di Luisa Marini
2026: Odissea in Italia per la parità di genere e i diritti delle persone Queer. Ancora troppe notizie ci parlano di uomini “abbandonati” che usano il femminicidio uccidendo donne colpevoli solo di voler uscire dalle maglie di un patriarcato ancora troppo diffuso. Ragazzi gay e ragazze lesbiche, bullizzati nella realtà e negli ambienti virtuali, vivono la loro quotidianità senza serenità e in alcuni tristi casi non ce la fanno e scelgono la strada del suicidio. Chi è trans, poi, ancora deve seguire strade troppo burocratiche ed essere oltretutto espost* a incomprensione o, peggio, ridicolizzazione.
Queer è quella parola, intraducibile in italiano e perciò tenuta in lingua originale, che indica tutto ciò che esce dai canoni di una supposta “normalità” (da norma), termine che in Italia continua a nascondere molte ipocrisie e status quo; si tratta in pratica di un “termine ombrello” per chi non si riconosce nelle categorie binarie tradizionali di sesso e genere.
Rispetto a molti altri paesi europei, infatti, il divers*, di qualsiasi tipo, da noi genera ancora paura, invece di caratterizzare chi, senza il peso del giudizio degli altri, è semplicemente una persona che persegue l’aderenza al proprio essere, che spesso passa anche dalla sessualità. Per tacere di chi si trova ai margini della “ruota del privilegio”, tra cui, insieme agli italiani sopra la soglia di povertà, tanti popoli immigrati che hanno generato in Italia figlie e figli che sono per legge cittadine italiane e cittadini italiani a tutti gli effetti, ma che purtroppo tutti i giorni sono ancora vittime di episodi razzisti.
L’attuale governo – per limitarci al nostro paese – di fatto ignora il diritto alla felicità di ognun*, manipolando la realtà della società italiana a sua immagine e attuando politiche che, come prova Tomaso Montanari nel suo ultimo libro La continuità del male, affondano le radici nel Fascismo storico. La Costituzione italiana non menziona esplicitamente tale “diritto alla felicità”, tuttavia lo stesso principio è implicitamente garantito nell’Articolo 3 che, dopo aver sancito pari dignità sociale ed uguaglianza davanti alla legge di tutti i cittadini “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’uguaglianza, impedendo il “pieno sviluppo della persona umana”.
In questo scenario, la non accettazione delle diversità – una parità di genere che non sia solo tra maschile e femminile, ma vada a toccare tutte le persone, senza distinzioni di sorta o, peggio, ghettizzazioni – passa dal linguaggio, verbale e scritto: ad esempio con l’uso del maschile sovraesteso, che ancora oggi è accettato spesso senza chiedersi perché dovrebbe essere più corretto utilizzare altre modalità di espressione inclusiva – significativo a tal proposito che chi è a capo dell’attuale Governo si schieri chiaramente nel discorso, scegliendo di farsi chiamare “il” Presidente del Consiglio. Un linguaggio che trova la propria espressione peggiore in quello dichiaratamente d’odio, diffuso nelle cosiddette “camere dell’eco” sui social media, dove non solo in Italia le nuove destre veicolano i propri messaggi per ottenere consenso, specialmente tra i giovani e giovanissimi, con conseguenze che ormai sempre più spesso riempiono le cronache.
Quando si parla di dicotomie (o binarismo) di genere, si indica la classificazione sociale e culturale degli individui nelle sole due categorie distinte e opposte: maschile e femminile; questo sistema si fonda sull’assunto (non presente in natura) che sesso biologico e identità di genere debbano coincidere perfettamente, creando aspettative rigide su come gli uomini e le donne debbano apparire, comportarsi e relazionarsi. Dalla natura, dunque, si passa direttamente all’aspettativa sociale.
Alla base delle teorie del Fascismo storico, l’uomo doveva essere dominante e la donna sottomessa e considerata solo in quanto generatrice; emblematica, a tal proposito, la celebre frase “La guerra sta all’uomo, come la maternità alla donna” che Benito Mussolini pronunciò per la prima volta durante il discorso al Parlamento del 26 maggio 1934, racchiudendo in poche parole la visione del regime fascista sui ruoli di genere.
Si metteva in pratica una violenza sotto la quale, dagli anni Venti ai Quaranta del Novecento, soffrì chiunque non rientrasse in questi canoni imposti, tanto più i molti omosessuali, uomini e donne, messi al bando, deportati, chiusi nei campi di concentramento. Tornano alla mente i personaggi interpretati da Sofia Loren e Marcello Mastroianni nel film di Ettore Scola del 1977 “Una giornata particolare”, quella in cui entrambi, lei moglie serva e lui intellettuale gay, si trovano ai margini dell’entusiasmo per la visita di Hitler a Roma, avvenuta tra il 3 e il 9 maggio del 1938, grandioso evento di propaganda organizzato da Mussolini per celebrare l’Asse Roma-Berlino.
E oggi? Molto si è fatto, ma ancora molto resta da fare, contro una “cultura” patriarcale che continua a permeare larghi ambienti della nostra società facendodanni, ma che è promulgata senza vergogna dai nuovi Fascismi.
