di Alessia de Antoniis
Nata a Trieste nel 1998, Anna Godina è alla Festa del Cinema di Roma con Memoriæ, la serie coprodotti da Rai Fiction e Filmclub Distribuzione, in associazione con Minerva Pictures, su RaiPlay dal 23 ottobre 2026.
La prima volta che Anna si è presentata davanti a una macchina da presa aveva sedici anni e voleva soltanto fare la comparsa. Sua madre, dopo una settimana di lavoro, aveva rinunciato all’unico giorno di riposo per accompagnarla da Trieste a Treviso. Quel viaggio avrebbe cambiato la vita di entrambe. Sono arrivati un piccolo ruolo in Un bacio di Ivan Cotroneo, la televisione con Don Matteo, l’ammissione alla Scuola di Teatro Luca Ronconi del Piccolo Teatro di Milano e una formazione che le ha chiesto di smontare quasi tutto ciò che credeva di sapere.
Hai cominciato danza a cinque anni. L’hai scelta tu? Amavi stare al centro dell’attenzione?
No, non cercavo di attirare l’attenzione: ma ero pestifera e facevo danni. Prima facevo ginnastica artistica e avevo superato le selezioni per diventare agonista. Ma quando mi chiesero di fare una verticale mi terrorizzai. Gli insegnanti dissero a mia madre, davanti a tutti, che non sarei mai diventata un’agonista perché avevo paura. Avevo quattro o cinque anni! Mia madre si arrabbiò molto per il modo in cui me lo avevano detto. Così scelsi danza classica, che ho praticato fino ai sedici, diciassette anni.
Come riuscivi a conciliare danza, scuola e preparazione per l’accademia?
Mi stupisco ancora, se ci ripenso. Negli ultimi anni delle superiori facevo danza quattro volte alla settimana, seguivo un corso d’inglese per arrivare al C1, studiavo recitazione e nel frattempo prendevo la patente. È pazzesco come riuscissimo a riempire il tempo.
E il cinema, come arriva?
Per caso, a sedici anni. Una mia compagna di classe faceva ogni tanto la comparsa e scoprii che gli annunci dei casting uscivano sul giornale di Trieste. Un giorno ne lessi uno per un film che si sarebbe girato in Friuli. A Trieste le selezioni erano finite, ma la domenica ne avrebbero fatte altre a Treviso. Chiesi a mia madre di accompagnarmi, ma lei lavorava tutta la settimana e quello era il suo unico giorno di riposo. Mi disse di aspettare la prossima occasione. Ci rimasi male, ma capii. Invece, la domenica mattina mi svegliò e partimmo.
Non mi aspettavo che cambiasse idea. Ricordo quel viaggio come quando vai al concerto di qualcuno che ami: sei entusiasta, ma non sai ancora cosa ti aspetta. Con mia madre ascoltavamo musica, cantavamo in macchina e ce la siamo spassata. Al ritorno non riuscivo più a stare zitta, avevo scoperto qualcosa di meraviglioso.
Soltanto dopo seppi che mia madre aveva parlato con mio padre e si era chiesta: “E se stessi tarpando le ali a mia figlia?”. Lei stessa, da ragazza, avrebbe voluto fare teatro al liceo, ma sua madre glielo aveva impedito, temendo che quell’ambiente potesse portarla fuori dalla retta via. Il suo è stato un gesto enorme. Forse, se non mi avesse accompagnata, non avrei scoperto questo lavoro.
Il tuo primo ruolo cinematografico arriva con Un bacio di Ivan Cotroneo. Che idea avevi del lavoro dell’attrice e che cosa hai scoperto sul set?
Non avevo mai pensato a quanto lavoro ci fosse dietro un film o uno spettacolo teatrale. A scuola ci portavano a vedere spettacoli in lingua, spesso poveri di contenuto, quasi amatoriali. Mi mettevano a disagio e non avevo un’idea particolarmente affascinante del teatro. Di Un bacio, dove avevo pochissime battute, ricordo poco, ma mi colpì tutto il lavoro della troupe, la preparazione prima che un attore entri in scena. Un’altra volta, durante una pubblicità, un riflesso del sole su un muro bianco creava un problema di luce sul mio viso. Un tecnico prese del fango, lo mise sul muro fuori dall’inquadratura e risolse tutto. Pensai all’arte del fai da te che mia madre mi aveva insegnato. È questo che trovo affascinante sul set: vedere come ogni reparto risolve i problemi. È una macchina in cui ogni ingranaggio deve funzionare. Quando il lavoro è coeso è bellissimo.
