di Alessia de Antoniis
Potremmo dire che Abracadabra è uno spettacolo sulla morte. Potremmo dire che è uno spettacolo di magia. Sarebbe vero, ma non abbastanza. In Abracadabra, la morte non entra come tema da affrontare, né come materia da nobilitare attraverso il teatro. Entra come urgenza. La morte della moglie di Francesco Scimemi, prestigiatore professionista da trent’anni, diventa il punto in cui uno spettacolo nato dall’innamoramento per la magia cambia natura: resta magia, ma diventa rito. Resta numero, trucco, apparizione, sparizione, ma ogni gesto smette di appartenere soltanto al repertorio dell’illusionismo e comincia a vibrare dentro una domanda più profonda: che cosa resta di una persona amata quando il suo corpo non c’è più?
Abracadabra ha un’anima che a uno spettacolo di magia, per quanto straordinario, manca. Scimemi porta sul palco una perdita reale, nominata, concreta. Ha perso la moglie per un cancro. Lo dice. E in quel momento il patto con il pubblico cambia: non si tratta più di stupire o affascinare, ma di riconoscersi. Chi in sala ha conosciuto la morte, smette di essere spettatore e diventa qualcosa di più vicino a un testimone.
Babilonia Teatri – compagnia fondata da Enrico Castellani e Valeria Raimondi – ha portato in scena Abracadabra – con Castellani, Raimondi, Scimemi ed Emanuela Villagrossi – al festival Up To You di Bergamo.
Uno spettacolo che non usa la magia come evasione dalla realtà, ma come linguaggio per stare dentro ciò che la realtà rende quasi impronunciabile. Il trucco non serve a consolare. Serve a dare una forma provvisoria all’invisibile. Le carte, il baule, il fuoco, la scala, la levitazione, la poltrona, il vestito rosso sospeso nel buio diventano dispositivi di contatto. Non spiegano il lutto, lo abitano.
La scena conserva un’estetica povera, popolare, quasi da avanspettacolo: tavoli, microfoni, oggetti da prestigiatore, una scala da ferramenta, sedie pieghevoli, fumo, luci nette. Babilonia Teatri non restituisce una solennità funebre, non costruisce un aldilà elegante. Lascia il dolore dentro una materia semplice, quotidiana, a tratti perfino buffa.
La donna in rosso – Emanuela Villagrossi – non appare mai come un fantasma in senso tradizionale. È troppo concreta per esserlo. Come quando entra nella poltrona al centro del palco: turchese, braccioli in legno chiaro, rotelle; il tipo di sedia che si trova nelle case dei nonni. La poltrona si apre come un armadio e lei vi entra. Chiusa nello schienale come se il mobile l’avesse inghiottita. Lui, Scimemi, si avvicina. Non sa che lei è lì. Guarda la poltrona vuota e soffre.
Ciò che nella vita accade nella mente di chi resta, l’impressione che una persona continui ad abitare gli oggetti, i luoghi, le stanze, qui diventa fatto scenico. Lei è davvero dentro l’oggetto. Può vedere lui avvicinarsi, guardarlo soffrire davanti alla sua assenza, ma non potrebbe reagire neanche se volesse. Un’assenza abitata. Un passaggio potentemente delicato di Abracadabra: il lutto non è solo mancanza, ma compresenza impossibile. Chi resta continua a vivere in un mondo fenomenico, fatto di cose visibili: sedie, letti, vestiti, fotografie, abitudini.
«Le stelle sono corpi morti che continuano a rilasciare luce». Chi muore non ritorna, non si ricompone magicamente, non viene salvato né da un Abracadabra, né dal teatro. Eppure continua a rifrangere luce sulle cose. La persona amata non è più raggiungibile, ma modifica ancora il mondo di chi resta.
Abracadabra è una storia d’amore. Il racconto di un legame che sopravvive alla fine del corpo e continua a cercare forme. Un racconto dove la magia diventa un modo per stare ancora accanto. Non per resuscitare, ma per evocare. Non per vincere la morte, ma per continuare a parlarle.
Francesco Scimemi porta in scena una presenza lontanissima dal mago ieratico o seduttivo. Il suo corpo è quotidiano, buffo, terrestre. La tuta, i gesti, l’apparente goffaggine, l’ironia, il rapporto diretto con il pubblico impediscono allo spettacolo di scivolare nella sacralità pesante. Scimemi resta un prestigiatore, ma anche un uomo attraversato da qualcosa di più grande del proprio mestiere. Ogni numero sembra chiedere alla tecnica di fare ciò che la vita non consente: far apparire, sparire, sospendere, trattenere.
La levitazione non è solo un effetto illusionistico. Il corpo sospeso di Emanuela Villagrossi appare fragile, vulnerabile, quasi sottratto alla gravità più per amore che per prodigio. Non c’è trionfo del trucco, ma un tentativo di trattenere il corpo da una caduta inevitabile. Una banalissima scala di alluminio diventa, senza perdere la propria povertà materiale, impalcatura rituale, ascesa, macchina scenica, tentativo umano di raggiungere un punto più alto pur sapendo che non basterà. Vestita di rosso, attraversa questi dispositivi come figura mobile tra assistente del mago, apparizione, corpo desiderato, reliquia, presenza postuma. Il rosso rompe il nero della scena con una forza quasi carnale.
Le scene clownesche della drammaturgia, non rompono l’emozione: le impediscono di diventare retorica. Il teatro di Babilonia vive anche di questo attrito tra sacro e buffone, tra rito e sberleffo, tra dolore e materia bassa.
È un’operazione sottile, quella di Castellani e Raimondi: dà una vita diversa a uno spettacolo che, altrimenti, sarebbe potuto restare un valido spettacolo di magia. Non aggiunge profondità dall’esterno, come un commento colto sopra il numero popolare. Fa esplodere dall’interno la potenza teatrale della magia stessa. Perché ogni trucco, se guardato dal punto di vista del lutto, contiene già una domanda: dov’è finito ciò che è scomparso?
Abracadabra è la parola infantile che promette il miracolo. Ma qui il miracolo non avviene mai nel senso ingenuo del termine. La morte non viene cancellata. Il lutto non viene superato. La persona amata non ritorna. E tuttavia qualcosa accade. Per un tempo limitato, in uno spazio condiviso, il teatro permette alla presenza e all’assenza di stare insieme. Non è poco. È quasi tutto.
Abracadabra
di e con Enrico Castellani, Valeria Raimondi, Francesco Scimemi, Emanuela Villagrossi – scene e costumi Babilonia Teatri – foto per Up To You Carlo Valtellina – produzione Teatro Metastasio di Prato – con il sostegno di Operaestate/CSC di Bassano del Grappa e Ariateatro Ets – visto a Up To You Festival, Bergamo, maggio 2026
