di Alessia de Antoniis
Al Teatro romano di Ostia, Requiem(s) di Angelin Preljocaj arriva con diciannove danzatori di livello impressionante e una materia incandescente: il lutto, la memoria, la sopravvivenza.
Tre ceste sospese scendono dall’alto come bozzoli sbagliati, involucri che non contengono nascita ma resa. È l’immagine che apre Requiem(s), al Teatro Ostia Antica Festival. Già nell’apertura si dichiara il metodo di tutto il lavoro: il lutto non viene raccontato, viene costruito come oggetto plastico, messo in scena come materia da guardare prima ancora che da interpretare.
Creazione del 2024, nata dalla perdita del padre, della madre e di alcuni amici cari del coreografo, Requiem(s) rifiuta però la lettura biografica fin dal titolo: il plurale dichiara una frattura, non un’unica cerimonia ma una costellazione di stati, urti, sopravvivenze. La partitura sonora – Ligeti, Mozart, Bach, System of a Down, Hildur Guðnadóttir, Messiaen, Haas, Jóhannsson, canti medievali, materiale originale – funziona come un montaggio: ogni blocco musicale è un registro diverso di lutto, non un accompagnamento.
Il lavoro coreografico più interessante, dal punto di vista plastico, è quello sul corpo come peso da maneggiare: un corpo a terra viene raccolto, spostato, sostenuto, consegnato ad altre mani. Non c’è illustrazione del dolore: c’è lavoro fisico sul dolore; contatto, trazione, caduta, sollevamento attorno a un centro inerme. È qui che Preljocaj costruisce l’immagine più efficace dello spettacolo: il lutto come ingombro fisico, non come stato d’animo.
Quando lo spettacolo cambia scala e il lutto privato si apre alla storia, il dispositivo si complica: corpi disseminati restano a terra mentre coppie continuano a muoversi, gesti sociali dentro un paesaggio di caduti. La morte collettiva non sospende la vita sociale: viene incorporata nello scenario. È un’operazione visivamente vicina a certa iconografia della Totentanz, ma senza la sua componente processionale, dove la danza macabra non sfila, coesiste.
Il nucleo teorico del lavoro arriva con la parola. Nei testi proiettati, il riferimento a Gilles Deleuze e Primo Levi sposta Requiem(s) fuori dalla meditazione sulla morte. La vergogna del sopravvissuto non è colpa generica; vittima e carnefice non si confondono mai. È il punto in cui il requiem smette di essere rito e diventa esercizio etico: non basta piangere i morti, bisogna impedire che il dolore diventi assoluzione.
Alla fine il lutto smette di essere astrazione. Prende il nome più fragile: un bambino perduto. “Era un bimbo bellissimo” appare sullo schermo. La testimonianza di una donna, la morte di Valentin, la depressione, il bisogno di credere che qualcosa sopravviva. È il punto più scoperto e più coinvolgente: il confine tra rito, consolazione e bisogno umano di dare forma alla perdita.
Nel finale, legato alla testimonianza sulla perdita del figlio, la morte non è più affidata solo al corpo vivo del danzatore. Sul fondo restano pupazzi bianchi, manichini appesi, inerti: non presenze, non fantasmi, ma oggetti. Dopo aver attraversato corpi caduti, trascinati, vegliati, sollevati, Requiem(s) arriva a un’immagine più radicale: il corpo che manca non può più essere danzato, può solo essere rimpiazzato da una forma vuota.
È qui che il lutto diventa più scoperto e più crudele. La perdita di un figlio non produce allegoria, ma un vuoto fisico: qualcosa che resta appeso alla scena, mentre sotto il coro si scioglie, corre, si disperde e converge in un gesto unisono, mentre una figura si stacca dal gruppo, sola, al centro. Sostituire il corpo del danzatore con l’oggetto-manichino per rappresentare il morto significa negare al morto qualunque possibilità di sguardo, di reciprocità, lasciando ai vivi, soli, il peso della sopravvivenza.
Resta un lavoro potente e diseguale: nei quadri centrali il dispositivo dilata oltre misura il proprio materiale e la successione di immagini produce, insieme all’impatto, anche sovraccarico. Ma nei suoi momenti necessari – l’apertura, lo snodo Deleuze-Levi, il finale dei pupazzi – Requiem(s) costruisce un’immagine coerente di ciò che non può essere riparato: i morti come peso, immagine, responsabilità; i vivi come coloro che devono continuare senza poter fingere di non aver visto.
Requiem(s)
Creazione 2024 per 19 danzatori
Coreografia: Angelin Preljocaj
Musiche: György Ligeti, W. A. Mozart, System of a Down, J. S. Bach, Hildur Guðnadóttir, canti medievali anonimi, Olivier Messiaen, Georg Friedrich Haas, Jóhann Jóhannsson, 79D
Luci: Éric Soyer
Costumi: Eleonora Peronetti
Video: Nicolas Clauss
Scenografia: Adrien Chalgard
Interpreti: Angie Armand, Teresa Abreu, Lucile Boulay, Liam Bourbon Simeonov, Elliot Bussinet, Araceli Caro Regalon, Leonardo Cremaschi, Mirea Delogu, Lucia Deville, Chloé Fagot, Mar Gomez Ballester, Lucas Hessel, Erwan Jean-Pouvreau, Arturo Lamolda, Ygraine Miller-Zahnke, Ayla Pidoux, Max Pelillo, Owen Steutelings, Micol Taiana
