di Rock Reynolds
Ci si può creare un quadro di insieme di una nazione analizzandone le oscure traiettorie violente dei più noti assassini seriali? Non è una provocazione, ma non è neppure la premessa di un interessante libro, definito alla perfezione dal titolo stesso:
Manuale dei serial killer italiani (Mimesis, pagg 326, euro 20). A cura di Matteo Curtoni, Elisabetta Montanari e Maura Parolini e con la prefazione di Cristina Cattaneo, traccia una sequenza raccapricciante di profili di quelli che, a buon titolo, possono essere ritenuti i serial killer per eccellenza nella storia della Repubblica e persino di secoli precedenti italiani.
L’interesse degli autori non è una deformazione macabra e chi avrà la voglia di approfondire il discorso e leggere questo saggio se ne accorgerà immediatamente.
Di agevole fruizione, racconta principalmente la vita degli assassini seriali italiani più discussi, per poi presentare al lettore, a mo’ di appendice, una sezione finale in cui gli autori rispondono lucidamente a una serie di quesiti molto diffusi sul comportamento dei serial killer e sulla definizione formale dei criteri che li qualificano come tali.
L’Italia è un paese di misteri che spesso restano irrisolti e diversi casi di omicidi clamorosi assurti al clamore delle cronache hanno per anni, spesso decenni o, addirittura un intero secolo diviso la cittadinanza tra colpevolisti e innocentisti, categorie talvolta ammantate di significati ideologici se non apertamente politici.
Non a caso, tra le schiere di figure persino banali dalle menti malate e votate alla violenza cieca si sono inseriti casi di omicidi brutali legati a fermenti e insoddisfazioni popolari nei confronti di questo o quel governo.
Non c’è un ordine cronologico nella presentazione di ciascuno serial killer da parte degli autori e non si ha nemmeno la sensazione che a motivarne la successione vi siano altri tipi di scelte, ma il tono dell’opera è scientifico, rischiando talvolta di risultare asettico. In realtà, gli autori sono stati inappuntabili e, attraverso la loro ricostruzione sintetica e lucida, il lettore può farsi un ottimo quadro di insieme tanto delle motivazioni – ammesso che ve ne siano – dietro tanta violenza quanto delle trasformazioni del tessuto socioeconomico del nostro paese, soprattutto dal periodo fascista in poi.
E proprio nel contesto di un regime che vietava certe forme d’arte ritenute devianti – il jazz in primo piano, in quanto musica della razza inferiore dei neri – così come certi generi letterari – il riferimento non può che essere al noir, dal momento che il Fascismo negava ridicolmente l’esistenza del crimine, di cui si era intestato una fittizia cancellazione – si colloca uno dei capitoli più inquietanti della storia del Novecento italiano: le imprese criminose del “mostro di Roma”, con lo stupro e l’assassinio di una serie di bambine in tenera età nella capitale tra il 1924 e il 1927 e la conseguente diffusione di una psicosi collettiva. Ecco che il Partito Fascista, che con il rapimento e l’uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti il 10 giugno del 1925 aveva definitivamente gettato la maschera, distolse l’attenzione dalla violenza delle sue squadracce e dagli intenti totalitaristi di Mussolini, facendo della caccia al mostro una priorità propagandistica e, addirittura, dando in pasto a una stampa sempre più di regime un finto colpevole, Gino Girolimoni, un nome destinato a passare suo malgrado alla storia. Come scrivono gli autori, «la stampa diventa un organo piegato alle necessità del fascismo, che deve essere sempre esaltato nei suoi successi. Tutto il resto dev’essere taciuto e minimizzato». Così, anche quando la realtà dimostrò che in carcere era finito un innocente, una sua riabilitazione nell’immaginario collettivo non ci sarebbe mai stata.
Ma il profilo medio del serial killer presenta tratti particolari, spesso ricorrenti. I natali in famiglie disfunzionali in seno alle quali la violenza, l’indifferenza, la mancanza di affetto, certe componenti di sessualità patologica e le umiliazioni sono all’ordine del giorno. Così come un narcisismo patologico e, per gli uomini (che comunque sono la maggioranza), un forte dispregio per la donna. Per non parlare dell’isolamento sociale. Nell’Italia del dopoguerra, si aggiungono sovente a tali elementi anche povertà e mancanza di istruzione. E, naturalmente, tare mentali. Leggete a tal proposito l’appendice. Tra le domande più ricorrenti c’è quella classica: Serial killer si nasce o si diventa? Né l’una n’è l’altra cosa. «Gli studi psicologici e criminologici indicano che non si nasce serial killer in modo deterministico, ma che alcuni fattori possono aumentare il rischio.» Ma il destino, fortunatamente non è scritto.
Tra le figure di cui gli autori tracciano la triste parabola umana non possono mancare Leonarda Cianciulli (“la saponificatrice di Correggio”, mossa da una sete insana di rivalsa contro un destino che le aveva strappato 13 dei 17 figli); Michele Profeta (“il mostro di Padova”, figlio di buona famiglia, affetto da una sorta di delirio di onnipotenza, tra malattia del gioco e doppia vita); i delitti di “Ludwig”, una coppia di ragazzi bene, infarciti di dottrine suprematiste, vicini alla destra extraparlamentare, attivi soprattutto nel Nordest tra il 1977 e il 1984 con l’intento di ripulire la società dalla sua inutile feccia; Gianfranco Stevanin, il contadino del veronese che uccise almeno sei prostitute, seppellendone i cadaveri nel suo podere e a cui un incidente di moto che per poco non lo aveva ucciso ancora adolescente aveva sicuramente creato problemi neurologici pesanti. Ce ne sono tanti altri, come Angelo Izzo (“il mostro del Circeo), Donato Bilancia (“il killer dell’ascensore”), Giulio Collalto (“lo strangolatore di bimbi”).
E non può, naturalmente, mancare un’analisi sintetica ma ben fatta dei delitti del “mostro di Firenze” (su cui, malgrado le verità processuali e investigative, qualcuno tuttora intreccia storie che hanno il solo scopo di gettare polvere negli occhi della gente).
Interessante è la distinzione che gli autori fanno a proposito delle imprese delittuose delle “bestie di Satana”, della “Uno bianca” e di “Unabomber”, tutte degne di nota per la violenza che le ha contraddistinte e per il grande impatto sull’opinione pubblica nel momento in cui sono state attuate ma non etichettabili per svariate ragioni come classici esempi di crimini attuati da assassini seriali.
In ultima analisi, Manuale dei serial killer italiani è un ottimo strumento conoscitivo e una lettura decisamente convincente.
