“Finché c’è guerra c’è speranza”. Il titolo di un grande film (1974) con Alberto Sordi regista e protagonista, calza a pennello alla realtà di un mondo sempre più armato e sempre meno sicuro. Un riarmo che alimenta l’economia di guerra e ingrossa gli introiti iper-miliardari del sistema militare-industriale globale. Il riarmo ri-orienta le scelte politiche ed elettorali e mette in crisi i fondamenti di una democrazia.
Considerazioni generali che investono in particolare Israele, un Paese in guerra perpetua.
Di questo scrive su Haaretz Joshua Leifer, in un documentato report dal titolo: Perché l’élite high-tech di Israele non salverà la sua democrazia
Annota Leifer: “Alla chiusura dell’ultima giornata di contrattazioni della Borsa di Tel Aviv prima degli attacchi guidati da Hamas del 7 ottobre 2023, i suoi due indici principali si attestavano a livelli ben inferiori a quelli attuali. Nei quasi tre anni trascorsi da allora – un periodo durante il quale la maggior parte degli analisti si aspettava che la guerra mettesse a dura prova l’economia israeliana – il mercato azionario è più che raddoppiato.
Gli analisti israeliani e internazionali temevano inizialmente che la guerra, soprattutto se si fosse trasformata in un conflitto di lunga durata, avrebbe minacciato l’economia israeliana: che il turismo sarebbe svanito, gli investitori sarebbero fuggiti, le aziende high-tech avrebbero trasferito i propri dipendenti e le proprie attività e le piccole imprese avrebbero chiuso a causa del peso dei turni di servizio prolungati e ripetuti dei riservisti.
E, in effetti, nei primi mesi della guerra di Gaza, l’economia israeliana ha subito una forte contrazione sotto quasi tutti i punti di vista. Eppure, il grande crollo non si è verificato.
Al contrario, la spesa dei consumatori si è rapidamente ripresa, sostenuta in parte dalle cancellazioni su larga scala dei voli internazionali che hanno impedito agli israeliani di lasciare il Paese nel numero consueto, spingendoli quindi a spendere di più sul mercato interno. Sebbene la crescita abbia subito un rallentamento fino a quasi azzerarsi nel 2024, ha poi registrato una forte ripresa. Un recente rapporto della Banca di Israele ha previsto un tasso di crescita del PIL del 4,0% nel 2026 e del 5,5% nel 2027, ben al di sopra della media prevista per l’Ocse.
Questo quadro economico è all’origine della contraddizione strutturale che definisce la politica dell’ala israeliana altamente istruita, laica e liberale. Lo stesso gruppo demografico che si considera il difensore assediato dei resti della democrazia procedurale di Israele trae un profitto sproporzionato – in qualità di dipendenti, investitori, azionisti e imprenditori – dalla condizione di gestione perpetua dei conflitti e di guerra. Tale condizione ha favorito le fortune delle aziende del settore della difesa e delle tecnologie informatiche, e più in generale del mercato azionario israeliano. La triste ironia è che questa situazione è anche ciò che ha catalizzato e alimentato la controrivoluzione di destra in corso, volta all’annessione della Cisgiordania, all’espulsione dei palestinesi e allo smantellamento definitivo della democrazia. Dopotutto – come hanno ripetutamente sottolineato i sostenitori della riforma giudiziaria del governo Netanyahu – l’attacco al sistema giudiziario e allo Stato di diritto non è, in realtà, un fine in sé, ma un mezzo per realizzare l’obiettivo del Grande Israele e la sconfitta decisiva delle aspirazioni nazionali dei palestinesi.
Durante una conversazione davanti a un caffè la scorsa settimana, un veterano attivista israeliano pro-democrazia ha raccontato di aver incontrato alcuni ricchi imprenditori del settore tecnologico al culmine delle manifestazioni precedenti al 7 ottobre contro il tentativo di riforma del governo Netanyahu. Ha descritto come, quando ha fatto loro notare che l’occupazione e la questione palestinese erano al centro dell’attacco alla Corte Suprema di Giustizia israeliana e allo Stato di diritto, essi abbiano esitato. Non necessariamente perché ritenessero errata la sua analisi, ma perché schierarsi contro le azioni del governo israeliano in Cisgiordania rischiava, almeno per alcuni, di compromettere i profitti delle loro aziende.
L’élite laica e istruita dell’high-tech israeliana è profondamente intrecciata con le industrie della difesa e del cyber, e questo spiega, almeno in parte, perché la condanna internazionale senza precedenti nei confronti di Israele – per la sua conduzione della guerra a Gaza e per la grave situazione di violenza dei coloni sostenuta dall’esercito in Cisgiordania – non sia riuscita a costringere l’élite economica del Paese a esigere un cambiamento sostanziale nella politica.
È stato a lungo un presupposto fondamentale da parte del cosiddetto «campo della pace» che, con il tempo, la violazione dei diritti umani dei palestinesi da parte di Israele avrebbe portato a gravi conseguenze economiche, anche in assenza di misure dirette di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni.
