Marie France Ionesco parla del padre Eugène e del suo rapporto conflittuale con il teatro

Il Teatro della Pergola ospita la nuova versione di Ionesco Suite di Emmanuel Demarcy-Mota. Ospite alla conferenza stampa, la figlia del drammaturgo ha raccontato il rapporto del padre con il teatro

Marie France Ionesco parla del padre Eugène e del suo rapporto conflittuale con il teatro
Marie France Ionesco - foto di Filippo Manzini
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2 Aprile 2023 - 12.05


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di Irene Perli

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La già avviata collaborazione fra la troupe del Théâtre de la Ville di Parigi e quella del Teatro della Pergola mostra il suo primo esito con una nuova versione di Ionesco Suite in esclusiva italiana dal 30 marzo al 6 aprile al Teatro della Pergola di Firenze, nel Saloncino “Paolo Poli”. Lo spettacolo è diretto da Emmanuel Demarcy-Mota.

Il progetto al quale il Teatro della Pergola e il Théâtre de la Ville cooperano, ovvero L’Attrice e l’Attore Europei, si fonda su una visione del teatro del futuro, sulla fusione dell’espressione artistica a livello europeo, collaborando costantemente in un flusso spazio-temporale per trasmettere conoscenze e competenze: l’obiettivo ultimo è quello di formare un attore engagé, che impegni e si impegni in campo artistico e sociale anche su questioni sanitarie e scientifiche; un interprete capace di superare tanto i confini nazionali, quanto le barriere linguistiche, per unire differenti culture e dimostrare con il palcoscenico non ha limiti.

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L’ospite d’onore nella conferenza stampa di sabato 1° aprile 2023 all’Istituto Francese di Firenze è Marie France Ionesco, docente di lettere, traduttrice dal rumeno al francese e autrice, la figlia del drammaturgo Eugène Ionesco, maestro del teatro dell’assurdo al quale è dedicato Ionesco Suite.  In occasione dello spettacolo, basato su alcuni scritti di Ionesco, quali “Jacques, ovvero la sottomissione”, “Delirio a due”, “La cantatrice calva”, “La lezione”, “Exercises of conversation” e “French diction”, Marie France Ionesco commenta l’operato del padre nel suo percorso da spettatore a scrittore per il teatro, evidenziando la difficoltà del rapporto che Eugène Ionesco aveva con il teatro. 

Nel saggio “Notes et contre-notes” Ionesco afferma infatti di essersi messo a scrivere per il teatro perché lo odiava. La radice di questo rapporto conflittuale risiede nell’esecuzione di una pièce, che gli procurava solo malessere. “Non capivo come si potesse essere attore. – afferma Ionesco nelle sue note – L’attore per me faceva una cosa inammissibile, riprovevole. Rinunciava a sé stesso, si abbandonava e cambiava pelle. Come poteva accettare di essere un altro? L’attore faceva finta e questo è ancora peggio, perché molto disonesto.” Per gran parte della sua vita quindi Ionesco non è riuscito a fuggire da questo disagio procurato dall’impurezza del teatro recitato. 

In precedenza però, fino all’età di quindici anni, Ionesco adorava gli spettacoli di burattini in quanto gli rivelavano una “sensazione di estraneità del mondo”, e per descrivere ciò che il teatro dovrebbe esprimere, Ionesco ha sempre usato i seguenti termini: insolito, inverosimile, più vero del vero, grottesco, brutale e veritiero. Ma come è possibile trasmettere queste sensazioni, quando il teatro recitato gli appariva solo come un qualcosa di tedioso e innaturale?

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È soltanto quando ho scritto per il teatro per caso, – continua Ionesco – con l’intenzione di deriderlo, che mi sono messo ad amarlo a scoprirlo di nuovo in me, a capirlo e a esserne affascinato. E ho capito cosa dovevo fare. Esplorare la natura stessa della teatralità, fare tabula rasa per risalire alle fonti dell’arte teatrale.” La sua concezione di specificità risiede nella sperimentazione del dialogo. Il teatro ha il suo modo specifico di usare la parola: il dialogo è parola, combattimento e conflitto. A differenza dei romanzi, le cui parole seguono un pensiero coerente, nel dialogo si crea un conflitto: pensieri contraddittori possono essere liberi in una pièce teatrale. Il linguaggio è quindi la specificità più importante del teatro.

Ci sono però altri linguaggi oltre la parola: per il drammaturgo infatti “il teatro è sia visivo che auditivo e non è un seguito di immagini, ma un’architettura di immagini sceniche. Tutto è permesso nel teatro: incarnare personaggi, ma anche materializzare le angosce. Inoltre è raccomandato far recitare gli accessori, far vivere gli oggetti, animare le scenografie, Così come la parola è continuata dal gesto, al momento in cui essa diventa insufficiente gli elementi scenici possono amplificarla.”

L’essenza teatrale di Ionesco risiede quindi nell’esagerazione e nell’eccesso di ogni suo aspetto, spingendo il teatro oltre la pallida ironia e commedia da salotto. Ionesco realizza quindi un teatro violentemente comico e violentemente drammatico, come si vede nella sua prima opera La cantatrice calva”: le verità elementari che i personaggi si scambiano diventano folli. Il linguaggio si disarticola tanto quanto i personaggi. Il testo, composto di espressioni fatte e cliché ne rivela gli automatismi del linguaggio, del comportamento delle persone che parlano ma che non hanno nulla da dire a causa dell’assenza di vita interiore causata della meccanica del quotidiano. Non sanno più parlare perché non sanno più pensare; non sanno più pensare perché non sanno più commuoversi e non hanno più passioni. Queste persone possono diventare chiunque in qualunque posto, perché non essendo sono solo altre, sono intercambiabili e vivono in un mondo impersonale. Sono sostituibili le une alle altre e nessuno se ne accorgerà. 

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L’obiettivo di Ionesco era quindi mettere in scena una critica, una parodia del teatro e del linguaggio vuoto utilizzato dai borghesi. Il suo è un teatro della derisione, ma non è la società ad essere derisoria: è l’uomo. Ionesco Suite riporta in scena i testi del maestro dell’assurdo e incarna il rifiuto della trama: il colpo di scena non è adoperato per far avanzare l’intreccio ma per stupire lo spettatore, per concedergli una risata, riscattarlo dalla tensione. Il personaggio si disgrega lasciano trapelare l’essere umano sottostante, i dialoghi sono portati allo sfinimento per far emergere la difficoltà del vivere nella società. È un mosaico di frammenti dove le attrici e gli attori rinunciano alla sacrosanta costruzione del personaggio e si scambiano di ruolo nell’atto di passarsi un bicchiere.

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