Probabilmente se fosse in libertà ora sarebbe un parlamentare di Israele. E come potrebbe essere altrimenti, visto che l’estrema destra israeliana, lui è considerato un eroe; un giovane che ha liberato Israele da un pericoloso traditore. Questo è stato e continua ad essere per la destra fascista e messianica ebraica Yigal Amir, l’assassino di Yitzhak Rabin.
Lo ricorda molto bene Gidi Weltz, in un articolo su Haaretz dal titolo: “Se il governo avesse potuto contare su una maggioranza ebraica, non l’avrei fatto”: l’assassino di Rabin continua a tormentare Israele
Scrive Weltz: “Jamal Zahalka questa settimana ha parlato dei leader del “blocco del cambiamento”, che avevano promesso ai propri elettori di non affidarsi ai partiti arabi. Anche se i risultati elettorali indicano che probabilmente non hanno altra scelta, continuano comunque a mostrare esitazione nel formare un’alleanza.
Lo spirito maligno che oggi imperversa in Israele ha ricordato al presidente del Comitato superiore di monitoraggio arabo ed ex membro della Knesset un momento simile avvenuto circa tre decenni fa, quando il leader dell’opposizione Benjamin Netanyahu e i suoi alleati condussero una campagna contro Yitzhak Rabin, incentrata sulla partecipazione araba alla politica. In un colloquio con gli investigatori per conto della commissione d’inchiesta statale sull’assassinio di Rabin, l’assassino ha spiegato il suo movente.
«Come è possibile che, nelle decisioni più decisive per questo popolo, ci si affidi a cinque arabi, di cui si conosce l’agenda? Sapete bene cosa vogliono gli arabi. Rabin mi è sembrato un criminale nel momento stesso in cui ha fatto ricorso a questo».
«Usa la democrazia in modo cinico. All’inizio, quando è salito al potere, ha detto: “Non farò affidamento sui voti degli arabi”. Capiva quanto fosse delicata la questione dell’utilizzare i voti arabi per prendere decisioni che riguardavano gli ebrei, decisioni così decisive. … Penso che se si vuole che smettano di uccidere i politici, allora bisogna prima unire il popolo. Se il governo si fosse basato su una maggioranza ebraica, non l’avrei fatto affatto. Non l’avrei fatto».
Nei due anni precedenti l’assassinio, Netanyahu cercò ripetutamente di minare la legittimità del governo, sostenendo che dipendesse dai «rappresentanti» del leader palestinese Yasser Arafat. Si riferiva a una situazione politica unica: dal momento in cui il deputato Arye Dery era stato incriminato e il suo partito, lo Shas, si era ritirato dalla coalizione, il governo si era appoggiato a due partiti arabi, Hadash e il Partito Democratico Arabo. Con un totale di cinque seggi, essi fornivano al governo una rete di sicurezza in caso di mozione di sfiducia.
Circa un mese prima dell’assassinio, durante la famigerata manifestazione della in Piazza Sion, Netanyahu affermò che Rabin disponeva di una maggioranza «non sionista», aggiungendo: «Voglio ricordare a Rabin che nemmeno i figli di Darawshe prestano servizio nell’esercito, eppure egli fa affidamento su di loro e costruisce decisamente la sua contorta maggioranza proprio su di loro».
In un discorso alla Knesset tenuto quello stesso giorno, affermò che il governo di Rabin era «il più lontano dai valori ebraici che abbiamo mai avuto». Va da sé che quando Netanyahu trovò l’occasione per rovesciare il governo di Rabin con una mozione di sfiducia, non esitò a offrire ai membri arabi della Knesset incarichi ministeriali nel suo futuro governo, secondo le loro stesse testimonianze.
I suoi attuali alleati, Moshe Feiglin e Itamar Ben-Gvir, all’epoca erano anch’essi complici nell’incitamento. I rabbini vicini all’attuale governo – compresi i mentori dei suoi membri – pubblicarono una halakha in cui si decretava che le leggi approvate con l’aiuto degli arabi fossero invalide. Si impegnarono inoltre in un vivace dibattito sul fatto che il din rodef, una licenza religiosa per uccidere un proprio correligionario ebreo, fosse applicabile a Rabin.
I recenti avvertimenti di Netanyahu e di altri sul fatto che un governo sostenuto dai partiti arabi sia pericoloso per Israele fanno eco alle parole di Amir dopo l’assassinio. «Cosa farete qui quando ci saranno 2 o 3 milioni di arabi? Li metterete nel gabinetto di sicurezza per prendere decisioni fatidiche per il popolo ebraico?», chiese retoricamente. “Cos’è questa democrazia senza senso? C’è la democrazia, ma c’è anche quella ‘ebraica’… Una democrazia non può autodistruggersi. … Il nostro popolo è ebraico. Chiedetelo al popolo ebraico.”.
