La brutalità e la barbarie dell’Ice rappresentano una macchia profonda sulla democrazia americana. Trascinare un cittadino statunitense naturalizzato fuori dalla propria casa, nella neve, quasi nudo, sotto la minaccia delle armi, non è un “errore operativo” né un eccesso isolato: è il prodotto diretto di una politica che ha fatto della paura, dell’umiliazione e della disumanizzazione uno strumento di governo.
Quanto accaduto in Minnesota non parla solo di un singolo raid, ma di un clima istituzionale avvelenato, in cui la forza viene usata per intimidire e per affermare un potere che non riconosce più limiti costituzionali. Quando agenti federali si sentono autorizzati a calpestare la dignità di una persona, a prescindere dalla sua cittadinanza, significa che il confine tra Stato di diritto e Stato di polizia è stato pericolosamente superato.
Donald Trump porta una responsabilità politica diretta in questa deriva. La sua retorica ossessiva sull’immigrazione, il suo disprezzo per i diritti civili e la sua volontà di trasformare l’apparato repressivo in uno strumento di propaganda lo collocano senza ambiguità nel campo dell’estremismo autoritario. Non è “legge e ordine”: è abuso di potere. Non è sicurezza: è barbarie istituzionalizzata.
Se questa è l’America che Trump intende costruire, allora il problema non è solo l’Ice, ma il modello di democrazia che viene svuotato dall’interno. E ogni silenzio, ogni giustificazione, ogni minimizzazione rende questa deriva ancora più pericolosa.
