Voci d’acqua, voci di memoria: il FLO.RE Festival e l’omaggio a Danilo Donati

Un pomeriggio musical-cinematografico dedicato al grande scenografo emiliano, dichiarazione di poetica della kermesse fiorentina

Voci d’acqua, voci di memoria: il FLO.RE Festival e l’omaggio a Danilo Donati
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Giuseppe Costigliola Modifica articolo

22 Giugno 2026 - 15.01


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Chi allestisce una manifestazione culturale senza l’ombrello rassicurante di influenti istituzioni e ricchi sponsor possiede qualità rare: passione e perseveranza. Gli organizzatori del FLO.RE Festival di Firenze, La Verde Armonia. Musica e Natura, ne sono ben provvisti. Giunta alla dodicesima edizione e quest’anno intitolata Voci d’Acqua, la kermesse pone appunto l’acqua come filo conduttore di un mese di concerti, conferenze e incontri (dal 5 al 29 giugno), in una città che proprio nel 2026 ricorda i sessant’anni dalla tragica alluvione del 1966. L’acqua come memoria, dunque, e come principio vitale, in continuità con l’edizione 2025 dedicata all’albero: il segno di un progetto che ragiona per stagioni e per simboli, non per cartelloni occasionali o grandi nomi utili a solleticare l’uzzolo di spettatori di grana grossa.

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Promosso dal Centro Studi Musica & Arte, impresa sociale che dal 1995 si occupa di formazione musicale a ogni età, sin dalla prima infanzia, il FLO.RE nasce dalla visione di Stefania Di Blasio, direttrice e fondatrice del Centro e autentico cuore pulsante dell’organizzazione, oggi affiancata da un comitato che riunisce il direttore artistico Gregorio Nardi, il direttore generale Simone Paiano, Monica Cioci e Antonio Fanna. Il lavoro dietro le quinte affiora nei programmi di sala, così come la cura nel radunare artisti di vaglia internazionale e una generazione di interpreti under 35 (la sezione L’Italia che Emerge è pensata per loro), la tenacia nel costruire sinergie con musei, biblioteche e fondazioni, la determinazione nel voler restituire alla musica colta un pubblico e un senso civile. In un tempo in cui la cultura andrebbe trattata proprio come l’acqua, sorgente comune e bene imprescindibile a cui tutti dovrebbero potersi abbeverare, una rassegna come questa, fatta di mediazioni, di reti e di entusiasmo spesso non remunerato, assume un particolare valore.

Aiutano, certo, gli spazi. Il festival si muove in luoghi tra i più suggestivi di Firenze: la Galleria dell’Accademia, il cortile del Bargello, Palazzo Medici Riccardi, le chiese di Orsanmichele e di Santa Felicita, fino alla Fondazione Franco Zeffirelli, che ha ospitato l’appuntamento di sabato 20 giugno.

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Nella Sala Musica della Fondazione – difficile immaginare cornice più adatta – è andato in scena l’evento Acque della memoria. Visioni, sogni e cinema, un pomeriggio dedicato a Danilo Donati, inserito nel ciclo La Voce del Tempo. Nato a Luzzara nel 1926, Donati si formò proprio a Firenze, all’Istituto d’Arte e poi all’Accademia di Belle Arti, nell’atelier di Ottone Rosai, dove conobbe il suo grande amico Franco Zeffirelli, del quale segnò diversi film. Da quel nucleo toscano ebbe origine una carriera che lo ha visto tra i massimi costumisti e scenografi del nostro cinema, collaboratore di Visconti, Pasolini, Fellini: un percorso che gli è valso numerosi riconoscimenti tra cui due premi Oscar, per i costumi di Romeo e Giulietta dello stesso Zeffirelli e per Il Casanova di Fellini. Celebrarlo nella casa-museo del suo antico sodale significava, in qualche modo, chiudere un cerchio.

