"Molto dolore per nulla" debutta al Narni Città Teatro

L'applauditissima stand up "tragedy" di Luisa Borini in anteprima al festival di Narni

Luisa Borini al Narni Teatro Festival - ph. Mattia Bernabei
Luisa Borini al Narni Teatro Festival - ph. Mattia Bernabei
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18 Giugno 2023 - 16.36


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di Alessia de Antoniis

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In anteprima per Narni Città Teatro, debutta al festival umbro “Molto dolore per nulla” di e con Luisa Borini, disegno luci di Matteo Gozzi.

“Molto dolore per nulla”, ovvero come confondere un piranha con un pesce rosso. Uno spettacolo carino, divertente, con un buon ritmo. Quel tipo di spettacolo ben recitato, che racconta piccoli ricordi che ti accomunano alla protagonista. Ricordo più, ricordo meno. Quegli episodi della tua fanciullezza, della tua adolescenza all’interno dei quali Luisa Borini ti lascia abilmente scivolare, che ti fanno entrare in amicizia con lei. Non importa se non l’hai mai vista, ma…hai così tante cose in comune. E lei è così simpatica, leggera. Le sue prime esperienze amorose, le sue fragilità, quelle piccole sviste che abbiamo avuto in tante. È la vita: si cresce anche così. Che sarà mai?

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E sei quasi felice per lei quando spicca il volo, quando trova l’anima gemella, quando lascia il nido per… Vabbè, non proprio gemella, ma siamo reali: la perfezione non esiste. Le principesse Disney stanno al cinema o nei parchi a tema. Lei è una giovane donna che si avventura sul sentiero di una nuova vita. Insieme. Ma insieme a chi?

Ma ormai è tardi e tu non hai più difese, l’hai seguita in un innocuo monologo dalle tinte tenui, dai colori primaverili. L’hai seguita nel suo viaggio…verso l’inferno. Hai condiviso il suo sogno…che si fa incubo. L’hai sentita raccontare del suo meraviglioso incontro…con Barbablù. E ormai entri ed esci con lei dalle sue sliding doors: l’amore che conosce la paura, il bisogno di essere scelta che nasconde l’incapacità di scegliersi. La passione con una sola, innocente, vocale sbagliata che si legge possesso.

Quella che porta in scena Luisa Borini è una riuscita stand up…tragedy. Una vita appesa a un filo, quello di un pendolo che oscilla tra emozione e terrore. La gioia fragile di una bolla di sapone che lotta per non scoppiare. La fuga verso la vita che diventa un volo leggero. La storia s-conosciuta di chi cerca fuori l’amore che non trova dentro, di chi chiede a un altro di amare la persona che non si ama: se stessa.

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Racconta Luisa: “Io sono una donna che ha amato troppo. Io sono una donna che credeva che senza un partner niente avrebbe avuto senso, io non avrei avuto senso. L’altro, qualsiasi altro fosse, era il mio lavoro, da tutelare, proteggere, gratificare, mettere al primo posto. Io non ero importante, a me interessava non essere abbandonata e per questo avrei fatto qualsiasi cosa. Poi, ad un certo punto, ho scoperto di non essere sola. Ho compreso che la mia sofferenza era la stessa di tante altre persone. Nel 2013 la “dipendenza affettiva” è stata inserita per la prima volta nel Dsm-5, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, il testo sacro degli psichiatri. È stato inoltre provato quanto essa riguardi tutti, senza distinzione di alcun tipo, proprio perché ha a che fare con una “educazione relazionale” che è fondamentale per conoscere le macro violenze e anche per riconoscere le micro violenze, quelle più subdole, sottili, che viaggiano nel sotterraneo.

“Molto dolore per nulla” è il racconto dei miei troppi amori troppo amati, intrecciato a storie di persone che negli anni ho incontrato, ascoltato, conosciuto, consolato. È anche però la storia di quando ci si sveglia, di quando si deve aprire gli occhi per salvarsi e ascoltare finalmente il vuoto di cui si ha così terrore, scoprendo di quanta ricchezza è pieno. “Molto dolore per nulla è il racconto di un dolore attraversato, da perdonarsi e persino da ringraziare perché è anche merito suo se si può guardare con un sorriso tenero e divertito a ciò che siamo stati e che siamo, e tutto questo non è nulla”.

Nelle note di regia, Luisa cita una frase dal best seller “Donne che amano troppo” di Robin Norwood: “Quando essere innamorati significa soffrire, stiamo amando troppo”.

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“Amare troppo” è il peggior ossimoro al quale molte donne si sono abituate per giustificare una realtà troppo dura da accettare: nella misura in cui innamorarsi significa amare troppo, vuol dire che si sta amando un’altra persona più di quanto non si ami la propria vita. Questo è un ossimoro, ma non all’interno di una frase. All’interno di un’esistenza.

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