Rivoluzione in Arabia Saudita: dalla protesta alla legge: finalmente le donne possono guidare

Il decreto del principe Mohammed Bin Salman revoca il vecchio divieto delle donne al volante

una delle prime donne con la patente in Arabia saudita

una delle prime donne con la patente in Arabia saudita

globalist 5 giugno 2018

Potranno andare in strada dal 24 giugno, ma già da oggi le prime donne dell'Arabia Saudita hanno ricevuto la patente di guida. Il cambiamento epocale in uno dei paesi più conservatori del mondo arabo arriva oggi grazie al decreto del principe Mohammed Bin Salman che revoca il vecchio divieto delle donne al volante. 


La notizia si è diffusa rapidamente anche grazie a un video su Twitter già diventato virale: una donna che riceve la patente da un poliziotto saudita in uniforme. 


La lotta per la patente delle donne non è certo recente, ma un anno e mezzo fa il miliardario filantropo Alwaleed bin Talal ha messo il regno wahabita di fronte a una realtà: tenere le donne lontane dal volante è innanzitutto un danno per l'economia. Se sia stato il tweet del 30 novembre 2016 a ispirare Mohamed bin Salman, alla guida del progetto modernizzatore 'Vision 20130', è da vedere, ma merita di essere raccontata la storia della voce inedita che si unì al coro delle donne saudite che invocavano il diritto di guidare. "Basta discuterne, è arrivato il momento per le donne di guidare" twittava bin Talal. Meno di un dieci mesi dopo il divieto viene meno.


La singolare uscita pubblica di Alwaleed bin Talal non stupisce più di tanto, se si considera la sua biografia: il miliardario è un noto filantropo, da anni schierato per un avanzamento delle donne nella società. Fra gli innumerevoli nipoti di Ibn Saud, fondatore del Regno wahabita, non ricopre incarichi istituzionali ma presiede la Kingdom Holding Co, società quotata per 18 miliardi di dollari in borsa nel 2013, con investimenti in diversi settori, dalla tecnologia all'immobiliare, fino all'agricoltura e al petrolchimico. È il maggiore azionista del gigante bancario americano Citigroup, il secondo nella 21st Century Fox e possiede il Four Seasons Hotel George V a Parigi e parte del Plaza. Cresciuto in Libano, dopo la separazione dei genitori, ha frequentato l'accademia militare di Riad, per poi proseguire gli studi in economia e commercio in California, con un master alla Syracuse University.


Per il suo impegno benefico e a favore dell'emancipazione femminile, il 61enne principe saudita è stato associato all'americano Warren Buffett. A beneficiare di milioni di dollari non sono state solo le vittime dello tsunami del 2014 nel sud-est asiatico e la causa palestinese, ma anche, per esempio, Hanadi Zakaria al-Hindi, divenuta nel 2014, grazie al suo sostegno economico, il primo pilota donna su aerei di linea in Arabia Saudita, dopo aver condotto per 10 anni il jet privato del principe.


A favore della revoca del divieto, il miliardario saudita ha indicato esplicitamente motivazioni economiche, sottolineando lo spreco di tempo, denaro e forza lavoro che questo comporta per il Regno. In un lungo scritto, che appare sul suo sito, il principe sottolinea come impedire alle donne di guidare oggi sia una questione di diritti simile a quella che fino a 50 anni fa impediva loro di accedere all'istruzione o avere un'identità indipendente. "Tutti atti ingiusti da parte di una società tradizionale, molto più restrittiva di quanto sia legalmente consentito da tutti i precetti della religione". 


Secondo Alwaleed, "oltre a riguardare i diritti, è un tema economico, sociale e di sviluppo": le statistiche del 2015 indicano, infatti, che sono quasi 1,6 milioni le donne saudite che lavorano. L'impossibilità di giungere al luogo di lavoro con un proprio mezzo, costrigendole invece ad affidarsi a trasporti pubblici, taxi o autisti stranieri, pone seri problemi allo sviluppo economico del Paese. Senza contare che per questioni di salute, un ricovero in ospedale o visite specialistiche, sono i parenti maschi a dover prendere un permesso dal lavoro per accompagnare mogli e figli. "Questa situazione - conclude con forza il principe - ha un costo per l'economia nazionale, minando la produttività della forza lavoro". 


Eppure, appena ad aprile 2016, presentando proprio il piano Vision 2030 per una diversificazione dell'economia e un più ampio ingresso nel mondo del lavoro dei sauditi, donne comprese, il vice principe ereditario Mohammed bin Salman aveva sostenuto che i cambiamenti sociali non si possono forzare. Quanto al divieto delle donne di guidare, aveva sottolineato che "la società finora non si è persuasa" della necessità di modificare la situazione esistente. 


