In Mississippi e Alaska democratici vicini a una vittoria storica: testa a testa con i favoriti repubblicani

A quasi 24 ore dalla storica vittoria dei democratici, che hanno conquistato il controllo di entrambi i rami del Congresso degli Stati Uniti, restano ancora aperte due sfide per il Senato.

In Mississippi e Alaska democratici vicini a una vittoria storica: testa a testa con i favoriti repubblicani
Scott Colom candidato democratico nel Mississipi
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5 Novembre 2026 - 10.20


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A quasi 24 ore dalla storica vittoria dei democratici, che hanno conquistato il controllo di entrambi i rami del Congresso degli Stati Uniti, restano ancora aperte due sfide per il Senato.

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In Alaska lo scrutinio proseguirà probabilmente fino a giovedì, mentre in Mississippi, Stato tradizionalmente repubblicano, i democratici potrebbero mettere a segno un’altra clamorosa sorpresa. Il candidato democratico Scott Colom è infatti in vantaggio sulla senatrice repubblicana uscente Cindy Hyde-Smith per appena 1.138 voti, con quasi il 96% delle schede scrutinate.

Nelle ultime ore Colom ha continuato a guadagnare terreno, raccogliendo più voti della sua avversaria. Tuttavia, da diverse ore non vengono comunicati nuovi aggiornamenti sullo scrutinio.

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In alcuni Stati una competizione così serrata farebbe scattare automaticamente il riconteggio delle schede. Il Mississippi, però, non dispone di una legge che preveda l’avvio automatico di una procedura di questo tipo.

I democratici non conquistano un seggio al Senato in Mississippi dal 1982. Nel 2024 Donald Trump aveva vinto nello Stato con un vantaggio di 22 punti percentuali. È ancora più lontano nel tempo l’ultimo precedente di un cittadino afroamericano eletto al Senato: bisogna risalire al 1875.

Colom appartiene alla settima generazione della sua famiglia nata in Mississippi. Suo padre era repubblicano, aveva fatto campagna elettorale per Ronald Reagan ed era amico di Thad Cochran, storico esponente politico dello Stato.

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Nel 2015 Colom riuscì a sconfiggere un procuratore distrettuale in carica da quasi trent’anni, diventando il primo afroamericano a ricoprire quell’incarico nel sedicesimo distretto giudiziario. Durante il suo mandato ha ottenuto un tasso di condanne del 94%.

Intanto, dopo la storica sconfitta elettorale, in casa repubblicana è già cominciata la ricerca dei responsabili.

Donald Trump ha sostenuto che il partito ha ottenuto risultati così deludenti perché lui non era candidato sulla scheda elettorale, nonostante avesse ripetutamente invitato gli elettori a comportarsi come se lo fosse.

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Il vicepresidente JD Vance ha invece indicato nella guerra contro l’Iran, tuttora in corso, la causa «ovvia» della sconfitta.

Anche Pete Hegseth, il segretario alla Difesa alla guida della contestata operazione militare, potrebbe pagare il prezzo politico della disfatta repubblicana, nonostante Trump abbia pubblicamente confermato il proprio sostegno nei suoi confronti. Diversi esponenti repubblicani, tra cui il critico di Trump Thomas Massie, hanno attaccato il segretario.

Il governatore della Florida Ron DeSantis ha definito il risultato elettorale un evento «vicino a un’estinzione politica» per i repubblicani, attribuendolo anche all’incapacità del partito di concentrare le risorse pubblicitarie sui temi più sentiti dagli elettori.

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Secondo gli exit poll dell’Associated Press, il costo della vita e la corruzione nel governo sono stati i due temi che hanno maggiormente influenzato il voto.

Resta ora da capire come Trump affronterà questa nuova realtà politica e quali conseguenze avrà la sconfitta sul suo futuro. Il giornalista del Guardian David Smith analizza proprio questo scenario, interrogandosi se le elezioni di midterm possano segnare l’inizio della fine della stagione politica di Trump.

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