Inventaria: il teatro indipendente e la paura di diventare innocuo

Flavia Germana de Lipsis, co-direttrice del festival, difende il teatro off come luogo di conflitto, ascolto e resistenza culturale

Flavia Germana de Lipsis - Festival Inventaria - Intervista di Alessia de Antoniis
Flavia Germana de Lipsis - co-direttrice artistica del Festival Inventaria
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

4 Giugno 2026 - 21.52


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di Alessia de Antoniis

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Curatrice della sezione Demo di Inventaria – La festa del teatro off, Flavia Germana de Lipsis è co-direttrice artistica del festival insieme a Pietro Dattola. Giunta alla XVI edizione, la manifestazione organizzata dalla compagnia DoveComeQuando torna su quattro palcoscenici romani — Spazio Nous, Teatro Trastevere, Teatro Tordinona e Teatro Basilica — dal 15 maggio al 17 giugno 2026, con sette spettacoli, sei demo e una rete di 34 partner in 13 regioni. Con lei abbiamo parlato dello stato della scena, della fragilità come materia drammaturgica, e di cosa significhi resistere senza farne una retorica.

Quasi nessuno spettacolo in programma parla di riconciliazione. Guerra, collasso, algoritmi, sopravvivenza. È il teatro che avete scelto o quello che oggi vi arriva addosso?

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Non è un genere necessario di cui andiamo in cerca. Ma evidentemente, se fatto bene, è un teatro che oggi risuona. C’è talmente tanta fragilità, paura e disorientamento in circolazione che sembra sensato offrirne un’elaborazione sul palco: un rito dovuto e utile, una specie di atto collettivo a ricomporre il puzzle del mondo.

Esiste ancora una distinzione netta tra teatro civile, politico e intimo, o è tutto intrecciato?

È tutto intrecciato. È la stagione dei corpi e degli anticorpi. Difficile mantenere compartimenti stagni perché il lavoro nasce e si radica laddove ci sono bisogni non colmati, che spesso risiedono nella dimensione civile, che è anche politica, che risponde a un bisogno intimo. Questo agevola l’unicità dell’opera teatrale e la sua distanza dalla riproduzione seriale di genere, di cui oggi siamo invasi. A maggior ragione se questo intreccio non c’è, il lavoro cede il passo e non sopravvive al tempo.

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La sezione Demo lavora su studi brevi, ancora inediti, su materiali non compiuti. Cosa cerca in una forma ancora così embrionale: una promessa, una necessità, una ferita aperta?

Direi tutte e tre le cose. In ogni lavoro embrionale esiste, dovrebbe esistere, è bene che esista, una promessa che deve essere una necessità per chi mette in piedi l’opera, che spesso coincide con una ferita aperta. In definitiva, da qualche parte ogni necessità è una ferita, e la promessa è lo strumento con cui si cerca di realizzarla.

Molti lavori stanno in bilico tra ironia e disastro. Quanto conta attraversare temi duri senza trasformarli in teatro a tesi?

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È fondamentale. Ogni lavoro a tesi è superabile e superato da altri mezzi espressivi che non sono il teatro. Documentari, saggi, fotografie.

Un lavoro a tesi fa perdere interesse, appiattisce il ragionamento ed è in qualche modo fallimentare. Ogni tema, per duro e contraddittorio che sia, va affrontato capendo cosa lega chi fa quel lavoro a quel tema, e trasformandolo in altro: in una sostanza e forma che permetta di comprenderlo come mai prima d’ora.

Nel programma compaiono famiglie difensive, algoritmi, guerra, migrazione, violenza. Che immagine della nuova scena italiana emerge dalle Demo?

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Una scena frastagliata, sensibile, un po’ ammalata nella fantasia da questo tempo. Una scena che non possiede molti mezzi ma sente cosa non funziona e tenta di restituirlo con franchezza, disperazione, cinismo e fatica. In fondo al pozzo qualcosa si agita. Però bisogna avere, e dare, il tempo necessario all’ascolto. Altrimenti non esiste.

È ancora possibile raccontare la nuova scena senza usare il lessico della performance?

Noi proviamo da sempre a farlo. Le opere scelte, gli artisti coinvolti, sono frutto di lavori artigianali. Il motivo per cui esiste Inventaria nasce da un lavoro analogico, vecchio stampo: una tela di rapporti tessuta passo passo, nel tempo, tra fatiche e incertezze. È la scena odierna che si ammala di performativo, della necessità di essere sempre unici, sempre visibili. Spesso anche per ragioni economiche. Ma c’è differenza tra riflettere su un tema e usarne il linguaggio. La nuova autorialità passa attraverso la performance, ma deve attraversarla, non fermarsi lì. Abbiamo più bisogno di sintassi teatrale che di grammatica teatrale.

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A forza di sopravvivere, il teatro indipendente rischia di fare della sopravvivenza una poetica?

È una provocazione che sentiamo spesso. Chi di noi oggi non sopravvive, fuori e dentro il teatro? La sopravvivenza dovrebbe essere oggetto di ogni atto teatrale — sennò non vale la pena né farlo né andarci. Il problema della povertà teatrale, del limine della sussistenza, è politico e culturale. Volutamente ignorati dalle istituzioni, culturalmente bypassati dal nulla tecnologico, sempre schierati singolarmente e mai come fronte unico, la politica ci scavalca con una facilità imbarazzante. Siamo l’ultima ruota del carro. E ci sta bene che sia così — sennò sarebbe già cambiato qualcosa.

Cosa vi spaventerebbe di più: un teatro indipendente che scompare o uno che viene assorbito e diventa innocuo?

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Sicuramente la seconda. Un teatro indipendente scomparso è un fatto drammatico ma dignitoso — meglio spezzati che piegati. Ma un teatro indipendente assorbito e innocuo non ha senso: è una contraddizione in termini, è già morto. Se fosse così, è finito il motivo per cui si fa teatro. È finita la scintilla, il conflitto, il problema. Meglio un funerale ufficiale che una fine bastarda.

Inventaria – La festa del teatro off, XVI edizione. Roma, 15 maggio – 17 giugno 2026. Spazio Nous, Teatro Trastevere, Teatro Tordinona, Teatro Basilica.

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