L’esercito israeliano (IDF) continua a demolire abitazioni e altri edifici, comprese strutture educative, nei villaggi del sud del Libano, nonostante il cessate il fuoco concordato tra i due Paesi la scorsa settimana.
Secondo il quotidiano Haaretz, l’esercito avrebbe incaricato appaltatori civili per le demolizioni: alcuni operatori vengono pagati con una tariffa giornaliera, mentre altri ricevono compensi proporzionati al numero di edifici distrutti. In un singolo villaggio sarebbero impiegati fino a 20 escavatori, sulla base di testimonianze raccolte tra comandanti militari.
Diversi accademici hanno definito queste operazioni come “domicidio”, una strategia che mira alla distruzione sistematica delle abitazioni civili per rendere intere aree inabitabili.
Gli edifici — tra cui case e istituti scolastici — verrebbero demoliti previa autorizzazione, nell’ambito di una politica che, secondo il giornale, l’esercito definisce “aratro del denaro”.
Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, aveva dichiarato in precedenza che “tutte le case nei villaggi vicino al confine in Libano saranno demolite”, richiamando i modelli adottati a Rafah e Beit Hanoun, nella Striscia di Gaza. Katz ha inoltre affermato che circa 600.000 residenti del sud del Libano non potranno tornare alle loro abitazioni finché gli israeliani che vivono al confine nord non saranno al sicuro.
Alcuni accademici mettono in dubbio che molti di loro possano mai fare ritorno, o che le loro case esistano ancora.
L’IDF non ha rilasciato commenti al quotidiano. Domenica, l’esercito ha invece dichiarato di aver verificato un’immagine virale che mostrerebbe un soldato mentre distrugge con un martello una statua di Gesù nella cittadina cristiana di Debel. Un account ufficiale ha preso le distanze dall’episodio, ribadendo che le operazioni mirano a smantellare le infrastrutture militari di Hezbollah nel sud del Libano.
