di Caterina Falconi
Mentre in tv si alternano spot sul cibo e sulle diete per perdere peso, il giornalista Piero Degli Antoni, scrittore sopraffino (aggettivo che ben si attaglia anche ai piatti gourmand), scrive un crime – “Morte di un dietologo” (Compagnia editoriale Aliberti) – che fin dalle prime pagine seduce il lettore e lo fagocita in una Bergamo descritta in una sequela di fotogrammi di vividezza cinematografica.
Dopotutto l’autore è anche sceneggiatore e sa imprimere alla propria narrazione il ritmo calibrato e incalzante di un film, senza però restare in superficie. Scava, infatti, con riflessioni mai pedanti, di grande acume, nei temi portanti del libro: la vita e la morte; gli appetiti e certi digiuni sentimentali e affettivi; il rapporto con il cibo, consolatorio, compulsivo; la semantica dell’obesità, quel dilatarsi per essere visti, oppure per barricarsi in una montagna di carne diventando inaccessibili agli abusi, o rimbalzare un’antica solitudine.
Il vicequestore Orlando Bevilacqua e il suo ispettore Saverio Panza (chissà perché il pensiero di chi scrive vola al romanzo di Cervantes) vengono incaricati di indagare sull’omicidio di un noto dietologo bergamasco, il dottor Philippe Magnagatti. Un’indagine condotta dall’ufficio che i due poliziotti condividono e per le strade della Città Alta e della Città Bassa, diretti alle abitazioni dei sospettati, rappresentazioni architettoniche della personalità degli occupanti. Una ex moglie scartata; un figlio degenerato; un calciatore di serie A descritto con una tenerezza che contagia il lettore; le amanti dell’ucciso; un mago luciferino sempre al corrente degli intrallazzi cittadini, che non manca mai di insinuare nuove piste raddrizzando il tiro delle indagini, e il cui antro rammenta ai lettori più cupi certe atmosfere del compianto David Lynch, o la tanto fraintesa ombra junghiana da cui l’ego attinge consapevolezza.
I dialoghi tra il vicequestore e l’ispettore, rodati da un’annosa collaborazione, ironici, sagaci, impreziositi dalle boutade surreali del superiore (che hanno indotto chi scrive a cercare la data di nascita di Degli Antoni per appurare se fosse dei Pesci, ché sono uno scrittore dei Pesci è capace di produrre delle metafore di tale irresistibile e originale comicità), ben rappresentano il rapporto tra i due; l’uno l’alter ego dell’altro. No, non si tratta della solita compresenza del poliziotto buono e del cattivo. Piuttosto, le personalità tanto diverse e complementari del vicequestore e dell’ispettore fanno pensare ai potenziali esiti, nella vita dello stesso individuo, degli opposti percorsi esistenziali intrapresi. Il vicequestore Bevilacqua, sovrappeso, malandato, accomodante, pacato, arguto e animato da un’implacabile seppur zavorrata urgenza investigativa, porta a termine l’indagine con modalità diverse da quelle dell’ispettore, tombeur de femmes, connesso al presente tecnologico, atletico e salutista.
Il lettore, in un primo momento perplesso di fronte alla voracità del vicequestore e al suo apparente cinismo, si lascia conquistare, pagina dopo pagina, dall’umanità di Bevilacqua, sino al finale spiazzante e amaro, per restare nel campo lessicale attinente al cibo.
I personaggi sono descritti in primis sul piano fisico: in forma o impediti dalla pancia, asciutti o arresi alle derive ponderali. Mentre le loro personalità, talvolta discutibili, affiorano nitidamente dai dialoghi scritti da una penna d’alto rango. Tuttavia, Degli Antoni riesce nel prodigio di ironizzare sulle apparenze, maestro del grottesco, senza scadere nel bodyshaming o negli stereotipi caratteriali.
Insomma, un libro che ingolosisce e attira, questo “Morte di un dietologo”, dalla narrazione apparentemente piana, quasi leggiadra, di certo brillante, eppure disseminata di spunti di densa riflessione, sull’impotenza di fronte al proprio corpo con le sue dipendenze e i suoi appetiti ciechi. Ma anche sulla giustizia perseguita a costo della vita.
Un gran bel romanzo.
