Bernie Sanders: la speranza delusa del cambiamento

Bernie Sanders sfida il capitalismo" - Analisi critica delle contraddizioni politiche e sociali degli Stati Uniti. Un libro con la traduzione di Nazzareno Mataldi,

Bernie Sanders: la speranza delusa del cambiamento
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14 Febbraio 2024 - 16.27


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di Rock Reynolds

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Il 2024 è un anno di grandi contese elettorali. Non una prospettiva particolarmente intrigante per la gente, stanca di sentirsi raccontare frottole e di udire proclami roboanti destinati a restare lettera morta. Per lo meno, in Europa. E, forse, pure in Italia. I numeri dell’affluenza alle urne non sono un peana all’ottimismo: il calo è un trend chiaro.

Che dire degli Stati Uniti, paese in cui stiamo per assistere a una delle tenzoni presidenziali più interessanti e, mi sento di dire, più inquietanti della storia recente?

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L’astensionismo è sempre stato una piaga americana e lo sta diventando anche in Europa. Eppure, da quando Obama e poi Trump hanno fatto la loro discesa nell’agone politico, qualcosa è cambiato. Per ragioni diverse, ovviamente. Malgrado le politiche messe in campo da Obama soprattutto a livello internazionale non facciano di me un suo grande fan, non vorrei mai che qualcuno si facesse l’idea sbagliatissima che io stia mettendo i due personaggi sullo stesso piano. C’è un abisso teoretico e comportamentale tra i due e, forse, non serve nemmeno rimarcarlo.

Comunque sia, è evidente che, ancora una volta per motivi diversi, Obama e Trump abbiano fortemente polarizzato l’elettorato americano. Però, non di Obama intendo parlare in questa sede. Oggetto della mia attenzione è Bernie Sanders che presidente non è mai stato e mai sarà e che, tutto sommato, non si è mai nemmeno avvicinato a quel soglio.

Sfidare il capitalismo (Fazi Editore, traduzione di Nazzareno Mataldi, pagg 393, euro 20) è il suo ultimo libro ed è – non so bene quanto, nelle intenzioni dell’autore – una sorta di compendio di tutte le idiosincrasie, contraddizioni e ossessioni degli Stati Uniti odierni. Bernie Sanders, per chi non ne fosse al corrente, è stato più volte candidato alla presidenza degli Stati Uniti senza mai superare lo scoglio delle primarie del Partito Democratico, di fatto presentandosi alla competizione ben sapendo fin dal principio di non avere una sola speranza di successo. Senatore per diverse legislature nelle file del Partito Democratico, Bernie Sanders è un socialista all’americana, ma comunque un socialista e, in quanto tale, viene visto come polvere negli occhi da una parte consistente dell’elettorato e, soprattutto dell’establishment. Si sa che socialista agli orecchi dell’americano fa pericolosamente e fastidiosamente rima con comunista. Si sa pure che il comunismo è il male assoluto, più ancora del nazifascismo sconfitto “definitivamente” dal prode esercito statunitense nella Seconda guerra. Il titolo provocatorio del libro di Sanders – quello originale in realtà è qualcosa come “Non è sbagliato avercela con il capitalismo” – è l’essenza più pura del pensiero del vecchio senatore del Vermont. Sanders lo rivendica fin dalla prima pagina: «il sistema economico übercapitalista che ha preso piede negli Stati Uniti negli ultimi anni, mosso da un’avidità sfrenata e un disprezzo indicibile per la dignità umana, oltre che ingiusto è oscenamente immorale. È venuto il momento di affrontare questa immoralità».

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Un proposito bellicoso. È facilmente intuibile quanti strali una simile affermazione possa aver attirato su di lui nel paese che il capitalismo lo ha cullato dopo i suoi primi vagiti, facendone il figlio unico e amatissimo.