La logica era che, se l’argomento morale non fosse stato convincente, forse lo sarebbe stato quello economico: se gli imprenditori e le società israeliane avessero iniziato a fare fatica a raccogliere fondi e ad attrarre investitori – supponendo che tali investitori fossero preoccupati per un contesto di sicurezza instabile e per i rischi reputazionali derivanti dalle violazioni dei diritti umani – il capitale israeliano sarebbe alla fine intervenuto politicamente per costringere il governo a un riavvicinamento con i palestinesi.
Eppure, il capitale israeliano non ha subito pressioni di questo tipo. Semmai, è accaduto il contrario. Il periodo successivo alle guerre del 7 ottobre si è rivelato piuttosto redditizio per i detentori di attività israeliane in generale e per chi ha investito in aziende militari, di tecnologia per la difesa e nel settore informatico in particolare.
Inoltre, mentre il movimento Bds ha probabilmente vinto la battaglia narrativa – certamente nell’ambito dei progressisti occidentali – l’economia israeliana si è dimostrata, almeno nell’attuale periodo di crescenti conflitti armati a livello globale, a prova di Bds.
I paesi europei possono disapprovare la condotta di Israele. Ma di fronte a quella che percepiscono come una crescente minaccia dalla Russia, vogliono acquistare ciò che Israele produce. Infatti, nonostante la sua veemente condanna delle azioni di Israele a Gaza e in Cisgiordania, l’Europa liberale ha di fatto rafforzato la propria dipendenza dalle tecnologie militari israeliane nello stesso periodo.
Le aziende israeliane del settore della difesa e degli armamenti sono in forte espansione. La valutazione di Elbit Systems, una delle principali aziende israeliane del settore della difesa, che produce droni e altri sistemi d’arma, è salita a più del triplo rispetto a quanto era prima del 7 ottobre 2023. Nel 2025, l’industria della difesa israeliana – che comprende, oltre a Elbit, anche Israel Aerospace Industries e Rafael Advanced Defense Systems – ha registrato un record di 19,2 miliardi di dollari di esportazioni, con un aumento di oltre il 30 per cento rispetto all’anno precedente, di cui più di un terzo venduto all’Europa.
Certo, sul panorama economico israeliano permangono alcune cicatrici. Il debito pubblico è salito alle stelle e il settore edile non è ancora tornato ai livelli prebellici. Né le aziende della difesa e degli armamenti rappresentano da sole ciò che gli esperti economici definiscono la «resilienza economica» di Israele. E nemmeno il settore tecnologico al di fuori del complesso militare-industriale.
Sebbene l’economia israeliana avrebbe quasi certamente registrato risultati migliori se non ci fossero state guerre a Gaza o in Iran, gli ultimi tre anni di conflitti intermittenti si sono trasformati da un ostacolo in una sorta di perverso vantaggio economico per Israele. La distruzione di Gaza e i combattimenti in Libano, Siria e Iran sono diventati banchi di prova per nuovi dispositivi e tecnologie, proprio come la guerra tra Russia e Ucraina ha dato origine a nuovi metodi di combattimento.
Per chi, al di fuori di Israele, spera di spingere il Paese a cambiare rotta, si tratta di un terreno difficile. Negli Stati Uniti, ad esempio, la lotta interna al Partito Democratico su Israele si è concentrata sull’assistenza militare statunitense, che – in base al memorandum d’intesa in scadenza nel 2028 – ammonta a 3,8 miliardi di dollari all’anno. Eppure, il valore delle esportazioni internazionali dell’industria della difesa israeliana nel 2025 era cinque volte superiore.
Da parte loro, gli esponenti del campo liberal-democratico israeliano – le cui fortune professionali e finanziarie sono strettamente legate al settore tecnologico – dovranno sviluppare una visione più ampia del proprio interesse personale, al di là della prospettiva ristretta dei propri portafogli.
Dovranno riconoscere che, finché persisterà la realtà antidemocratica in Cisgiordania, le forze che consolidano l’occupazione e gli insediamenti continueranno a minacciare ciò che resta delle istituzioni democratiche israeliane all’interno della Linea Verde – e che la persistente negazione del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi comporta un costo di natura diversa”, conclude Leifer.
Il report di Leifer è illuminante perché spiega come sia ormai superata una narrazione dicotomica sull’Israele ultraortodosso, passatista, reazionario, a cui si contrappone l’Israele proiettato nel futuro, la nazione delle start-up, dei giovani rampanti, che vivono h24 e se ne fregano delle rigide regole religiose. Tel Aviv contro Gerusalemme. Guerra (santa) contro il bisogno di normalità. Ecco, spiega Leifer, le due metà di Israele si ricongiungono attraverso la guerra, che ridefinisce l’economia, orienta la ricerca, indirizza le start-up nel campo sempre più ricco della cybersecurity. La guerra perpetua ha però bisogno di una vittima sacrificale: la democrazia, lo stato di diritto. Per i fanatici di Eretz Israel, per la destra messianica ed etnocratica di Ben-Gvir, Smotrich, dei coloni pogromisti, questo non è mai stato un problema. La novità che sembra non esserlo più neanche per i giovani rampanti dell’high tech. E così il cerchio si chiude. Nel peggiore dei modi.
Argomenti: israele
