Guerra, fallimenti occidentali e critica alla logica del riarmo: un’analisi tra storia, geopolitica e dottrina della pace

Le guerre occidentali in Asia occidentale falliscono per errori strategici e presupposti irrealistici, mentre riarmo e logica di potenza producono instabilità geopolitica crescente.

Guerra, fallimenti occidentali e critica alla logica del riarmo: un’analisi tra storia, geopolitica e dottrina della pace
Il cacciatorpediniere lanciamissili classe Arleigh Burke USS Michael Murphy
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12 Aprile 2026 - 20.04


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di Antonio Salvati

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Se scorriamo la storia del XIX e XX secolo, e anche di questi primi decenni del XXI, rileviamo che le guerre delle liberaldemocrazie in Asia occidentale hanno raramente conseguito gli obiettivi prefissati. Alcuni esempi. In Afghanistan, dopo venti anni di guerra, i taliban sono di nuovo al potere. In Iraq la vita politica è profondamente influenzata dalle milizie sciite locali. In Siria, dopo innumerevoli anni di guerra e distruzioni Bashar al-Asad è stato sostituito da Abu Muhammad al-Jolani – ora Ahmad al-Shara’a – ex capo di al-Qaida nel paese, “occidentalizzato” nel vestiario e favorevolmente accolto in tutte le cancellerie.

Potremmo aggiungere, inoltre, la Libia in Nordafrica. Stato fallito e diviso che resta un nostro fornitore di energia nonché di flussi migratori incontrollati. Questi fallimenti seriali scaturiscono non solo da carenze nella pianificazione ed esecuzione, ma dagli stessi presupposti all’origine delle scelte belliche. Ossia un insieme di menzogne e soprattutto conoscenza superficiale delle realtà locali che hanno prodotto – anche nell’attuale aggressione contro l’Iran – obiettivi politici irrealistici e irrealizzabili. 

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In questa guerra contro l’Iran, in cui Trump è stato trascinato da Netanyahu, si conferma la evidente perdita di prestigio ed influenza degli USA. Nel 1945 gli USA non da soli vincono la Seconda guerra mondiale. Da allora – ha osservato recentemente Lucio Caracciolo – qualsiasi guerra (ad eccezione di Grenada) di un certo impegno, l’America o l’ha persa o l’ha pareggiata, pur disponendo di una netta superiorità tecnologica. I motivi sono vari. Arroganza, idolatria del primato tecnologico e tanta ignoranza, sviluppano una miscela micidiale di cui stiamo osservando gli effetti anche in Iran.

Una battuta di Mark Twain, attribuitagli forse impropriamente, sosteneva che gli americani fanno la guerra per imparare la geografia. Eppure, per Caracciolo, gli americani continuano a fare guerre senza apprendere la geografia. L’Iran non è il Venezuela. Pertanto, come si può pensare di sconfiggere un paese dalle enormi dimensioni geografiche come l’Iran? La superficie dell’Iran è più della superficie di Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Paesi Bassi. Un paese abbastanza impervio, con zone desertiche, uno spazio immenso che va dal Caspio al Golfo Persico. 

Ma, come direbbe Carl Gustav Jung, la gente potrebbe imparare dai propri errori se non fosse così impegnata a negarli. La guerra moderna non è più dettata dalla politica ma dalla richiesta di un profitto fine a sé stesso. Oggi si specula sull’energia, sulle armi, sulla tecnologia. Le tregue e i proclami servono a muovere prezzi, futures, valori, speculazioni e tutto sulla pelle di popoli, civiltà e culture.

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Papa Francesco osservò che «ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male» (Enc. Fratelli tutti, 261). Posizione distante dagli Stati e dalle loro politiche. Posizione che scaturisce dalle lezioni dolorosissime del secolo Ventesimo, e purtroppo anche di questa parte del Ventunesimo. Il 5 aprile nel Messaggio Urbi Et Orbi Papa Leone XIV ha sostenuto con forza «chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!». Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. «Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo. C’è una sempre più marcata “globalizzazione dell’indifferenza”, per richiamare un’espressione cara a Papa Francesco, che un anno fa da questa loggia rivolgeva al mondo le sue ultime parole, ricordandoci: “Quanta volontà di morte vediamo ogni giorno nei tanti conflitti che interessano diverse parti del mondo!”» (Messaggio Urbi et Orbi, 20 aprile 2025).

Come ha osservato recentemente Andrea Riccardi, la Chiesa Cattolica ha sempre considerato l’ONU un’organizzazione sorella e ne constata la crisi e la delegittimazione. Condivide il suo Statuto del 1945 che pone come obiettivo quello di liberare i popoli dal “flagello della guerra”.

Peggio che un crimine, la guerra è un errore. Questa frase fu pronunciata dal deputato francese Antoine Boulay nel 1804 a commento della fucilazione per ordine di Napoleone del giovane Duca d’Enghien, accusato di cospirare con gli inglesi per riportare sul trono la dinastia dei Borboni. Si tratta di un’affermazione di estrema attualità.  È l’errore della tentazione di sempre: imporsi, pensarsi senza o contro l’altro, credere di garantire l’ordine attraverso l’imposizione. Ne abbiamo visto e purtrop­po ne registriamo le conseguenze, specialmente quella del riar­mo, perché la forza va raggiunta, mantenuta, emulata, supera­ta al prezzo di scelte come quella di bilanci stratosferici per il riarmo e miseri o quasi inesistenti per la cooperazione, la soli­darietà, il welfare.

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La forza provoca una crescita geometrica perché diventa una competizione che difficilmente porta ad un equilibrio. Conviene rievocare le parole di Papa Giovanni XXIII nella Pacem in Terris: «Con l’ordine mirabile dell’universo continua a fare stridente contrasto il disordine che regna tra gli esseri umani e tra i popoli; quasiché i loro rapporti non possono essere regolati che per mezzo della forza. (…) Gli uomini devono regolare i loro vicendevoli rapporti nella con­vivenza; e come vanno regolati i rapporti fra i cittadini e le pub­bliche autorità all’interno delle singole comunità politiche; come pure i rapporti fra le stesse comunità politiche; e quelli fra le sin­gole persone e le comunità politiche da una parte, e dall’altra la comunità mondiale, la cui creazione oggi è urgentemente recla­mata dalle esigenze del bene comune universale». Espressioni frutto della visione sapienziale della storia della Chiesa cattolica che oggi esercita un’influenza anche tra i non cattolici. Ma anch’essa – ricorda Riccardi – è sfidata al suo interno. In un tempo globale, «ma carico di fratture le religioni si nazionalizzano».

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