Con buona coerenza, l’omaggio a Donati si è costruito come un intreccio di linguaggi, secondo lo spirito interdisciplinare cifra del festival. L’architetto e videomaker Veronica Citi ha presentato un montaggio inedito, Capolavori Donati, dedicato all’universo creativo dell’artista, mentre la studiosa Maria Alberti ne ha ricostruito la vicenda umana e professionale, restituendo il suo contributo al cinema dei maggiori registi italiani. Frutto di una lodevole ricerca d’archivio, la documentazione visiva – fotografie di scena, disegni, bozzetti, appunti – ha dato corpo a un immaginario fatto di stoffe, colori e invenzioni materiche, e ha ricordato quanto, in quei film, costume e scenografia non fossero semplice contorno ma sostanza poetica.

A scandire il racconto, due momenti musicali di diversa natura. Ha aperto il maestro Gregorio Nardi con un recital pianistico giocato sul tema del circo, quell’universo di funamboli, maschere e fanfare che attraversa l’immaginario felliniano e che Donati seppe mirabilmente vestire. Più che un florilegio di pezzi d’occasione, il programma si è rivelato una piccola e preziosa antologia esemplificativa dell’influenza del circo sulla musica colta del primo Novecento: gli squilli e il colore iberico della Fanfarria da El Circo op. 68 di Joaquín Turina; l’ironia lieve di Il circo arriva (Der Zirkus kommt!) dalle Capriolen op. 32 di Eugen d’Albert; le due tessere catalane di Manuel Blancafort tratte da El parc d’atraccions – L’orgue dels cavallets, con il suo organetto da giostra che gira su sé stesso, e la Polca de l’equilibrista, sospesa come la funambola che descrive, pagine di un impressionismo di marca francese che Ricardo Viñes tenne a battesimo nella Parigi degli anni Venti; la notissima Entrata dei gladiatori op. 68 di Julius Fučík, marcia che da oltre un secolo richiama immancabilmente il tendone; a chiudere, il ritmo sincopato di Cakewalk del Golliwogg’s Cakewalk dal Children’s Corner di Claude Debussy, con la celebre, beffarda citazione del Tristanowagneriano incastonata nel mezzo. Di Nardi non si apprezza soltanto la tecnica sopraffina e il pathos con cui esegue i brani proposti; ciò che lo distingue è la dedizione con cui riporta alla luce musiche dimenticate o quasi mai eseguite, un’operazione culturale importante: rovistare nell’oblio del tempo per estrarne autentiche perle, come appunto quelle di Blancafort o di d’Albert, che il grande circuito concertistico continua a ignorare.

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Il secondo momento è stato affidato al trio formato da Luca Lucchetta (clarinetto), Francesco Martignon (violoncello) e Gianluca Sfriso (pianoforte), in un omaggio a Nino Rota costruito su un versante poco frequentato: non l’autore delle celeberrime colonne sonore, che il grande pubblico riconduce a Fellini, ma il musicista cameristico, raffinato artigiano di forme classiche e suggestivo melodista. Il percorso si è aperto con Lo spiritismo nella vecchia casa per clarinetto solo (1950), pagina dichiaratamente programmatica in cui lo strumento, lasciato a sé stesso, evoca scricchiolii e presenze con un’ironia che sfiora il mistero; a seguire la breve Ippolito gioca per pianoforte solo (1930), schizzo giovanile di mano leggera. Con l’Allegro danzante per clarinetto e pianoforte (1977) e la Sonata in re per i medesimi strumenti (1945) è emersa l’altra cifra rotiana: la cantabilità limpida, l’equilibrio neoclassico, una grazia che non teme l’orecchiabilità. Il Trio per clarinetto, violoncello e pianoforte (1973), il brano più ambizioso della serata, ha mostrato il Rota costruttore, capace di tenere in dialogo serrato voci dai timbri così diversi. I tre interpreti, che a questo repertorio hanno dedicato un’incisione discografica, ne hanno ben reso la profondità, l’oscillazione continua, come recitava il titolo dell’evento, tra gioco, incanto e mistero.

Un pomeriggio musical-cinematografico che è apparso come una vera dichiarazione di poetica del FLO.RE Festival: tenere insieme le arti, istituire un confronto tra memoria e presente, rammentare che la cultura, come l’acqua, vive soltanto se continua a fluire.

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