La somiglianza non risiede solo nel razzismo, ma anche nella fervida convinzione dell’esistenza di uno «Stato profondo», una minuscola élite che mina «la volontà del popolo». «La maggior parte del Paese è composta da persone laiche che credono nell’ebraismo», ha spiegato Amir, «ma qui c’è una piccola minoranza, un gruppo assolutamente ateo, il cui obiettivo è instaurare qui uno Stato assolutamente laico, ovvero renderci uno Stato come tutte le altre nazioni… per entrare a far parte della Comunità Europea. Sono loro che controllano tutti i centri di potere del Paese, nel Ministero della Giustizia, nel Ministero delle Comunicazioni, e impongono le loro opinioni.
«Utilizzano lo Shin Bet [servizio di sicurezza] contro gli ebrei; quale Stato usa lo Shin Bet contro il proprio popolo? C’è un gruppo che provoca un tale danno e corrompe il cuore di questo popolo. Il popolo d’Israele nella Torah è paragonato alle stelle e alla polvere. … Ora siamo nella fase della polvere».
Nel 31° anniversario dell’assassinio di Rabin, Gadi Eisenkot, Naftali Bennett e Avigdor Lieberman (il braccio destro di Netanyahu in quegli anni bui) si trovano di fronte a una decisione storica, simile a quella che dovette affrontare Rabin. Se cedono all’istigazione e boicottano i partiti che rappresentano il 20 per cento della popolazione, rischiano di spingere Israele nell’abisso della dittatura. Se prenderanno la decisione necessaria, dovranno pagare un prezzo molto alto. Le accuse di ‘elezioni rubate’ sono solo l’inizio.
La macchina da guerra di Netanyahu, ben oliata e una dozzina di volte più violenta rispetto a quella di cui disponeva negli anni ’90, farà di tutto per dipingere il tentativo di formare un governo di maggioranza come un’alleanza con una quinta colonna. I sostenitori del governo renderanno la vita impossibile ai leader del «blocco del cambiamento» e alle loro famiglie, e cercheranno di alimentare le tensioni nelle città con popolazione mista ebraico-araba. David Zini dello Shin Bet, che si è messo al servizio di Netanyahu per seminare dubbi sull’integrità delle elezioni, dovrà garantire che ciascuno dei leader del blocco sia sorvegliato come se fosse il primo ministro, e la guardia della Knesset dovrà rafforzare le misure di sicurezza per i membri arabi della Knesset.
Non ci si può aspettare che Netanyahu alzi il piede dall’acceleratore, ma la paura non può paralizzare chi aspira a guidare Israele. Rabin inizialmente aveva escluso qualsiasi collaborazione con i partiti arabi, ma alla fine capì che era inevitabile e che non si possono escludere i rappresentanti di un’intera popolazione dal plasmare il futuro di questo Paese. Rimase fermo sulla sua posizione nonostante le minacce e gli avvertimenti, e alla fine lo pagò con la vita”, conclude Weltz. Se la storia è davvero maestra di vita, i leader del “blocco del cambiamento”, a cominciare da Gadi Eisenkot, dovrebbero farne tesoro, anche per non tradire la memoria di chi è morto per avere osato stringere la mano al Nemico e con lui, Yasser Arafat, provare a intraprendere la strada di una “pace dei coraggiosi”.
Nella guerra eterna congegnata da Netanyahu e dalla sua gang ministeriale, un ruolo fondamentale l’hanno giocato i media israeliani, con rare eccezioni, come Haaretz e il magazine di Meron Rapeport, che hanno alimentato, servilmente, la narrazione bellicista di Netanyahu.
Un tema che, sempre dalle colonne del quotidiano progressista di Tel Aviv, Uri Misgav tratta con la nettezza analitica e la profondità di pensiero che lo connotano. Il suo pezzo accusatorio s’intitola: I “cani da guardia” della democrazia: come i media israeliani sono al servizio di Netanyahu.
