Mancava un saggio che approfondisse il tema del Patriarcato come modello di potere politico, sociale ed economico, attraverso una lettura internazionale e geopolitica che per la prima volta chiamasse in causa anche la responsabilità delle donne al potere.
Ci ha pensato la giornalista cagliaritana Claudia Sarritzu (nostra collega per otto anni qui a Globalist) esperta di linguaggio e politiche di genere che è tornata in libreria con Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale. Responsabilità delle leader donne e machismo femminile edito da Catartica.
«In un nuovo ordine mondiale non più multilaterale ma multipolare -spiega l’autrice-, c’è un sistema di potere che, pur cambiando forma, resta in sella più forte e invincibile che mai. Si tratta del patriarcato che in questo libro non viene affrontato dal solito punto di vista domestico ma attraverso uno sguardo globale che ci fa cogliere quanto il potere muscolare sia spesso il mandante di guerre e genocidi e di un linguaggio politico sempre più violento».
Il testo si avvale del contributo di esperte e esperti in vari settori accademici, giuridici, letterari, internazionalistici che Sarritzu ha intervistato per approfondire un dibattito che non smette di appassionare vecchie e nuove generazioni. Incontriamo la giurista Carla Bassu, la garante per i diritti dei detenuti Irene Testa, la docente di studi genere Ester Cois, la scrittrice di best seller Marilù Oliva, lo scrittore e editor Ciro Auriemma, le analiste Claudileia Lemes Dias e Silvia Boltuc, le giornalista Asmae Dachan e Giada Massetti, la sociolinguista Vera Gheno, la scrittrice e attivista Carlotta Vagnoli.
Il merito di questo saggio, a nostro avviso così innovativo, è l’aver spostato il punto di vista sul potere in sé e non su chi lo esercita, su quale linguaggio e mezzo usa per soggiogare. Perché come spiega Sarritzu: «Rompere il tetto di cristallo può essere una vittoria simbolica. Ma la vittoria politica inizia nel momento in cui cambia il modo stesso di comandare anche delle poche donne che raggiungono i vertici (spesso a destra, non è un caso) perché non danno fastidio al potere patriarcale, se ne servono per emergere individualmente senza trascinare le altre con se».
Il femminismo ci ricorda l’autrice «inizia con un nuovo modo di distribuire risorse, raccontare i corpi e rendere accessibili a tutte e tutti le libertà».
Si parla infatti di libertà al plurale ed è anche questo un altro punto che merita di essere approfondito del saggio che si avvale infatti di esempi presi da fatti storici e ci parla di come simpatizziamo o meno con battaglie femministe solo se queste sono a immagine e somiglianza di un femminismo bianco e occidentale. Perché ci piacciono più le donne iraniane che combattono per abolire l’obbligo del velo che quelle palestinesi che scelgono di portare quel velo come segno identitario molto prima che religioso? Cosa è dunque la libertà di scelta, se anche il femminismo viene usato come grimaldello coloniale? Siamo ad Algeri, è 16 maggio 1958, nella piazza del Governo, davanti alle cineprese, alcune donne algerine vengono fatte salire su un palco e svelate pubblicamente dalle mogli degli ufficiali francesi. C’è chi la legge come emancipazione: la Francia che libera le musulmane dal loro giogo. Ma la svelatura forzata invece fu vissuta dalla popolazione algerina come una violenza simbolica e un’umiliazione razzista.
Le tesi esposte da Sarritzu che a inizio libro cita Michela Murgia non a caso con la frase: «Essere femminista significa sapere che non è colpa tua, ma è tua la responsabilità di cambiare le cose.”, potrebbero infastidire sia chi considera una vittoria ogni donna premier si chi crede che tutto sia risolvibile con le quote rosa. Questo libro ci insegna che la rivoluzione non passa più dal quanto potere ma da quale potere. Un dibattito nuovo di cui abbiamo in Italia un gran bisogno, mentre qualcuno oggi si candida a guidare il Paese negando l’esistenza del femminicidio.
