Simone Coppo: "Il cinema è un atto collettivo"

Da Un passo alla volta, nato con Martina Ferragamo e presentato a Venezia 83, a Eh, girato a Refrancore con il nonno novantaseienne: il passaggio dalla recitazione alla regia, Derek Cianfrance, il teatro e il cinema come memoria

Simone Coppo, attore e regista di Eh e Un passo alla volta su Wanda Ferragamo - intervista di Alessia de Antoniis
Simone Coppo, attore e regista di Un passo alla volta su Wanda Ferragamo
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

20 Settembre 2026 - 20.23


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Da Un passo alla volta, nato con Martina Ferragamo e presentato a Venezia 83, a Eh, girato nel paese della sua infanzia con il nonno novantaseienne: Simone Coppo racconta il cinema come arte collettiva, la morte come alleata della vita, le maschere dietro cui nascondersi e il teatro che gli ha insegnato a fermare gli sconosciuti.

Cresciuto tra Refrancore, nel Monferrato, e il Brasile, Simone Coppo ha attraversato cinema, televisione e teatro prima di passare dietro la macchina da presa. Ha lavorato con Derek Cianfrance in I Know This Much Is True, con Mark Ruffalo, ha recitato nella serie internazionale Around the World in 80 Days e in Prima di noi di Daniele Luchetti, dove interpreta Luciano Ignasti.

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A Venezia 83 ha presentato Un passo alla volta, cortometraggio scritto con Martina Ferragamo. Nel cast, accanto a Martina Ferragamo, Margherita Buy, Francesco Colella e Francesco Centorame. La storia attraversa il rapporto tra Salvatore Ferragamo e il cinema di Hollywood, ma soprattutto restituisce centralità a Wanda Miletti Ferragamo, la donna che, dopo la morte del marito, raccolse l’eredità familiare e imprenditoriale.

Un passo alla volta è presentato da Ferragamo ma non è un film commissionato dalla maison.

«È nato in modo autonomo da me e Martina – rivendica Coppo – poi lo abbiamo portato a Ferragamo.

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Il progetto ha richiesto circa un anno di valutazioni, perché raccontava la storia dei fondatori e non era qualcosa che l’azienda avesse previsto di realizzare. Non c’è mai stato il “cliente sul set”. È stato trattato come un’opera cinematografica.

Nel film c’è la cultura e la storia di Ferragamo, ma resta cinema puro.»

Martina Ferragamo ti racconta una storia che non conoscevi. Che cosa hai visto in quella vicenda?

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Salvatore era l’undicesimo di quindici figli, nato in un piccolo paese dell’Irpinia. Parte per l’America prima della Prima guerra mondiale, diventa il “calzolaio delle stelle”, lavora per il cinema di Hollywood, deposita più di quattrocento brevetti. Poi torna in Italia e incontra Wanda, molto più giovane di lui. Dopo la sua morte, nel 1960, lei rimane con sei figli piccoli e prende in mano quello che allora era ancora essenzialmente un calzaturificio, trasformandolo nella maison che conosciamo.

Dentro questa storia ho trovato tematiche capaci di risuonare in tanti. C’erano una storia d’amore, il cinema, il rapporto con ciò che riceviamo da chi è venuto prima di noi.

Martina partiva da una storia biografica. Il mio obiettivo è stato cercare di renderla personale e quindi universale. Credo sia un grande dono saper ritrovare se stessi nelle storie degli altri.

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Martina non rifiuta l’eredità della propria famiglia: la accetta. Dove si trova, allora, la sua libertà?

Nel decidere che cosa farsene. Il titolo non è Una scarpa alla volta, ma Un passo alla volta, perché la scarpa è un oggetto incompleto. Una scarpa senza un piede non va da nessuna parte, così come il cinema senza uno sguardo non va da nessuna parte.