Dopo Un bacio decidi di prepararti per entrare in accademia. Da dove cominci?
Ho studiato per due anni con Elke Burul, che insegnava anche all’Accademia Nico Pepe di Udine. Ma quando sono entrata al Piccolo mi hanno praticamente massacrato la dizione. Mi fecero capire che, se non l’avessi sistemata entro gennaio, sarei stata fuori. Ho dovuto lavorarci moltissimo.
Durante l’ultimo anno di liceo lavoravi già in Don Matteo e facevi avanti e indietro tra Trieste e Roma. Come conciliavi scuola e lavoro?
Non l’ho mai percepito come una difficoltà: quando ho un obiettivo, non mi pesa niente. La pressione maggiore arrivava dalla scuola. Frequentavo una sezione speciale del liceo linguistico che permetteva di ottenere sia il diploma italiano sia quello francese. Per mantenere i voti alti ci chiedevano di rinunciare allo sport e alle altre attività. Io ero totalmente contraria: la scuola deve dare strumenti di conoscenza, ma anche autonomia. L’unico a sostenermi fu l’insegnante di ginnastica. Altri professori mi dicevano di concentrarmi sulla scuola. Quando sono entrata al Piccolo hanno cominciato a capire che facevo sul serio, che non era un corso pomeridiano.
Quando entri al Piccolo hai già cominciato a lavorare, ma sai che durante l’accademia dovrai fermarti. Non avevi paura di non avere un’altra occasione dopo tre anni di fermo?
In parte non ero cosciente del rischio, ma volevo capire cosa significasse fare questo lavoro nella vita. Sapevo che l’accademia sarebbe stata un’esperienza totalizzante. Non volevo fare l’attrice senza avere gli strumenti necessari. Senza il Piccolo probabilmente mi sarei fermata: fino ad allora funzionavano il fatto di venire bene in video e una spontaneità molto legata a me. In Don Matteo, per esempio, avevo la faccia d’angelo e il fisico derivante dalla danza classica mi dava una certa altezzosità, adatta al ruolo. Ma sapevo che fare l’attrice significa mettersi in dubbio, fare ricerca, studiare. Non mi interessava il contentino. È dal lavoro su me stessa, sulla mia presenza e sul mio essere artista, che trovo la forza vitale per andare avanti.
Una volta entrata al Piccolo, che cosa hai scoperto di dover imparare da capo?
Tutto! Persino il movimento, che credevo di conoscere grazie alla danza classica. Alessio Maria Romano mi disse: “Dimentica tutto, adesso impara un altro corpo”. Dovevo imparare a sentire il peso a terra, a muovermi attraverso il respiro. Avevo diciott’anni e molti compagni erano più grandi, con esperienze di studio o di lavoro artistico alle spalle. Per tutto il primo anno mi sono sentita indietro. Ho fatto fatica anche a creare rapporti, poi sono nati legami quasi fraterni. Ma è stata un’esperienza durissima.
A diciotto anni lasci Trieste per Milano. Come hai vissuto il cambiamento?
È stato molto difficile. Passavo sei giorni su sette in accademia, nove ore al giorno, e almeno quattro sere alla settimana andavamo a teatro. I miei genitori mi avevano trovato un monolocale al prezzo di una stanza, ma tornare a casa da sola mi pesava. Ero costantemente a confronto con me stessa, mentre in accademia dovevo mettere tutto in discussione. Avevo diciott’anni e mi trovavo con persone che avevano esperienze molto diverse dalle mie. Mi mancava il contatto umano. Forse oggi vivrei Milano diversamente. A Roma, invece, mi sono sentita subito accolta: il primo giorno qualcuno mi chiese se avessi bisogno di una mano, se volessi condividere una Coca-Cola. Qui vivo molto meglio.
