di Alessia de Antoniis
Martedì 26 maggio, a Portici, Le Farfalle della Giudecca torna in sala in occasione dell’evento Dignità umana fuori e dentro il carcere, organizzato da Contro le Camorre “G. Franciosi” APS, dal presidio Libera Portici Teresa Buonocore, con il patrocinio di Women in Film, Television & Media Italia.
Il luogo è un bene confiscato alla camorra.
Presentato all’ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nella sezione Isola di Edipo, Le Farfalle della Giudecca è un documentario diretto da Rosa Lina Galantino e Luigi Giuliano Ceccarelli, con la voce narrante di Ottavia Piccolo. Racconta la Casa di Reclusione femminile della Giudecca.
“Il film è nato per caso, da una visita alla Giudecca per un documentario sugli orti di Venezia” racconta la regista Rosa Galantino.
Il documentario non ha ancora un distributore. La Rai lo ha rifiutato. Netflix non l’ha voluto. Eppure è uno dei pochi lavori recenti sul sistema carcerario italiano che sceglie di non sapere cosa hanno fatto, né quanto devono scontare.
Le donne detenute in Italia sono il 4,3% della popolazione carceraria, ospitate per lo più in sezioni di istituti maschili. Gli istituti interamente femminili sono tre. La Giudecca è uno di questi e il documentario apre a una domanda: quanto sia modello e quanto eccezione.
È dentro questa sproporzione che il documentario apre la sua domanda più scomoda: è un modello possibile o un’eccezione tale da sembrare irreale?
“Ci hanno colpito subito: una lavanderia efficiente, una sartoria, un laboratorio di cosmesi. E poi c’era tutto il tessuto associativo veneziano che vi gravitava intorno, perché la Giudecca non può essere raccontata disgiunta da Venezia – continua Galantino – La città ha una tradizione di associazionismo e di empatia rispetto anche ai luoghi di limitazione. Abbiamo sentito subito quanto fosse osmotico quel rapporto”.
Poi è arrivato il Padiglione della Santa Sede alla Biennale…
Come un meteorite. Eravamo quasi pronti a cominciare a girare, e si è congelato tutto. C’era l’allestimento, la visita del Papa, e soprattutto è partito questo progetto straordinario: le detenute come guide della Biennale. Nel racconto abbiamo inserito anche quella esperienza, che ha cambiato la prospettiva del film. Con Luigi Ceccarelli abbiamo deciso di fare un racconto il più possibile fedele a ciò che accadeva: senza edulcorarlo, ma anche senza indulgere in una narrazione voyeuristica.
Nel film non sappiamo quasi nulla dei reati, della durata delle pene. È una scelta forte.
Sì. Volevamo evitare quella curiosità morbosa che spesso accompagna i prodotti sul carcere: “Perché è lì? Che cosa ha fatto? Quanto deve scontare?”. Abbiamo scelto di incontrarle senza sapere perché fossero lì o quanto sarebbero rimaste. Mi sembrava l’unico modo onesto per spostare lo sguardo dalla colpa alla possibilità di ricostruzione.
Una scelta rara, nel panorama attuale del true crime…
Esatto. Non volevamo mettere a fuoco la colpa ma la riabilitazione. Come processo che comincia lì dentro, in un ambiente claustrofobico, pieno di limitazioni, e poi come prospettiva di ricostruirsi una vita una volta fuori. Il nostro obiettivo, e la nostra speranza, era che guardando il film si capisse che la riabilitazione non riguarda solo chi è dentro. Riguarda anche chi è fuori.
È un racconto corale: detenute, ma anche agenti di custodia, associazioni, la direttrice…
Se ci fosse stata solo la voce delle detenute, il racconto sarebbe stato zoppo. Volevamo sentire tutte le voci della Giudecca. E man mano che ci tornavamo, percepivamo che queste donne ci riconoscevano. Non come corpi estranei, ma come soggetti che cercavano di raccontare in maniera onesta quello che accadeva lì dentro.
Se penso al carcere, penso alle violenze di Santa Maria Capua Vetere. La Giudecca è un unicum nel panorama carcerario italiano?
Questa osservazione l’ho fatta anch’io. E continuo a pensare che la Giudecca sia un unicum. Intanto perché Venezia è una città diversa: non è un caso che proprio alla Giudecca sia stato messo il Padiglione della Santa Sede. E poi c’è la storia del luogo stesso, che nasce tra fine Cinquecento e metà Seicento come struttura per «riconvertire» le prostitute. Entravi e non uscivi più.
Anche il luogo cambia il suo karma?