Quelle scarpe sono ferme, sono a disposizione di Martina: rappresentano la sua storia. Ma le deve indossare: l’eredità non basta, deve essere trasformata in un gesto personale. Allora inizia il suo percorso.

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Da una storia familiare che non ti apparteneva sei tornato alla tua terra con Eh. Che cosa si vede meglio di un luogo dopo averlo lasciato?

Tutto. Ho avuto la fortuna di comprendere molto presto la finitezza delle cose, perché da bambino mi sono trasferito con la mia famiglia in Brasile. Quando sono tornato a Refrancore, ormai adolescente, avevo gli occhi divisi tra due mondi molto diversi: un piccolo paese del Monferrato e una metropoli sudamericana.

A Refrancore non avevano idea di che cosa significasse vivere a Belo Horizonte; in Brasile nessuno sapeva dove fosse Refrancore. Questo mi ha insegnato a guardare le situazioni con occhi contemporaneamente interni ed esterni.

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Una cena può sembrarti normale mentre la vivi. Vent’anni dopo pensi: che fortuna, eravamo ancora tutti insieme e stavamo bene. Comprendere presto la finitezza delle persone e delle situazioni è stata una fortuna enorme.

Sei partito dal tempo in cui una vita sta per finire. Perché un giovane autore comincia dalla fine?

Perché quella fine raccontava la vita. Credo che la morte sia un’alleata incredibile, non una nemica. È una grande stimolatrice di vita.

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I greci, invece di chiamare gli esseri umani “persone”, li chiamavano “mortali”. È un pensiero che dà un valore infinito al tempo. La vera anima che attraversa Eh, Un passo alla volta e anche le canzoni che ho scritto è il tempo. È una convenzione, uno scherzo del quale non abbiamo capito bene il funzionamento. 

Passiamo continuamente da un punto A a un punto B: la carriera, gli obiettivi, ciò che dobbiamo raggiungere. Ma quei passi li sentiamo? Sentiamo il sole, l’aria fresca sul volto, la voglia di fermarci a salutare qualcuno?

Il protagonista di Eh è tuo nonno…

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Mio nonno vive in una casa di riposo. Gli ho chiesto di uscire e di venire a girare il corto: così, a novantasei anni, ha cominciato la sua carriera d’attore. Finito il film, è tornato nella casa di riposo.

Nella vita reale non avevamo chissà quale rapporto. L’ho costruito attraverso il cinema.

Nel film lui torna giovane per una notte e incontra Estate, interpretata da Martina Ferragamo: si chiama così perché è l’incarnazione della vita. Volevo raccontare l’urgenza. Quante energie consumiamo in liti con noi stessi o con gli altri? Quale sarà il punto di vista di una persona arrivata a novantasei anni?

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L’ho scritto, realizzato e prodotto in sei giorni. Non avevamo mezzi economici, ma avevamo un capitale umano e onirico strabiliante. Ci siamo ritrovati in duecento in paese ed è venuto fuori un piccolo colossal.

È stata la dimostrazione che il cinema e l’arte sono atti collettivi, nonostante questa individualità divinizzata che viene continuamente promossa.

Una donna del paese, che aveva molte primavere negli occhi, mi disse: “In tutti questi anni non avevo mai visto così il mio paese”. Per me è esattamente ciò che fa il cinema: mostra qualcosa che nella realtà non vediamo.

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Un altro signore disse: “Noi facevamo proprio delle feste così”. Non era vero, nessuno aveva mai fatto quella festa. Ma il fatto che il film gli avesse costruito una memoria, la fantasia di averla vissuta, per me era tutto.

Trovo spesso il cinema e le visioni fantastiche molto più veri della realtà. Sono annoiato dall’ossessione contemporanea per il quotidiano. Entrare al cinema, per me, è ritrovarsi in un mondo che altrimenti non avremmo potuto conoscere.

Perché Eh come titolo?

