di Mariano Sabatini
Qualcun altro meno generoso di Alessandro Morbidelli con il materiale di Trenta cani e un bastardo avrebbe fatto una storia fiume e non un racconto lungo o, meglio, il potente romanzo compresso che è. Compresso come una bomba innescata.
Fin dal titolo, il libro – appena uscito per le Edizioni Clandestine con le illustrazioni di Luca Morici – pone i lettori di fronte all’enigma della natura umana, in tutto simile a quella degli animali non umani; se non nella malvagità. Ché la malvagità è soltanto degli uomini.
Secondo la lezione di Karl Kraus, artista è colui che fa della soluzione un enigma. Morbidelli sa bene che non serve un delitto, per la precisione un omicidio, per nutrire il mistero: il crimine può essere diffuso, sotteso, sparso in un vapore malsano, intriso di perversione. È il caso di Trenta cani e un bastardo, in cui si scivola da subito nel gorgo, nel magma. Ci si invischia in una atmosfera zuppa di thanatos, sull’orlo del pericolo, del precipizio dell’anima, della rottura psicologica, dell’allarme sociale.
Un piccolo gioiello narrativo – non facile (vale la pena avvertire) da attraversare, non per tutti cioè, per i più impavidi quindi – che ricorda certi titoli di Stephen King, quelli in cui l’horror non chiama in scena mostri dai denti lunghi, non arruola clown satanici, non attinge al soprannaturale. Esiste infatti una narrativa nella quale la paura s’imbeve del profondissimo dell’inconscio: in questa Morbidelli è maestro. È tutta una questione di luce e di buio, apprendiamo. Lui il buio lo estroflette, lo dilata e ce lo squaderna, indagandolo in modo minuzioso. Addirittura ossessivo. Nulla più dell’ossessione induce lo sgomento.
Chi sarà il bastardo a cui l’autore fa riferimento nel titolo? E la nascita spuria afferirà alla genetica o all’educazione, alla cultura, al contesto ambientale? Bastardo congenito o per evoluzione?
Nella vulgata i cani si distinguono tra quelli di razza e i meticci, che una volta – in epoca di non politicamente corretto – venivano definiti per l’appunto bastardi. Ovvero i cani più resistenti, amabili, abbandonati e maltrattati del mondo: preziosa macedonia di caratteristiche, inclinazioni, originalità, stratificate solidità, peculiarità selezionate dai meravigliosi capricci della natura – non dalle ambizioni dell’uomo. Bestiole irripetibili, di solito sperse da cuccioli nelle campagne profonde o su strade trafficate; nel desiderio che magari qualche automobilista li finisca, sottraendoli alla visione e agli inutili sensi di colpa degli incivili abbandonatori.
Siamo tutti lì, col protagonista e il suo vecchio mentore; non anziano, non militante della terza età, vecchio, dolorante e sghembo, irriducibile tuttavia, che parla il dialetto marchigiano, che ha le mani ferite e sporche… siamo tutti là, nel puzzo di merda, tra i latrati, ci spostiamo da un box e all’altro. In tensione e attoniti. Siamo là, non ci sposteremo di là, neppure quando avremo chiuso il romanzo. Sarà impossibile scrollarsi di dosso le emozioni che Trenta cani e un bastardo trasferiscono. E neppure lo vorremo, in realtà. Benché non siano tutte emozioni gradevoli, consolatorie, edificanti, pur nella speranza che l’umanità possa avere la meglio.
Gli occhi di quella cagnolina torneranno a visitarci, come quelli di Buck, Zanna bianca, Cujo, Bendicò, Marley, Hachiko. Di tutti gli altri cani che scrittori dalla grande anima hanno voluto eternare nella letteratura. I cani poi sono letteratura di per sé e insegnano con la loro vita silente a chi sa comprendere. Gli manca la parola, si dice solitamente di un cane, ebbene non gli manca affatto. I cani non hanno bisogno di parole. Comunicato con i comportamenti, con i silenzi, con gli sguardi. Nella loro infinita sapienza non discriminano tra razza e bastardaggine. È il bastardo a distinguersi per le sue qualità eccentriche. C’è da imparare. Un bastardo umano può consentirsi la pietà, le lacrime, l’empatia. Ci fossero più bastardi, credetemi, il mondo andrebbe meglio. E bastardi possiamo diventarlo.
Da ultimo, una riflessione sulla scrittura di Morbidelli. Nella sua tastiera la lingua italiana diventa uno strumento strabiliante, certo non per manierismo né per la indubbia abilità dell’uso, piuttosto perché intrecciata a una sensibilità esorbitante. L’idioma gentile, come ebbe a definirlo Edmondo De Amicis, si fa più gentile nei romanzi di Morbidelli, assoggettandosi alle pretese dell’autore, impegnato nelle sue colluttazioni col buio, nel tentativo estremo di mostrare almeno un riflesso argenteo delle stelle. Ecco perché, a leggerlo bene, Trenta cani e un bastardo è un romanzo di incontenibili dolcezze. Bastardo come nessun altro.
