte di questa realtà».

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«Sappiamo – continua Atieh – che Stati Uniti e Israele non hanno come obiettivo di liberare l’Iran e poi andarsene. Naturalmente hanno dei propri interessi e ci saranno conseguenze. Ma qual è l’alternativa? Tutti parlano del petrolio: noi non ne abbiamo visto i benefici in cinquant’anni. Preferisco che portino via il petrolio, se il mio popolo può cominciare a vivere. Quel petrolio ci ha portato sfortuna: tutti vogliono rubarlo e non arriva neanche un centesimo sulla tavola di un iraniano.

Non difendete il regime iraniano solo perché, per gli europei che non vivono in Medio Oriente, non esiste niente di peggio di Israele. Io ho vissuto sotto la dittatura degli ayatollah e vi dico che esiste qualcosa di peggio. Israele uccide altre persone, e questo non lo giustifica; ma non uccide il proprio popolo come fa il regime iraniano. L’insegnante di mio figlio non mi parla più perché la penso in questo modo.

Il mondo interviene quando ha un interesse. Per mesi e mesi abbiamo manifestato e i Paesi europei non hanno fatto niente. Hanno messo i Pasdaran nella lista dei terroristi: grazie… E poi? Niente. Non si può fare una comunicazione e poi lasciare tutto com’era, solo per fingere qualcosa sui social.»

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Nowruz è un documentario che mostra anche le fratture all’interno del gruppo di giovani donne sulla sorte del loro Paese; che contrasta i luoghi comuni di chi, come molti di noi, crede di sapere cosa sia giusto per un popolo che non conosce; che mostra, senza pregiudizi, tesi che possono sembrare difficili da accettare. Ma qui sta forse il suo pregio: Cannavà non spiega l’Iran, non si schiera, non lo giudica politicamente. Dà solo voce a un racconto che molta stampa preferisce semplicemente filtrare o manipolare per raccontare altro. Lascia che le immagini parlino da sole una lingua, il farsi, che lui non conosce.

«Qui la storia dell’Iran viene raccontata partendo dall’attacco statunitense, ma non si dice che cosa era successo prima nel Paese – conclude Atieh – Le persone che vivono in Italia possono parlare davanti alle telecamere e dire quello che vogliono; non sanno che cosa significherebbe fare una cosa simile in Iran. Poi giudicano noi: un ragazzo universitario che non è cresciuto lì, pretende di spiegarmi che cosa è giusto per il mio Paese. Vedo persone scendere in piazza con le bandiere della Repubblica islamica. Ma che cosa state facendo? Che cosa state difendendo?»

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