Premio Dante Cappelletti: venti edizioni di ricerca scenica

Conclusa la fase delle candidature del premio: dalla selezione dei progetti alla loro trasformazione in studi scenici, fino alla finale di novembre. Un percorso che dal 2004 osserva ciò che nasce ai margini del sistema e prova a offrirgli tempo, spazio e pubblico

Premio Dante Cappelletti 2026
Premio Dante Cappelletti 2026
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

20 Settembre 2026 - 21.32


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Il bando si è appena concluso e per il Premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche “Dante Cappelletti” comincia la parte più delicata del suo lavoro: riconoscere nei progetti in fase di sviluppo una possibilità scenica e accompagnarla fino alla scena.

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È il senso del Premio ideato da Mariateresa Surianello e diretto da Massimo Marino e Attilio Scarpellini. Un concorso che nasce per osservare ciò che sta prendendo forma.

«Dare visibilità a processi creativi indipendenti, svincolati da tempistiche produttive imposte da regole commerciali, portandoli su palcoscenici istituzionali e ampliandone l’utenza», spiega Mariateresa Surianello, ripercorrendo l’origine del Premio. «Spettatrici e spettatori hanno il diritto di godere del teatro d’arte».

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Era questa l’urgenza da cui tutto è partito. E l’incontro con l’Eti e con il Comune di Roma, allora con Gianni Borgna assessore alla Cultura, consentì ai progetti candidati al Cappelletti di arrivare al Teatro Valle, portando dentro uno dei luoghi più prestigiosi della scena italiana opere ancora da realizzare e processi creativi non ancora pienamente riconosciuti.

Oggi quella intuizione si misura con una scena profondamente trasformata. Eppure, osserva Surianello, ciò che arriva attraverso il Premio continua a sorprendere: «Mi meraviglio e compiaccio a ogni edizione del Cappelletti osservando la sensibilità artistica, constatando la stretta connessione dei lavori alle urgenze dei nostri giorni, compresa la necessità di mantenere la memoria. Questo teatro mi alimenta la speranza».

Che cosa accade da questo momento?

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La prima fase è quella della selezione. Tra i progetti pervenuti, la giuria individuerà venti semifinalisti, chiamati a presentare uno studio scenico allo Spazio Rossellini di Roma dal 29 ottobre al 1° novembre 2026.

È il passaggio nel quale la scrittura del progetto incontra il teatro e viene messa alla prova della scena e del pubblico. 

Da questi venti lavori emergeranno sette finalisti, che torneranno allo Spazio Rossellini dal 26 al 29 novembre 2026 per la fase conclusiva del Premio.

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Al termine di questo percorso sarà assegnato il Premio “Dante Cappelletti”, del valore di 6.000 euro come contributo alla produzione.

«Il Cappelletti va dalla carta alla scena – sottolinea Attilio Scarpellini. – Osserviamo le forme allo stato nascente e scommettiamo sulla loro evoluzione. Non valutiamo delle felici intuizioni o delle mere virtualità, ma dei processi che, nelle diverse fasi del Premio – semifinali e finali – danno luogo a forme reali, viventi, a potenze di spettacolo» conclude Scarpellini.

Venti edizioni senza recinti

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Uno degli elementi che ha caratterizzato il Cappelletti fin dalla sua nascita è il rifiuto di una rigida divisione dei linguaggi. Teatro, danza, musica, arti visive, performance e nuovi linguaggi possono convivere nello stesso spazio di ricerca, senza gerarchie prestabilite.

Una scelta che oggi può apparire naturale, ma che nel 2004 aveva un carattere tutt’altro che scontato.

«Il teatro è per sua natura il luogo in cui convergono e si incontrano le arti tutte – afferma Surianello – Separarle con categorie ministeriali è una semplificazione scomoda da attuare, paradossalmente anche da chi la continua a sostenere».

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In vent’anni, proprio questa apertura ha permesso al Premio di intercettare trasformazioni che solo successivamente sarebbero diventate evidenti. Massimo Marino, che dirige il Premio insieme ad Attilio Scarpellini, ricorda la rinascita della drammaturgia e l’emersione di nuove formazioni.

«Per esempio ha registrato per tempo una rinascita – o dovremmo dire piuttosto una nascita – della drammaturgia, osservando anche progetti che non facevano solo del testo la loro ragione principale. Ha dato spazio e fiato a nuove formazioni, che successivamente si sono affermate».

Per Marino, guardare al nascente è parte stessa del lavoro critico: «Le arti sceniche sono in continuo sommovimento e sono continuamente minacciate di restrizioni intollerabili di spazi e possibilità. Guardare al nascente è un obbligo per chi come me ha fatto dell’osservazione del panorama e del suo racconto la propria professione e soprattutto la propria vocazione».

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E cita Gilles Deleuze: «Far esistere, non giudicare».

Che cosa significa oggi “ricerca”?

Anche la parola “ricerca”, nel frattempo, rischia di diventare un’etichetta.

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Scarpellini individua qui una delle questioni decisive del presente. «Il “rischio artistico” è sempre più trascurato anche nei criteri di valutazione ministeriale», afferma richiamando il modello di quello che Massimiliano Civica ha definito “teatro pubblico commerciale”.

«Il Cappelletti – aggiunge – non ha mai idolatrato il termine “ricerca”. Ma difenderne la possibilità significa difendere l’indipendenza degli artisti e la possibilità stessa che l’arte non venga ridotta a una funzione immediatamente produttiva o comunicativa».

«L’arte, diceva Gilles Deleuze, non è comunicazione», ricorda Scarpellini. «Anche a non voler essere oltranzisti, che nelle arti sceniche si pratichi ancora ricerca – cioè pensiero – è una garanzia contro l’eventualità che l’arte diventi solo comunicazione e intrattenimento, ovvero consumo, o magari “consenso”».

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È una questione che riguarda direttamente anche la struttura del Cappelletti: scegliere un progetto quando ancora non se ne conosce la forma definitiva significa accettare una quota di rischio.

Una memoria vivente della scena

Arrivare alla ventesima edizione significa anche poter guardare al Premio come a una sorta di archivio vivente della ricerca scenica italiana.

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«La funzione del Cappelletti è proprio osservare quello che accade, raccogliere le opere al loro nascere e accompagnarle per un pezzo di strada», spiega Surianello.

Negli anni il Premio ha costruito anche una memoria non documentaria. Accanto alla banca dati del teatro italiano, in parte ancora custodita in forma cartacea, esiste una rete di relazioni nate intorno ai progetti e alle persone.

Per Surianello, una delle eredità più significative del Cappelletti è proprio la rete di relazioni: «Forse l’aspetto significativo e necessario del Cappelletti è la qualità delle relazioni, rese stabili e durature, con l’attenzione per ogni singola persona partecipante».

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Un patrimonio tanto più necessario, aggiunge, in un sistema teatrale che «resta poco accogliente verso il nuovo» e nel quale la parcellizzazione degli ultimi anni «non ha certo sviluppato il libero dialogo tra enti».

Comincia qui quel percorso «dalla carta alla scena» sul quale, edizione dopo edizione, il Cappelletti continua a scommettere.

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