I tentacoli neri di Trump puntano Cuba: l'isola prossimo obiettivo degli appetiti imperialisti della Casa Bianca

Le dichiarazioni di Donald Trump su Cuba non possono essere liquidate come semplici parole di circostanza o come un generico richiamo umanitario.

I tentacoli neri di Trump puntano Cuba: l'isola prossimo obiettivo degli appetiti imperialisti della Casa Bianca
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3 Gennaio 2026 - 23.09


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Le dichiarazioni di Donald Trump su Cuba non possono essere liquidate come semplici parole di circostanza o come un generico richiamo umanitario. Dopo l’operazione militare in Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro, il presidente statunitense ha chiaramente indicato Cuba come il prossimo obiettivo, utilizzando una retorica che prepara il terreno a un possibile intervento diretto o a un’operazione di destabilizzazione.

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Da Mar-a-Lago, Trump ha descritto l’isola come uno Stato fallito: «Come sa, in questo momento non se la passa bene. Quel sistema non è affatto positivo per Cuba. La gente soffre da moltissimi anni e penso che Cuba sarà una cosa di cui finiremo per parlare». E ha aggiunto: «È una nazione in grave difficoltà, che sta fallendo molto seriamente, e noi vogliamo aiutare la popolazione».

È esattamente lo stesso schema già utilizzato contro il Venezuela: delegittimazione del governo, descrizione del Paese come incapace di reggersi, richiamo alla sofferenza della popolazione e, infine, l’autoproclamazione degli Stati Uniti come unica forza in grado di “risolvere” la situazione. Nel caso venezuelano, questo percorso ha portato a un intervento militare diretto e a un colpo di Stato di fatto, mascherato da operazione di sicurezza.

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Applicato a Cuba, il messaggio è inequivocabile: Trump si riserva il diritto di intervenire, con la forza se necessario, per imporre un cambio di regime. Che si tratti di un’azione militare aperta o di una guerra ibrida — fatta di sabotaggi, pressione economica, isolamento diplomatico e destabilizzazione interna — la direzione è la stessa.

Non è un caso che nel discorso trumpiano ritorni implicitamente l’idea di una Cuba “da normalizzare”, come avveniva prima del 1959, quando sotto la dittatura di Fulgencio Batista l’isola era di fatto una colonia economica statunitense: casinò, speculazione edilizia, criminalità organizzata e un’economia costruita per il profitto di pochi. L’ipotesi di trasformare Cuba in una gigantesca piattaforma turistica e immobiliare — una Las Vegas caraibica — non è una forzatura ideologica, ma una lettura coerente con la visione predatoria già espressa da Trump su altri territori.

Le parole del presidente americano dimostrano che ogni pretesto è buono: crisi economica, difficoltà sociali, embargo — peraltro imposto dagli stessi Stati Uniti — diventano argomenti per giustificare un’aggressione. È una logica apertamente imperialista, che considera legittimo abbattere governi sovrani e ridisegnare interi Paesi in funzione di interessi strategici ed economici.

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Cuba, oggi, è chiaramente sotto minaccia. Non di aiuto, ma di un intervento che rischia di ripetere lo scenario venezuelano: uso della forza, cambio di regime e perdita della sovranità nazionale. E questa volta Trump non fa nemmeno finta di nasconderlo.

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