di Fabio Casini
Dal 14 maggio al 9 giugno 2026, Xi Jinping ha ricevuto a Pechino Trump, poi Putin e compiuto una visita di Stato in Corea del Nord, per colloqui con Kim Jong-un. I tre incontri, svoltisi in rapida successione, ci offrono una chiave di lettura interessante ed efficace della strategia internazionale della Cina contemporanea nel quadro delle trasformazioni dell’ordine globale. Ciò che emerge è la constatazione che la Cina stia sempre più cercando di accreditarsi non solo come una delle grandi potenze del pianeta, ma come uno dei principali architetti del nuovo ordine policentrico internazionale, aspirando ad esserne un polo di attrazione e a svolgere una funzione di coordinamento fra attori diversi.
Fra il 13 e il 15 maggio, Trump e Xi hanno affrontato temi di carattere politico, economico e militare: sono emerse divergenze su questioni cruciali come Taiwan e gli equilibri strategici nell’Indo-Pacifico, commercio, competizione tecnologica, controllo delle catene del valore. Il summit ha mostrato, tuttavia, come entrambe le parti siano consapevoli dei rischi derivanti da un deterioramento incontrollato delle loro relazioni bilaterali e nel corso dei colloqui Xi ha proposto la costruzione di un rapporto caratterizzato dalla cosiddetta “stabilità strategica costruttiva”, una formula che combina cooperazione, competizione moderata e gestione delle divergenze, evitando che la rivalità, ormai strutturale, si trasformi in confronto aperto. Oggi i due Grandi del pianeta competono in molti settori, dalla tecnologia, all’ambito militare e nucleare, alle terre rare, all’energia, allo spazio, alle manifatture, ma sono costretti a cooperare, perché ancora dipendenti l’uno dall’altro in tanti settori.
Il 19 maggio è stato Putin ad incontrare Xi. Attraverso dichiarazioni congiunte, accordi politici, economici e commerciali, di cooperazione energetica, tecnologica e militare, è stato ribadito il solido rapporto di amicizia fra i due Paesi. Li accomuna, soprattutto, la convinzione che l’attuale distribuzione del potere globale debba essere profondamente riequilibrata. Coerentemente con questa visione, la dichiarazione congiunta firmata dai due leader si è incentrata su una “multipolarizzazione” del mondo equa e ordinata. Per Russia e Cina, il futuro assetto internazionale dovrebbe fondarsi su una pluralità di centri decisionali, riducendo la capacità degli Stati Uniti di determinare in maniera unilaterale le regole del sistema. Pur nel clima amichevole dell’incontro, restano questioni aperte e da risolvere, come quella del gasdotto Power of Siberia 2, un’infrastruttura colossale che dovrebbe collegare i giacimenti della Siberia occidentale alla Cina settentrionale. Le crescenti difficoltà economiche russe rendono questo accordo più urgente per Mosca, mentre Pechino non ha fretta, può permettersi di negoziare con calma, forte di una posizione che è quella di maggiore acquirente di petrolio russo.
Infine fra l’8 e il 9 giugno Xi si è recato a Pyongyang per colloqui con Kim Jong-un. È stata una missione dal forte valore strategico, maturata in un contesto regionale particolarmente delicato, segnato dal rafforzamento dei rapporti tra Corea del Nord e Russia e dal perdurare delle tensioni nella penisola coreana. Giova ricordare che Pechino considera essenziale preservare la stabilità della penisola e mantenere la propria influenza sul regime nordcoreano. Proprio per questo, la crescente vicinanza tra Kim e Putin ha inevitabilmente alimentato preoccupazioni nella leadership cinese, che teme un ridimensionamento del proprio tradizionale ruolo di interlocutore privilegiato di Pyongyang. La visita di Xi ha avuto dunque lo scopo di ribadire che la Cina rimane un attore imprescindibile per qualsiasi evoluzione degli equilibri della penisola coreana.
Ciascuno dei tre incontri risponde a specifiche esigenze diplomatiche: è stato però il loro susseguirsi nell’arco di poche settimane a mettere in luce uno dei tratti distintivi della politica estera della Cina contemporanea. Più che proporsi come leader di un blocco contrapposto all’Occidente, Xi punta ad accreditare il proprio Paese come potenza capace di dialogare simultaneamente con interlocutori molto diversi tra loro. Così, mentre consolida il partenariato strategico con la Russia, mantiene aperto il confronto con gli Stati Uniti e, al tempo stesso, rafforza i rapporti con la Corea del Nord. Ne emerge una strategia che non mira alla formazione di un blocco alternativo, bensì ad accrescere la capacità di manovra di Pechino attraverso una rete di relazioni differenziate, favorendo la progressiva affermazione di un sistema internazionale sempre più multipolare. Diversamente dalla logica bipolare della guerra fredda, esso presuppone la coesistenza di molteplici centri di potere, nessuno dei quali in grado di esercitare una leadership incontrastata: e la Cina aspira a essere uno di questi centri.