La battaglia delle donne saudite ha avuto il suo battesimo nel 1990, quando a decine si misero al volante per protesta. Furono imprigionate per 24 ore, gli venne confiscato il passaporto e alcune di loro persero il lavoro. Nel 2007, si passò alle petizioni: l'Associazione per la Protezione e la Difesa dei Diritti delle Donne in Arabia Saudita presentò a re Abdullah 1.100 firme a sostegno di un documento in cui si chiedeva la revoca dell'interdizione. Tra le promotrici, c'era Wajeha al-Huwaider, protagonista l'anno successivo di un video su You Tube in cui si mostrava al volante di un auto, mentre guidava all'interno di un complesso residenziale. Le immagini suscitarono l'attenzione internazionale.


Wajeha al-Huwaider guida nel Giorno Internazionale delle Donne 


Nel 2011, un gruppo di donne lanciò la campagna Women2Drive, un vero e proprio appello all'azione. Su Facebook, l'iniziativa guadagnò consensi e oltre 10mila persone espressero sostegno. A maggio, l'attivista Manal al-Sharif si fece filmare mentre guidava, le immagini furono postate e lei venne arrestata e poi rilasciata. Il mese dopo, un'altra donna seguì il suo esempio, con la stessa sorte, ed episodi simili seguirono nei mesi successivi. Nel novembre 2014, riscosse interesse l'arresto di Loujain al-Hathloul: l'attivista, in possesso di una patente degli Emirati arabi uniti, guidò da Abu Dhabi fino al confine con l'Arabia Saudita e tentò di attraversarlo, ma venne arrestata e passò 73 giorni in prigione. Il video, caricato su You Tube, ebbe 800mila visualizzazioni e 3mila commenti, divisi tra sostenitori e critici. L'anno prima, con il marito accanto, si era filmata mentre tornava a casa a Riad, guidando.


Loujain al-Hathloul, arrestata e incarcerata nel 2013 per aver sfidato il divieto di guidare


Se tutti sono concordi nel sostenere che non ci sia una giustificazione religiosa, sulle motivazioni del divieto le spiegazioni si moltiplicano. Interrogato in proposito durante una trasmissione nel 2015, lo storico Saleh al-Saadoon lo giustificò sostenendo che pone in una situazione di rischio per le donne saudite: in caso di guasto, per esempio, si ritroverebbero alla mercè di malintenzionati. Diversa la situazione per le donne occidentali, proseguì, sostenendo che per queste lo stupro "non sarebbe un gran problema". 


Due anni prima a destare scalpore, e una valanga di critiche, era stato Saleh bin Saad al-Luhaydan, consulente giuridico e psicologico dell'Associazione dei Psicologi del Golfo, convinto che stare al volante "potrebbe avere un impatto negativo fisiologico" sulle donne, con "effetti su ovaie e pelvi". "Ecco perché riscontriamo nelle donne che guidano continuamente le auto, figli con disfunzioni cliniche di varia entità".



  • Divieto di indossare abiti o truccarsi in modo da mostrare la loro bellezza. Le donne in pubblico usano l'abaya, la lunga veste nera che le copre dalla testa ai piedi, e a volte, oltre l'hijab, applicano anche il niqab, che nasconde il volto lasciando solo una fessura per gli occhi

  • Divieto di incontrare, frequentare e intrattenersi con uomini che non facciano parte della famiglia. Nella maggioranza dei luoghi pubblici, comprese università e banche, sono previste entrate separate. Una segregazione in vigore anche negli uffici, trasporti pubblici, parchi di divertimento e luoghi all'aperto

  • Divieto di frequentare una piscina, se non è quella privata di casa o specificatamente dedicata alle sole donne, in palestre e spa apposite

  • Partecipare liberamente alle competizioni sportive. Ai Giochi Olimpici di Londra nel 2012, Riad inviò per la prima volta delle atlete, a capo coperto e accompagnate da un tutore di sesso maschile

  • Provare capi di abbigliamento nei camerini dei negozi


Ci sono, inoltre, tutta una serie di attività che richiedono l'autorizzazione scritta del tutore maschio, una condizione che resta in vigore dalla nascita alla morte: le donne passano dal controllo del padre a quello del marito, a volte del fratello o anche del figlio, senza soluzione di continuità.


A una donna adulta serve il permesso per:



  • richiedere il passaporto e viaggiare all'estero

  • sposarsi

  • uscire di prigione

  • lavorare

  • accedere ai servizi sanitari

  • studiare all'estero


Nel luglio 2016, Humans Right Watch ha lanciato una campagna internazionale, denunciando i gravissimi limiti alle libertà personali che il sistema tutelare maschile comporta per le donne saudite. L'iniziativa è stata rilanciata su Twitter, sia in inglese con l'hashtag #TogetherToEndMaleGuardianship, che in arabo, guadagnando consensi e centinaia di migliaia di visualizzazioni. L'hashtag è usato tutt'ora ed alcuni utenti l'hanno utilizzato per commentare il tweet del principe Alwaleed. 


"L'impatto di queste politiche restrittive sulla capacità di una donna di avere una carriera o prendere decisioni nella vita varia ma dipende ampiamente dalla buona volontà del tutore maschio. In alcuni casi - ha denunciato l'organizzazione internazionale - gli uomini usano l'autorità che questo sistema conferisce loro per estorcere denaro,