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Perché, detto dagli anziani, eh ha un peso arcaico. Contiene il passato, la saggezza, il tempo trascorso, l’esperienza.

Ognuno mette dentro quell’eh i propri ricordi e avrà una persona alla quale legarlo.

È forse ciò che unisce un regista, un attore e uno spettatore: ognuno ha il proprio “eh” e lo intona in modo diverso.

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Quindici minuti per raccontare una storia. Cosa ami del cortometraggio?

Il cortometraggio è come una poesia, mentre il lungometraggio è come un romanzo. La poesia deve lasciarti una sensazione in poco tempo: non ha centocinquanta o trecento pagine. È un fuoco d’artificio, non un sole. Deve far decollare e atterrare un aereo in quindici minuti.


Qual è la prima cosa che ti viene in mente pensando al Brasile?

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Il sorriso. Lì la natura ti sorride, il mare ti sorride, persino il dolore ti sorride.

La frase per me più importante in Brasile è faz parte: fa parte. Lì tutto fa parte.

A febbraio sono tornato per girare a Rocinha il videoclip di Mappe, una canzone dedicata ai bambini di strada. Ho lavorato con i bambini e gli adolescenti della favela insieme all’associazione Il Sorriso dei Miei Bimbi. 

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Hanno un sorriso che non si può comprare né vendere. Non ha a che fare con il prezzo, ma con il valore. È un sorriso capace di contenere contemporaneamente la notte e il giorno.

Quali Mappe?

Tutto ciò che ti capita può diventare un taglio che sanguina e fa male. Poi il taglio diventa una cicatrice e quella cicatrice può diventare una mappa.

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Puoi usarla per orientarti, per evitare che quel dolore ti fermi o si ripeta. Dipende da ciò che ne fai.

Ho avuto la fortuna di attraversare le giuste sfortune. Anche dentro il dolore esiste una possibilità di avanzamento. 

Cosa capisci di te quando scrivi o dirigi?

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Tutto, perché quando scrivo o giro io sono assente: riesco finalmente a perdere, per un momento, i punti fermi che ho su di me.

Quando non sto creando, posso convincermi di essere una persona fatta in un certo modo. Quando comincio a scrivere o a girare, incontro caratteristiche mie che non pensavo avere. Conosco soprattutto la mia libertà.

Se voglio conoscere Simone, non devo parlare con Simone: devo vedere qualcosa che ha fatto Simone.

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Sento di diventare un tramite tra un mistero che ho intorno e le persone che ho davanti. Ho la sensazione di avere un genio: qualche volta mi dice cose interessanti, qualche volta meno. Io devo prestargli le mani e la bocca.

Quando sto creando, sono lì e contemporaneamente non sono lì. Se faccio bene, metà della responsabilità è sua. Se faccio male, metà della responsabilità è sua.

Che cosa hai raccontato di Simone fingendo che appartenesse a un personaggio?

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Tutto. Da bambino, nonostante le apparenze, ero così timido da preoccupare mia madre: non parlavo. Poi ho scoperto Shakespeare, l’idea che tutto il mondo sia un palcoscenico, e ho scoperto le maschere. La finzione scenica, dove tutto è finto ma niente è falso.

Ho capito che potevo raccontare me attraverso i personaggi.

Anche nei personaggi più piccoli ci sono schegge di me. Nell’inciampare di Martina che impara a camminare nelle nuove scarpe, e nel peso della responsabilità che sente, c’era la stessa responsabilità che sentivo io nel raccontare la sua storia. Nel saluto tra i due protagonisti di Eh c’era il mio modo di sentire la fine delle relazioni e la necessità di lasciarle andare.

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Trovo il biografico troppo esposto e anche un po’ piccolo come vestito: deve essere esattamente della tua misura. Le maschere, invece, mi proteggono e permettono agli altri di mettere dentro la storia il proprio significato.

In questo modo sono onnipresente e invisibile.