Sì, è un’espressione perfetta. Alessandra, una delle detenute, dopo l’esperienza della Biennale, ha deciso di riscriversi all’università. Mi disse: “Questa esperienza mi ha riacceso il desiderio di studiare”. Quindi quel luogo, in qualche modo, oggi riconverte davvero, ma in un senso completamente diverso. È un luogo di detenzione, non solo di redenzione.
Però quando abbiamo proiettato il film nel carcere di Bergamo, dove la sezione femminile è piccola, con una quarantina di detenute, le donne ci hanno detto: “Anche qui facciamo attività, anche qui succedono cose”. A Bergamo, per esempio, esiste una situazione molto particolare: tre suore vivono h24 nella sezione femminile, accanto alle detenute.
Quindi sì, la Giudecca resta un unicum, ma non è l’unico luogo in cui accadono percorsi significativi. Il problema è che spesso queste esperienze restano isolate, poco raccontate, fragili. Se non diventano sistema, restano esperienze legate a singoli luoghi, singole direzioni, singoli operatori. Proprio il ponte con il fuori dovrebbe essere strutturale.
Quanto è fragile questa trasformazione una volta fuori?
Molto. La tessera che manca ancora è il ponte con il fuori. Questi percorsi di formazione e lavoro sono importanti: responsabilizzano, fanno crescere in consapevolezza, danno strumenti. Però quando queste persone escono, spesso sono abbandonate a loro stesse.
Il mondo fuori rimane diffidente. E la fiducia è fondamentale: fiducia degli altri, ma anche fiducia in sé. Se una persona sente di non essere accettata, ricostruirsi diventa difficilissimo.
Antonella, una delle detenute del film, ha appena finito di scontare la pena. All’invito per la proiezione pubblica ha risposto: «Non me la sento ancora». Adesso lavora in un’associazione, riceve un piccolo stipendio. È un inizio.
Una delle frasi più forti del film è: “La pena è mia, non è sua”. Lo dice una donna parlando del figlio.
Quello è uno degli aspetti più delicati del carcere femminile. Gli ICAM vengono spesso raccontati come la soluzione più umana, ma la realtà è molto più complessa. Ci sono donne che capiscono da sole che non riescono a crescere un bambino dentro quel contesto. È uno snodo emotivo e umano difficilissimo.
In Italia abbiamo solo cinque ICAM. Una detenuta potrebbe avere la famiglia a Palermo e l’ICAM più vicino a Catanzaro. Non ce l’hai dietro casa. Questo spezza reti familiari già fragili, soprattutto se ci sono altri figli che non vivono con la madre.
Quando abbiamo girato, c’erano due o tre bambini molto piccoli. Uno di un mese. Nel caso che hai visto, è stata la madre a scegliere di affidarlo alla nonna. Da una parte hai l’attaccamento da madre. Dall’altra devi scegliere cosa è meglio per tuo figlio. Ci sono situazioni in cui è meglio tenerlo in carcere, se fuori non c’è un contesto familiare sano.
Negli ultimi mesi molti operatori culturali denunciano nuove difficoltà: autorizzazioni più lunghe, restrizioni, accessi complicati. Lo avete sperimentato anche voi?
Sì, direttamente. Quando siamo tornati alla Giudecca lo scorso dicembre per proiettare il film alle detenute, abbiamo conosciuto la nuova direttrice. Stavamo immaginando altri progetti, ma lei ci ha subito detto: “Mandatemi le richieste con largo anticipo, perché sono entrate in vigore nuove disposizioni”.
Prima potevano bastare due o tre settimane. Adesso si parla anche di due mesi. Più permessi, più restrizioni sui materiali, procedure più farraginose. E non è solo la nostra esperienza: anche chi lavora in altri istituti conferma questa difficoltà. Questo Governo sta introducendo misure che, nelle intenzioni, forse vorrebbe contrastare la recidiva, ma che ostacolano proprio gli strumenti che potrebbero ridurla. È un meccanismo perverso e non è nemmeno necessario togliere le leggi per ottenerlo. Basta non dare le autorizzazioni. Formalmente hai tutto. Sostanzialmente non hai niente.
“Nel frattempo, le detenute della Giudecca sono diventate «le Farfalle». È così che vengono chiamate adesso. È forse la cosa più bella che porto nel cuore di questo lavoro”, conclude Rosa Galantino.
Una perplessità resta. Che un documentario sul carcere femminile presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, sostenuto dal Dicastero per la Cultura della Santa Sede e narrato da Ottavia Piccolo non trovi spazio nella televisione pubblica racconta, forse, che il problema non è soltanto ciò che accade dentro le carceri italiane, ma quanto poco il Paese voglia davvero guardarlo.
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