Trump scopre le carte sul Venezuela: mani Usa sul petrolio e un governo che prenda ordini dalla Casa Bianca

Gli Stati Uniti saranno «fortemente coinvolti nell’industria petrolifera del Venezuela». A dirlo non è un analista critico né una fonte anonima, ma Donald Trump in persona

Trump scopre le carte sul Venezuela: mani Usa sul petrolio e un governo che prenda ordini dalla Casa Bianca
Donald Trump e Pete Hegseth
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3 Gennaio 2026 - 22.22


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Gli Stati Uniti saranno «fortemente coinvolti nell’industria petrolifera del Venezuela». A dirlo non è un analista critico né una fonte anonima, ma Donald Trump in persona, in un’intervista a Fox News, poche ore dopo la cattura del presidente Nicolás Maduro. Una dichiarazione che chiarisce, meglio di qualsiasi comunicato ufficiale, la posta in gioco dell’operazione militare statunitense: il controllo delle maggiori riserve petrolifere del pianeta e il futuro politico del Paese.

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Trump ha sottolineato che Washington avrà un ruolo centrale nel “dopo Maduro”, lasciando intendere che il destino del Venezuela verrà deciso direttamente dagli Stati Uniti. Un passaggio che svuota di credibilità la narrazione costruita finora attorno alla lotta al narcotraffico: le accuse di traffico di droga diventano lo strumento retorico per giustificare un’operazione che ha come obiettivo dichiarato l’accesso al petrolio e la gestione degli equilibri di potere a Caracas.

Il presidente americano non ha nascosto nemmeno l’approccio apertamente imperialista dell’operazione. «Permetteremo che il petrolio circoli, ma non possiamo correre il rischio che qualcun altro prenda il controllo dopo quello che abbiamo fatto», ha affermato, rivendicando implicitamente il diritto degli Stati Uniti a decidere chi governerà il Venezuela e a quali condizioni. Non si tratta di una missione di stabilizzazione, ma di una presa di possesso politico ed economico, giustificata ex post come necessaria alla sicurezza.

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Trump ha poi minimizzato il possibile ruolo della Cina, confermando di avere «un ottimo rapporto» con il presidente Xi Jinping e assicurando che Pechino continuerà ad avere accesso al petrolio venezuelano. Anche questo passaggio è rivelatore: il greggio di Caracas viene trattato come una risorsa da redistribuire tra grandi potenze, non come patrimonio di uno Stato sovrano. Il silenzio cinese sull’operazione e la tranquillità mostrata da Trump suggeriscono che la partita si giochi su un piano di accordi tra potenze, al di sopra e al di fuori del diritto internazionale.

Sul piano politico interno, le dichiarazioni del presidente americano indicano con chiarezza la direzione del “regime change”. La rimozione di Maduro non è finalizzata alla costruzione di una democrazia autonoma, ma all’insediamento di un governo pienamente allineato agli interessi statunitensi: una leadership di facciata, formalmente eletta ma sostanzialmente dipendente da Washington. Una democrazia controllata, guidata da una classe dirigente pronta a garantire stabilità per gli affari e apertura totale al capitale straniero.

In questo quadro, la guerra al narcotraffico appare sempre più come un pretesto. Trump non parla di riforme istituzionali, di diritti umani o di transizione democratica: parla di petrolio, di controllo e di chi “prenderà in mano” il Paese. È il linguaggio classico dell’interventismo americano del Novecento, aggiornato ma non superato.

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Le parole di Trump, più ancora dell’azione militare, rivelano la natura dell’operazione: non una risposta a una minaccia, ma un progetto di dominio economico e politico. Il Venezuela non è visto come uno Stato sovrano, ma come un territorio da gestire. E il futuro che si profila non è quello della libertà, bensì quello di una sovranità commissariata.

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