Casa Leopardi: scoperti affreschi del Cinquecento nella Biblioteca

A Recanati apre al pubblico la Sala degli Antichi. Sotto la Sala dei manoscritti riaffiora un ambiente più antico, che Giacomo forse vide

Casa Leopardi - Sala degli Antichi parte dell'affresco scoperto in Biblioteca - di Alessia de Antoniis
Casa Leopardi - Sala degli Antichi parte dell'affresco scoperto in Biblioteca
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

12 Giugno 2026 - 18.27


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di Alessia de Antoniis

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A Palazzo Leopardi riemerge la Sala degli Antichi: sotto gli intonaci della Biblioteca, un ciclo pittorico tra Cinque e Seicento che Giacomo potrebbe aver visto

A Recanati, nella Biblioteca di Palazzo Leopardi, questa volta non sono stati i libri a rivelare qualcosa di nuovo, ma i muri. Dietro strati di intonaco e carte dipinte accumulate nei secoli, è riemerso un ciclo pittorico tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento. Allegorie, finte architetture, scene sacre e profane, paesaggi, figure mutilate dal tempo eppure ancora capaci di trattenere lo sguardo.

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La nuova Sala degli Antichi, aperta ora al pubblico, nasce da una scoperta inattesa. A raccontare il senso dell’intervento è la contessa Olimpia Leopardi, discendente del Poeta: “Da sempre la nostra famiglia persegue la missione della salvaguardia dei luoghi amati e abitati da Giacomo; quelli in cui ha sognato, studiato, immaginato, poetato e vissuto gli anni che gli furono più dolci”. La Sala dei manoscritti, allestita dal conte Giacomo Leopardi, nipote omonimo del Poeta, per celebrare la memoria dello zio attraverso copie di manoscritti e prime edizioni, custodiva una stanza molto più antica. Con affreschi che forse Giacomo Leopardi vide.

I lavori che portarono alla copertura degli affreschi, infatti, furono eseguiti nel 1841, dopo la morte del Poeta. È quindi plausibile che quei decori fossero ancora visibili negli anni in cui Giacomo frequentava la Biblioteca paterna, durante il suo studio “matto e disperatissimo”.

Sulle pareti della Sala degli Antichi si dispiega una decorazione illusionistica che simula materiali preziosi, architetture, nicchie, cariatidi in bronzo dorato. Le figure allegoriche inquadrano scene più ampie, delle quali sopravvive una mutila Cacciata di Adamo dal Paradiso Terrestre. Adamo è ancora leggibile nella sua nudità, Eva è quasi perduta. 

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Nel registro superiore scorrono episodi di caccia, pellegrinaggio, vita nei campi. Paesaggi che richiamano l’orizzonte appenninico, figure in movimento, un mondo narrativo minore che convive con la solennità delle allegorie. E poi, soprattutto, una nave. Un’imbarcazione con le vele gonfie, presa in un mare agitato, associata a un motto biblico scritto su un cartiglio: in te confido.

La storia del ritrovamento è parte della sua bellezza. Nel 2024 erano iniziati i lavori per un intervento di consolidamento murario. I saggi preliminari avrebbero dovuto riportare alla luce un decoro ottocentesco, già noto. Invece sono emersi colori più antichi, inattesi, ancora sorprendentemente vivi. Il restauro è durato due anni: bisturi, scalpellini, microinterventi, consolidamenti continui, tempi di posa e asciugatura. Un lavoro in cui ogni avanzamento poteva diventare rischio.

Eppure qualcosa è rimasto. La tecnica del mezzo fresco ha contribuito alla tenuta della pellicola pittorica, nonostante lacune, abrasioni, vernici sovrapposte e polveri. Tra gli elementi più suggestivi c’è anche la materia che aveva nascosto gli affreschi: una carta monocroma tardo ottocentesca dipinta su fogli di quotidiani dell’epoca. 

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La Sala degli Antichi non aggiunge soltanto un nuovo ambiente al percorso di visita di Palazzo Leopardi. Restituisce complessità a un luogo che spesso rischiamo di guardare attraverso un’unica lente: quella del Poeta. Casa Leopardi è certamente la casa di Giacomo, la Biblioteca in cui si formò, il palazzo da cui guardò il mondo. Ma è anche una dimora più antica di lui, abitata da generazioni, restaurata, modificata, coperta, riaperta.

La scoperta non spiega Leopardi, ma rimette il suo sguardo dentro uno spazio più ampio. Prima che Leopardi diventasse monumento, prima che la sua memoria venisse ordinata in manoscritti, prime edizioni e percorsi museali, quei muri erano già immaginazione. Avevano figure, simboli, naufragi, allegorie, paradisi perduti, scene di viaggio e affidamento.

Forse Giacomo li vide. Forse li attraversò distrattamente, come accade con le immagini domestiche che ci accompagnano per anni senza che sappiamo davvero guardarle. Forse si soffermò su quella nave, su quel motto, su quella cacciata dall’Eden. Non lo sapremo. Ma quella nave in tempesta, con le vele gonfie e il mare agitato sotto, somigliava già a qualcuno che da lì avrebbe scritto e il naufragar m’è dolce in questo mare.

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