Dal bozzolo al manichino: il Requiem(s) di Preljocaj a Ostia Antica

Al Teatro Ostia Antica Festival, il coreografo francese costruisce un atlante visivo del lutto: dai bozzoli sospesi dell’apertura ai manichini bianchi del finale, la morte non viene rappresentata ma trasformata in oggetto scenico

Requiem(s) - coreografia Angelin Preljocaj - Teatro ostia antica festival - recensione di Alessia de Antoniis
Requiem(s) - coreografia di Angelin Preljocaj
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

14 Luglio 2026 - 20.03


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di Alessia de Antoniis

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Al Teatro romano di Ostia, Requiem(s) di Angelin Preljocaj arriva con diciannove danzatori di livello impressionante e una materia incandescente: il lutto, la memoria, la sopravvivenza. 

Tre ceste sospese scendono dall’alto come bozzoli sbagliati, involucri che non contengono nascita ma resa. È l’immagine che apre Requiem(s), al Teatro Ostia Antica Festival.  Già nell’apertura si dichiara il metodo di tutto il lavoro: il lutto non viene raccontato, viene costruito come oggetto plastico, messo in scena come materia da guardare prima ancora che da interpretare.

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Creazione del 2024, nata dalla perdita del padre, della madre e di alcuni amici cari del coreografo, Requiem(s) rifiuta però la lettura biografica fin dal titolo: il plurale dichiara una frattura, non un’unica cerimonia ma una costellazione di stati, urti, sopravvivenze. La partitura sonora – Ligeti, Mozart, Bach, System of a Down, Hildur Guðnadóttir, Messiaen, Haas, Jóhannsson, canti medievali, materiale originale – funziona come un montaggio: ogni blocco musicale è un registro diverso di lutto, non un accompagnamento.

Il lavoro coreografico più interessante, dal punto di vista plastico, è quello sul corpo come peso da maneggiare: un corpo a terra viene raccolto, spostato, sostenuto, consegnato ad altre mani. Non c’è illustrazione del dolore: c’è lavoro fisico sul dolore; contatto, trazione, caduta, sollevamento attorno a un centro inerme. È qui che Preljocaj costruisce l’immagine più efficace dello spettacolo: il lutto come ingombro fisico, non come stato d’animo.

Quando lo spettacolo cambia scala e il lutto privato si apre alla storia, il dispositivo si complica: corpi disseminati restano a terra mentre coppie continuano a muoversi, gesti sociali dentro un paesaggio di caduti. La morte collettiva non sospende la vita sociale: viene incorporata nello scenario. È un’operazione visivamente vicina a certa iconografia della Totentanz, ma senza la sua componente processionale, dove la danza macabra non sfila, coesiste.

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Il nucleo teorico del lavoro arriva con la parola. Nei testi proiettati, il riferimento a Gilles Deleuze e Primo Levi sposta Requiem(s) fuori dalla meditazione sulla morte. La vergogna del sopravvissuto non è colpa generica; vittima e carnefice non si confondono mai. È il punto in cui il requiem smette di essere rito e diventa esercizio etico: non basta piangere i morti, bisogna impedire che il dolore diventi assoluzione.

Alla fine il lutto smette di essere astrazione. Prende il nome più fragile: un bambino perduto. “Era un bimbo bellissimo” appare sullo schermo. La testimonianza di una donna, la morte di Valentin, la depressione, il bisogno di credere che qualcosa sopravviva. È il punto più scoperto e più coinvolgente: il confine tra rito, consolazione e bisogno umano di dare forma alla perdita.

Nel finale, legato alla testimonianza sulla perdita del figlio, la morte non è più affidata solo al corpo vivo del danzatore. Sul fondo restano pupazzi bianchi, manichini appesi, inerti: non presenze, non fantasmi, ma oggetti. Dopo aver attraversato corpi caduti, trascinati, vegliati, sollevati, Requiem(s) arriva a un’immagine più radicale: il corpo che manca non può più essere danzato, può solo essere rimpiazzato da una forma vuota. 

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È qui che il lutto diventa più scoperto e più crudele. La perdita di un figlio non produce allegoria, ma un vuoto fisico: qualcosa che resta appeso alla scena, mentre sotto il coro si scioglie, corre, si disperde e converge in un gesto unisono, mentre una figura si stacca dal gruppo, sola, al centro. Sostituire il corpo del danzatore con l’oggetto-manichino per rappresentare il morto significa negare al morto qualunque possibilità di sguardo, di reciprocità, lasciando ai vivi, soli, il peso della sopravvivenza.

Resta un lavoro potente e diseguale: nei quadri centrali il dispositivo dilata oltre misura il proprio materiale e la successione di immagini produce, insieme all’impatto, anche sovraccarico. Ma nei suoi momenti necessari –  l’apertura, lo snodo Deleuze-Levi, il finale dei pupazzi – Requiem(s) costruisce un’immagine coerente di ciò che non può essere riparato: i morti come peso, immagine, responsabilità; i vivi come coloro che devono continuare senza poter fingere di non aver visto.

Requiem(s)
Creazione 2024 per 19 danzatori
Coreografia: Angelin Preljocaj
Musiche: György Ligeti, W. A. Mozart, System of a Down, J. S. Bach, Hildur Guðnadóttir, canti medievali anonimi, Olivier Messiaen, Georg Friedrich Haas, Jóhann Jóhannsson, 79D
Luci: Éric Soyer
Costumi: Eleonora Peronetti
Video: Nicolas Clauss
Scenografia: Adrien Chalgard
Interpreti: Angie Armand, Teresa Abreu, Lucile Boulay, Liam Bourbon Simeonov, Elliot Bussinet, Araceli Caro Regalon, Leonardo Cremaschi, Mirea Delogu, Lucia Deville, Chloé Fagot, Mar Gomez Ballester, Lucas Hessel, Erwan Jean-Pouvreau, Arturo Lamolda, Ygraine Miller-Zahnke, Ayla Pidoux, Max Pelillo, Owen Steutelings, Micol Taiana

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