di Alessia de Antoniis
Curatrice della sezione Demo di Inventaria – La festa del teatro off, Flavia Germana de Lipsis è co-direttrice artistica del festival insieme a Pietro Dattola. Giunta alla XVI edizione, la manifestazione organizzata dalla compagnia DoveComeQuando torna su quattro palcoscenici romani — Spazio Nous, Teatro Trastevere, Teatro Tordinona e Teatro Basilica — dal 15 maggio al 17 giugno 2026, con sette spettacoli, sei demo e una rete di 34 partner in 13 regioni. Con lei abbiamo parlato dello stato della scena, della fragilità come materia drammaturgica, e di cosa significhi resistere senza farne una retorica.
Quasi nessuno spettacolo in programma parla di riconciliazione. Guerra, collasso, algoritmi, sopravvivenza. È il teatro che avete scelto o quello che oggi vi arriva addosso?
Non è un genere necessario di cui andiamo in cerca. Ma evidentemente, se fatto bene, è un teatro che oggi risuona. C’è talmente tanta fragilità, paura e disorientamento in circolazione che sembra sensato offrirne un’elaborazione sul palco: un rito dovuto e utile, una specie di atto collettivo a ricomporre il puzzle del mondo.
Esiste ancora una distinzione netta tra teatro civile, politico e intimo, o è tutto intrecciato?
È tutto intrecciato. È la stagione dei corpi e degli anticorpi. Difficile mantenere compartimenti stagni perché il lavoro nasce e si radica laddove ci sono bisogni non colmati, che spesso risiedono nella dimensione civile, che è anche politica, che risponde a un bisogno intimo. Questo agevola l’unicità dell’opera teatrale e la sua distanza dalla riproduzione seriale di genere, di cui oggi siamo invasi. A maggior ragione se questo intreccio non c’è, il lavoro cede il passo e non sopravvive al tempo.
La sezione Demo lavora su studi brevi, ancora inediti, su materiali non compiuti. Cosa cerca in una forma ancora così embrionale: una promessa, una necessità, una ferita aperta?
Direi tutte e tre le cose. In ogni lavoro embrionale esiste, dovrebbe esistere, è bene che esista, una promessa che deve essere una necessità per chi mette in piedi l’opera, che spesso coincide con una ferita aperta. In definitiva, da qualche parte ogni necessità è una ferita, e la promessa è lo strumento con cui si cerca di realizzarla.
Molti lavori stanno in bilico tra ironia e disastro. Quanto conta attraversare temi duri senza trasformarli in teatro a tesi?
È fondamentale. Ogni lavoro a tesi è superabile e superato da altri mezzi espressivi che non sono il teatro. Documentari, saggi, fotografie.
Un lavoro a tesi fa perdere interesse, appiattisce il ragionamento ed è in qualche modo fallimentare. Ogni tema, per duro e contraddittorio che sia, va affrontato capendo cosa lega chi fa quel lavoro a quel tema, e trasformandolo in altro: in una sostanza e forma che permetta di comprenderlo come mai prima d’ora.
Nel programma compaiono famiglie difensive, algoritmi, guerra, migrazione, violenza. Che immagine della nuova scena italiana emerge dalle Demo?
Una scena frastagliata, sensibile, un po’ ammalata nella fantasia da questo tempo. Una scena che non possiede molti mezzi ma sente cosa non funziona e tenta di restituirlo con franchezza, disperazione, cinismo e fatica. In fondo al pozzo qualcosa si agita. Però bisogna avere, e dare, il tempo necessario all’ascolto. Altrimenti non esiste.
È ancora possibile raccontare la nuova scena senza usare il lessico della performance?
Noi proviamo da sempre a farlo. Le opere scelte, gli artisti coinvolti, sono frutto di lavori artigianali. Il motivo per cui esiste Inventaria nasce da un lavoro analogico, vecchio stampo: una tela di rapporti tessuta passo passo, nel tempo, tra fatiche e incertezze. È la scena odierna che si ammala di performativo, della necessità di essere sempre unici, sempre visibili. Spesso anche per ragioni economiche. Ma c’è differenza tra riflettere su un tema e usarne il linguaggio. La nuova autorialità passa attraverso la performance, ma deve attraversarla, non fermarsi lì. Abbiamo più bisogno di sintassi teatrale che di grammatica teatrale.
A forza di sopravvivere, il teatro indipendente rischia di fare della sopravvivenza una poetica?
È una provocazione che sentiamo spesso. Chi di noi oggi non sopravvive, fuori e dentro il teatro? La sopravvivenza dovrebbe essere oggetto di ogni atto teatrale — sennò non vale la pena né farlo né andarci. Il problema della povertà teatrale, del limine della sussistenza, è politico e culturale. Volutamente ignorati dalle istituzioni, culturalmente bypassati dal nulla tecnologico, sempre schierati singolarmente e mai come fronte unico, la politica ci scavalca con una facilità imbarazzante. Siamo l’ultima ruota del carro. E ci sta bene che sia così — sennò sarebbe già cambiato qualcosa.
Cosa vi spaventerebbe di più: un teatro indipendente che scompare o uno che viene assorbito e diventa innocuo?
Sicuramente la seconda. Un teatro indipendente scomparso è un fatto drammatico ma dignitoso — meglio spezzati che piegati. Ma un teatro indipendente assorbito e innocuo non ha senso: è una contraddizione in termini, è già morto. Se fosse così, è finito il motivo per cui si fa teatro. È finita la scintilla, il conflitto, il problema. Meglio un funerale ufficiale che una fine bastarda.
Inventaria – La festa del teatro off, XVI edizione. Roma, 15 maggio – 17 giugno 2026. Spazio Nous, Teatro Trastevere, Teatro Tordinona, Teatro Basilica.