Finita l’accademia, ti confronti con l’incertezza di un mestiere opposto a quello dei tuoi genitori, assicuratori. Come impari a convivere con i periodi senza lavoro?
Ne ero consapevole fin dall’inizio, perché lavoravo già a sedici anni. Appena uscita dall’accademia ho attraversato un periodo di vuoto importante, ma sono contenta che sia arrivato subito. Alcuni miei compagni hanno lavorato per mesi prima di affrontarlo. Il vuoto, però, ritorna continuamente. Oggi cerco di viverlo come una possibilità per studiare, togliendo l’ansia dell’attesa. Non lo vivo più come una mancanza, ma come un tempo diverso, un’occasione per investire su me stessa. Ho fatto mille altri lavori, ma negli ultimi due anni ho deciso di dedicarmi alla mia crescita artistica. L’idea di un secondo lavoro rimane, purché sia compatibile con la recitazione: da un giorno all’altro può arrivare un provino o un ruolo da preparare. È una vita difficile, questo è certo.
Vieni dalla scuola del Piccolo. Che spazio ha oggi il teatro nella tua vita professionale?
Vorrei che ne avesse molto di più, ma le occasioni di fare provini teatrali sono rarissime. Il fatto di aver lavorato in diverse serie tv finisce per collocarmi in una categoria. Un anno fa feci un provino teatrale che andò anche bene, ma mi dissero: dal curriculum vediamo che hai fatto molta televisione. Risposi che non era una scelta: semplicemente, non mi arrivano provini per il teatro. Mi piacerebbe tantissimo fare entrambe le cose. Il lavoro dell’attore, se fatto a fondo, è lo stesso, ma a teatro costruisci insieme agli altri, mentre sul set spesso incontri il collega direttamente quando devi girare. E dare vita a un testo classico, in cui ogni parola ha un motivo di esistere, è un’esperienza completamente diversa.
Eppure ci sono teatri che usano attori di cinema e delle fiction per attirare più pubblico a teatro…
Arrivare dal cinema o dalla televisione e fare teatro senza aver studiato è quasi impossibile, se vuoi farlo bene. Non mi piace l’idea che la presenza di un attore televisivo debba essere imposta. Non dovrebbe essere una categoria determinante. Conta la preparazione.
Arriviamo a Memoriæ. Chi è Chiara Basile?
Siamo a Vallata, un paese ai piedi delle montagne friulane dove, in seguito a una frana, alcuni abitanti perdono la memoria degli ultimi sei anni. Il paese viene messo in zona rossa. Dario Aita interpreta Matteo, mio fratello, che torna perché lì ci siamo io e nostra madre. Chiara ha ventinove anni ed è una delle persone colpite dall’amnesia. Torna a sei anni prima, quando stava uscendo dalla tossicodipendenza ed era sotto metadone. È un personaggio al limite, una nota stonata rispetto alla musica che suonano tutti gli altri. E si sente così da tutta la vita. È stato molto tosto interpretarla.
C’è qualcosa di Chiara che hai scoperto soltanto lavorando sul personaggio?
Non una scena particolare, è stato tutto il percorso. Mi sono preparata con un acting coach con cui lavoro da due anni. La fortuna è stata avere una sceneggiatura scritta molto bene: quando la leggi cogli già l’atmosfera, le relazioni, le cose nascoste e soprattutto i frammenti umani. È quello che ho sempre detto a Isabella Aguilar: ci sono fratture che fanno emergere l’umanità dei personaggi, le loro fragilità. Attraverso l’empatia puoi comprenderli e riconoscerti in loro. Credo sia questa la forza della serie.
Vieni dal Piccolo, dove si impara a lavorare sui testi e non semplicemente sulle battute. Che cosa hai trovato nella scrittura di Memoriæ?
È stata una delle prime volte in cui mi sono detta: cavolo, questo è un bel materiale su cui lavorare! Hai già una base sulla quale creare, anzi, la creatività è già dentro la scrittura. Chiara è stata scritta molto bene e i cambiamenti alla sceneggiatura sono stati pochi.
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