Spiega Misgav: “Ci troviamo in uno stato di emergenza senza precedenti nella storia della democrazia israeliana, che è ora soggetta a una minaccia esistenziale. Con mio grande stupore, molti esponenti della stampa libera stanno attivamente contribuendo a distruggerla – alcuni per malizia, altri a causa dei soliti mali: cecità e miopia, conformismo codardo e servilismo, ingenuità e ipocrisia, populismo e razzismo. Ai tempi del liceo, il nostro stimato insegnante di storia ed educazione civica, Shamai Wasserman, diceva sempre che la stampa è il cane da guardia della democrazia. In seguito, ho appreso che alcuni la definiscono il «Quarto Potere». Si tratta di una responsabilità enorme. Troppi dei miei colleghi vengono meno al proprio dovere. Al servizio del primo ministro Benjamin Netanyahu e dei suoi collaboratori, fungono da cani da combattimento della democrazia.
Cerco di non dedicarmi troppo alla critica dei media. Innanzitutto, perché ne faccio parte e ritengo opportuno comportarsi in questo ambito con collegialità e solidarietà. In secondo luogo, perché anch’io ho commesso errori, ho vacillato e ho fallito nel corso del mio lavoro. In terzo luogo, perché da anni questo settore è sotto attacco, deve affrontare restrizioni e persino tentativi di chiusura. Ma questo è un periodo critico. Quello che sta accadendo qui dalla settimana scorsa, dopo le elezioni generali, è un presunto reato. Non nutro alcuna aspettativa nei confronti di Channel 14 News, quel canale di propaganda fascista, populista e razzista. Ma ciò che sta accadendo nei media mainstream è imperdonabile.
Lo sforzo della famiglia Netanyahu e del governo uscente di minare i risultati elettorali e impedire con la forza il passaggio di potere era stato anticipato e previsto, e si basa su tre vettori.
Il primo è una contestazione della legalità dei risultati (‘Rubare le elezioni’). Il secondo è una campagna razzista volta a delegittimare il ricorso ai voti arabi nei rami legislativo ed esecutivo («Terrore alle urne»). Il terzo è la distorsione della volontà degli elettori attraverso l’amplificazione del discorso su un «governo di unità nazionale».
Tutte e tre queste strategie vengono messe in atto contemporaneamente per impedire l’allontanamento di Netanyahu dalla carica di Primo Ministro. Questo è il nostro 6 gennaio al Campidoglio degli Stati Uniti: un colpo di Stato, una rivolta contro la monarchia e il regno, una guerra civile. Se Netanyahu avrà successo, sarà la fine della democrazia e la fine dello Stato.
L’organizzazione di Netanyahu opera al servizio del capo dell’agenzia Shin Bet e degli agenti dormienti che ha infiltrato in anticipo in tutto il sistema. Qualsiasi giornalista normale avrebbe dovuto protestare contro questa follia, indipendentemente dalle proprie opinioni politiche. Invece, i canali televisivi e radiofonici, i giornali e i siti web erano pieni di collaboratori e vili conformisti.
E non si ferma a Ilana Hasson, braccio destro di Netanyahu presso l’emittente pubblica Kan, né ad Amit Segal di Channel 12 News e al suo delicato tango con l’Ufficio del Primo Ministro. Il fatto che sia Hasson che Segal occupino ancora posizioni di rilievo dopo tutto ciò che si sa già su di loro è un segno di vergogna per i loro redattori e dirigenti.
Dalle elezioni, una nuova fonte quotidiana di razzismo e populismo si è aggiunta alle loro fila sotto forma di «Moriah e Berko» su Channel 13. Eyal Berkovic, come il suo omologo Eli Ohana sul canale concorrente, è un triste riflesso del degrado dei media.
Il loro impiego come conduttori e commentatori di politica e attualità non è altro che un atto di disprezzo nei confronti del loro pubblico. Non hanno conoscenze, né competenze, né abilità, né fonti. È come se io mi mettessi in proprio come medico o allenatore di calcio professionista. Lasciatemelo ripetere: la colpa è dei loro datori di lavoro, non loro. Come hanno scritto i nostri saggi: «Non è il topo a rubare; è il buco a rubare».
Ma ex calciatori professionisti come Berkovic sono in buona compagnia. Dopotutto, persino giornalisti seri hanno abboccato all’esca dell’Ufficio del Primo Ministro riguardo alla ‘ingerenza straniera nelle elezioni’ e agli sforzi antidemocratici volti a squalificare i 19 membri della Knesset che rappresentano gli elettori arabi.
Nel frattempo, Arnon Mozes, coimputato di Netanyahu nel Caso 2000, in cui il primo ministro avrebbe offerto favori in cambio di una copertura mediatica positiva, promuove su Yedioth Ahronoth e Ynet un «governo di unità» guidato da Netanyahu, il grande polarizzatore e istigatore”.
Così Misgav. Gli aedi servili al potente di turno non conoscono confini. In Israele abbondano, ma non è che qui da noi siamo messi meglio-
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