Tra i registi con cui hai lavorato, chi ha toccato qualcosa di te al di fuori del cinema?

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Derek Cianfrance, con cui ho girato I Know This Much Is True.

Accoglie gli imprevisti. Sa che la vita, nell’arte, passa attraverso le crepe. Era già una mia predisposizione, ma vederla in lui, nella sua maestria e nella sua gentilezza, mi ha spinto ancora di più a seguirla.

Abbiamo culture e linguaggi molto diversi, ma condividiamo l’amore per l’imprevisto.

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All’inizio di Un passo alla volta compare una porta con la scritta “Teatro 6”. Ma a tratti quel teatro di posa sembra un teatro vero…

Il teatro è il luogo più importante dal quale sono partito. Teatro 6… Sei è l’unico numero che è anche un verbo. Volevo che il film si aprisse con qualcuno che, magari leggendo ad alta voce, dicesse: “Teatro, sei”. 

Sei diplomato alla Paolo Grassi. Il legame col teatro arriva da lì?

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No, da prima. Dal teatro di strada. Facevo uno spettacolo che si chiamava Spettacolo che fa ridere. Dicevo: “Se non fa ridere vi rimborso il biglietto”, tanto era gratis.

Fermavo centinaia di passanti al giorno. Nessuno aveva pagato un biglietto e quindi nessuno era tenuto a restare, a meno che io non gli dessi un motivo valido.

Un giorno un signore mi chiese come avessi imparato, a sedici anni, a tenere ferme duecento persone che poi riempivano il cappello di monete. Gli risposi: “Fermati con me un pomeriggio per strada e guarda quante cose impari”.

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Fu lui a dirmi che esistevano le scuole di teatro. Per me era il Paese dei balocchi: mi sembrava quasi impossibile che esistesse un luogo dedicato all’insegnamento della recitazione.

E la Paolo Grassi?

È arrivata con un provino suicida: Riccardo III a diciotto anni, senza avere mai seguito un corso.

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Dovevo recitare qualcosa. Alla mia vicina di casa avevo detto che non possedevo libri di teatro e non avevo mai visto uno spettacolo: “Che cosa mi consigli?”. Lei aveva il Riccardo III, e io mi sono presentato al provino con quello.

Eravamo circa mille persone per dodici posti. Boccoli neri, occhi verdi e portavo Riccardo III: mi guardarono come un matto.

Alla fine mi chiesero perché avrebbero dovuto prendermi o anche soltanto tenermi in considerazione, visto che non avevo mai frequentato un corso. Forte degli anni trascorsi in strada, risposi: “Se mi state facendo questa domanda vuol dire che mi avete già preso. Altrimenti non sprechereste tempo a farmela”.

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Scoppiarono a ridere. Poco dopo arrivò l’ammissione.

Lì hai incontrato gente come Dario Fo e tu venivi dalla strada. Cosa hai portato da là?

Il rapporto diretto con il pubblico e la necessità di dargli un motivo per restare.

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Storia di Qu era l’ultimo testo scritto da Dario Fo con Franca Rame. Lavorare con lui significava incontrare una forma di teatro popolare capace di coinvolgere senza mai presumere di impartire una lezione.

Sì, arrivavo dalla strada, dal cappello e dall’improvvisazione. Quell’esperienza mi aveva già insegnato che raccontare è un atto di generosità e non una richiesta: sali su un palco per mettere qualcosa davanti agli altri, non per pretendere qualcosa da loro.

Come si fa a conoscere davvero Simone?

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Devi vincere alle tre carte. Le porto ancora oggi in tasca, non le ho mai tolte: sono due jolly e un cuore. Le usavo già quando facevo teatro di strada e mi hanno salvato tante volte.

Per vincere devi trovare il cuore. Se trovi uno dei jolly, perdi. È praticamente impossibile riuscire a trovarlo. Il cuore è difficile da trovare. Sono molto bravo a nasconderlo.

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