In uno scenario internazionale quanto meno problematico in cui nessuno sembra dare credito all’evidente difficoltà anagrafica di Biden e alla sua incapacità di far fronte alle intemperanze di Benjamin Netanyahu e in cui nessuno prende sul serio le sparate grossolane di Trump (a sua volta, smemorato, definito da Sanders «un demagogo e un bugiardo patologico»), ma in cui tutti sono fortemente preoccupati della china che tali smargiassate potrebbe prendere se tornasse alla Casa Bianca, l’idea che tra i due litiganti fosse il terzo a godere ha solleticato tanti. È solo un’idea, purtroppo. Dale Furutani, un amico romanziere di Seattle dalle idee saldamente progressiste, mi dice da sempre che Bernie «è il solito Bernie. Dice un sacco di belle cose, tutte condivisibili, e sa perfettamente di non poterne realizzare manco una. Il suo indice di gradimento sta nelle speranze che alimenta, non nella loro realizzazione pratica». Con un amico di infanzia che vive negli USA da una trentina d’anni e che è un finissimo osservatore della scena politica americana ho spesso discussioni accese: non posso rassegnarmi – e vorrei che nemmeno gli americani lo facessero – all’idea che una nazione come gli Stati Uniti, che aspira a essere un modello di democrazia, un faro di progressismo e benessere, non sia in grado di presentare due candidati più idonei alla somma carica politica. La sua risposta è immancabilmente che non c’è un altro candidato in grado di prevalere su Trump e che bisogna votare tappandosi il naso. E che, comunque, l’establishment democratico sostanzialmente impone le proprie figure di riferimento, impedendo a chicchesia – Bernie Sanders incluso – di provarci. Le primarie, dunque, sarebbero una solenne presa per i fondelli. Qualcosa mi dice che lo siano pure in Italia. La conferma che non si tratti esattamente di una contesa seria viene dallo stesso Sanders: quando, nel corso delle primarie per le presidenziali del 2020, era emerso che l’unico candidato in grado di sconfiggere Joe Biden sarebbe stato proprio lui, il Partito Democratico si è compattato intorno alla figura dell’ex-vicepresidente, nei confronti del quale, peraltro, Sanders dice di nutrire stima e rispetto.

Sfidare il capitalismo snocciola una sequenza infinita di successi alimentati, se non propriamente ottenuti, dallo stesso autore e dalla sua determinazione nel perseguire obiettivi difficili e, soprattutto, nel mettere al centro della discussione politica temi che, in sua assenza, difficilmente sarebbero stati nell’agenda del Partito Democratico, per non dire in quella del Partito Repubblicano: maggiore equità socioeconomica; diritto universale e gratuito all’assistenza sanitaria; lotta definitiva alle discriminazioni razziali, sessuali, economiche e religiose; istruzione garantita e gratuita per tutti. Sono tutti temi che, in un mondo giusto e in un paese civile, non avrebbero nemmeno bisogno di essere al centro del dibattito pubblico, in quanto scontati. Gli USA sono ancor oggi una nazione rosa da contraddizioni quasi insanabili e il popolo americano riesce a dividersi persino su questioni che dovrebbero unificare. L’ossessione tutta statunitense di mostrare al mondo la forza, l’unicità e l’imbattibilità del proprio sistema economico e politico e della propria democrazia resta un cardine ineludibile e, al tempo stesso, una zavorra pesantissima. Tale esigenza ha probabilmente a che fare con le insicurezze che questa nazione, relativamente giovane, si porta appresso dalla famosa protesta contro la tassa sul tè, con conseguente scarico nelle acque del porto di Boston delle casse che lo contenevano, il 16 dicembre del 1773: la colonia britannica che nel 1776 avrebbe dichiarato la propria indipendenza dall’impero non sapeva se avrebbe visto l’alba del giorno dopo. Ed è da quel giorno che gli “americani” sono ossessionati dall’idea di far sapere al mondo che tutto ciò che fanno è da record. È una sorta di complesso di inferiorità atavico.

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Sfidare il capitalismo è un testo interessante e una lettura ancor più utile alla vigilia delle elezioni presidenziali del prossimo novembre. Bernie Sanders va giustamente orgoglioso dei risultati ottenuti da candidato indipendente, dichiaratamente estraneo al processo di finanziamento massiccio da parte dei grandi potentati economici a cui nessuno dei colleghi si sottrae. La ripetitività con cui fa sfoggio di tali successi è persino eccessiva e rischia a tratti di alienargli le naturali simpatie dei lettori: in questo, Sanders non è diverso dal suo connazionale medio. Il suo libro resta comunque un valido punto di partenza anche per intuire il futuro non lontano della politica a stelle e strisce: comunque vadano le cose, si prospetta già una discesa in campo di Michelle Obama. E io mi aspetto una discussione accesa in merito anche dalle nostre parti: se, da un lato, è buona cosa pensare alla prima volta di un presidente-donna come era stata la prima volta di un presidente-afroamericano con l’elezione di suo marito, l’idea di una riproposizione del percorso dinastico nella scelta presidenziale io la trovo di bassissimo livello e, paradossalmente, in contraddizione palese con la natura stessa degli USA, un paese che dalla corona si è staccato e che da ogni residuo monarchico dovrebbe prendere le distanze. Ci sono già state dinastie altisonanti come quelle dei Kennedy, dei Bush e dei Clinton per non vedere di malocchio una riproposizione del nome Obama, seppur al femminile.

Possibile che gli USA non riescano a proporre un nome nuovo? Forse no, considerato che non sono riusciti a trovare un’alternativa allo iato Biden-Trump.

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