Bossi con l'amico Milosevic nella Belgrado delle bombe

Quella volta, 1999, in cui Bossi non accettò i tre soldati Usa catturati in Serbia come regalo da Milosevic. Dopo una telefonata di D'Alema da Washington. [Ennio Remondino]

Ennio Remondino 12 aprile 2012
[b]di Ennio Remondino [/b]




Occorre tornare alla fine degli anni '80, inizio '90 e all'avvio semi eversivo della prima Lega, per capire. Quel Bossi non ancora Senatur e le sue eclettiche simpatie per ogni movimento europeo secessionista, fosse anche armato. La disgregazione della vecchia Jugoslavia fu per lui ispirazione e frequentazione altrui in campi di addestramento. Con la solita confusa semplificazione alla Bossi, tra i malinconici fascio-ustascia croati -allenatori di Camice Verdi- e i gli anti islamici serbi in Bosnia e Kosovo. Resta il fatto che allora l'Umberto quasi Senatur si guadagnò molte veline preoccupate dell'allora Sismi, che lo teneva d'occhio con diffidenza istituzionale.



La memoria è corta e certe cose sono segrete. Anche se di alcune loro apparenze ne hanno parlato anche i giornali. Ad esempio della mai spiegata visita di Umberto Bossi a Slobodan Milosevic nella Belgrado sotto bombardamenti Nato. Era il 23 aprile del 1999, vigilia del “complimese” dall'inizio della “Guerra umanitaria” e noi giornalisti occidentali in Serbia avevamo un bel po' da fare in quei giorni. Solo 24 ore prima era stata colpita la residenza di Milosevic. Quello stesso 23 aprile, alle 2,10 di notte, venne bombardata la sede della televisione con 16 vittime innocenti. Che ci faceva Bossi a Belgrado e che ce ne facevamo noi giornalisti di un Bossi a Belgrado?



Qualcuno che sulla carta stampata aveva spazio da sprecare, racconta il giorno dopo che Umberto Bossi era arrivato a Belgrado sulla scia della speranza, innescata dalle nove ore del vertice Cernomyrdin-Milosevic del giorno precedente. L'asse Jugo-Padano dopo quello con la Madre Russia. Senza senso del ridicolo. Ricordo di avere messo il microfono davanti a Bossi per obbligo istituzionale Rai, chiedendomi cosa mai ne avrei potuto fare. Poi la Nato risolse a suo modo il problema semplicemente radendo al suolo la sede della “Rai” serba di via Aberdareva, ammazzando un po' di colleghi e impedendo la trasmettere qualsiasi servizio tv verso il mondo.



Riprendo la cronaca di allora e poi svelo il segreto. Modello racconto giallo. Per Bossi è stata una faticosa visita lampo. Con lui altri due esponenti della Lega nord, l'onorevole Comino e Alberto Morandi. “Bossi si è trattenuto con il leader jugoslavo per circa un'ora e mezza, di mattina, dalle dieci e mezzo a mezzogiorno”, scrive qualcuno. Un testimone malevolo, successivamente ha raccontato che il politico italiano era molto teso e stanco. “Bossi si addormentò sulla sedia!». La rivoluzione leghista russa! Poi il Senatur è ripartito subito in macchina per Budapest, da dove si è imbarcato per l'Italia. Molto simile a una fuga, o a una cacciata perentoria.



Notte precedente agitata dunque quella di Bossi, e rabbia evidente successiva da parte di Milosevic. Perché? Ciò che manca per la storia sono i dettagli di un accordo a lungo tessuto e una telefonata transoceanica che interruppe e tolse il sonno all'allora piccolo leghista. Partiamo da cosa avrebbe dovuto essere e non fu. Dal 31 marzo, tre sprovveduti soldati americani in pattuglia sui confini Jugoslavi di Kumanovo con la Macedonia sbagliano sentiero e vengono catturati dai serbi. Colpo spettacolare per la propaganda ma presenza imbarazzante per Slobo. Andrew Ramirez, James Stone e Stephen Gonzales davanti alla corte marziale Jugo-serba. E poi?



Serviva un “liberatore”, un oppositore interno nel mondo occidentale contrario all'intervento miliare Nato cui affidare i tre. Gesto di nobiltà umanitaria, incasso politico immediato e un grattacapo in mano in casa jugoslava. Chi a Belgrado possa avere immaginato che l'interlocutore politico adatto potesse essere Umberto Bossi e la Lega Nord non è noto alla storia. Del resto si sa che Milosevic fosse molto mal circondato e consigliato. Questo era lo scopo concordato tra Belgrado e Gemonio in due precedenti incontri. Di uno abbiamo la cronaca diretta. Il racconto è di Domenico Comino, ex ministro per le Politiche Europee del primo governo di Silvio Berlusconi.



Prima di diventare dissidente del Carroccio Comino scrive. «Entrammo in Serbia con una macchina targata Zagabria e, ovviamente, ci fermarono nella piazzola di un distributore per controlli di routine. Il casino scoppiò quando scoprirono, sul passaporto di Roberto Maroni, il visto con lʼaquila americana. Figurati, quelli che erano bombardati dagli americani, insospettiti che fossimo delle spie chiamarono gli agenti della polizia politica, che ci fecero restare due ore in caserma. Dopodiché, arrivò il famoso tramite che gli spiegò che eravamo parlamentari e volevamo incontrare Milo?ević e così ci rilasciarono e perfezionammo i contatti per la terza missione».



Missione Libertà col Senatur in persona sotto la bombe di Belgrado. Il secondo parlamentare italiano ad arrivare, dopo l'ultimo irriducibile comunista Cossutta che lo aveva preceduto. Non sono le bombe a turbare la notte belgradese del Senatur, ma la telefonata che riceve dal Presidente Massimo D'Alema, in quei giorni a Washington in visita ufficiale. Passaggio politicamente difficile e decisivo per l'ex comunista D'Alema che forse sapeva di Bossi e che forse -avuti dei dettagli riservati sulla missione leghista dall'intelligence statunitense- decide che quello “scambio di prigionieri” attraverso la Padania proprio non s'ha da fare. Telefonata perentoria.



E Bossi, il mattino dopo, di fronte a Milosevic che aveva predisposto l'operazione “Regalo”, semplicemente balbetta frasi di circostanza. Slobo si incazza. Fonti italiane e serbe indubitabili, le mie. Poi la quasi fuga attraverso la Vojvodina verso il confine ungherese e l'ordine del silenzio. Il primo maggio arriva a Belgrado il più deciso e presentabile reverendo Jesse Jackson, l'ex braccio destro di Martin Luther King, per ottenere la liberazione dei tre soldati Usa. Il 2 maggio i serbi consegnano i tre militari alla delegazione di Jackson. Premio “Colombe d'oro per la pace” condiviso a fine guerra e racconto diretto del reverendo tra gli omaggi al Presidente Ciampi.