Ostaggi, Hamas chiede la liberazione di Marwan Barghouti

Hamas ha calato sul tavolo della trattativa con Israele la liberazione di Marwan Barghouti. La richiesta - assieme a quelle di un cessate il fuoco permanente e del ritiro totale dell'esercito dalla Striscia in cambio del rilascio degli ostaggi

Ostaggi, Hamas chiede la liberazione di Marwan Barghouti
Marwan Barghouti
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3 Febbraio 2024 - 00.36


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I gruppi filoiraniani in Siria e Iraq nel mirino degli Usa: i raid promessi da Joe Biden dopo l’uccisione di tre militari statunitensi al confine tra Giordania e Siria sono scattati in serata. Secondo Fox News, che cita alte fonti del Pentagono, gli obiettivi colpiti sono in tutto otto. Ci sarebbero sei vittime, notizia riportata sia dalla televisione americana che dall’ong Osservatorio sui diritti umani in Siria, precisando che alcuni di loro non sarebbero siriani.

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Questo nella giornata in cui Hamas ha calato sul tavolo della trattativa con Israele la liberazione di Marwan Barghouti. La richiesta – assieme a quelle di un cessate il fuoco permanente e del ritiro totale dell’esercito dalla Striscia in cambio del rilascio degli ostaggi – è stata avanzata in un’intervista ad una tv libanese dal rappresentante di Hamas a Beirut Osama Hamdan, che ha fatto anche il nome di Ahmad Saadat.

Barghouti – da tempo possibile candidato di rango alla presidenza dell’Autorità nazionale palestinese dopo Abu Mazen – è in carcere dal 2002 come leader della Seconda Intifada. È stato condannato a 5 ergastoli con l’accusa di aver progettato tre attentati che causarono la morte di 5 israeliani. Mentre Saadat è il capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, condannato a 30 anni per il suo ruolo nell’uccisione nel 2001 del ministro del Turismo israeliano Rehavam Zeevi. I nomi di Barghouti e Saadat fanno parte di quella «migliaia» di detenuti palestinesi, anche con condanne all’ergastolo, che secondo Hamdan Israele dovrebbe rilasciare in base alla proposta mediata a Parigi da Usa, Qatar e Egitto.

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Il capo di Hamas Ismail Haniyeh – d’intesa con il leader della Jihad islamica a Gaza Ziad Nakhaleh e il vicesegretario del Fplp Jamil Mezher – ha confermato che ogni accordo con Israele deve comportare lo stop permanente dei combattimenti e l’uscita dall’enclave palestinese dell’Idf, oltre alla fine del blocco di Gaza, la ricostruzione della Striscia e lo scambio di detenuti. Una fonte israeliana ha detto all’emittente Usa Nbc che, di fronte alle indiscrezioni attuali sulle posizioni di Hamas, la percentuale di probabilità di un accordo «non è maggiore del 50%». Improntati allo scetticismo anche i commenti fatti trapelare alla tv Canale 12 da alcuni ministri che ieri sera hanno preso parte alla riunione del gabinetto di guerra, secondo cui certo non prevale l’ottimismo.

Non è un caso che sabato sera a Tel Aviv le famiglie degli oltre 130 ostaggi ancora a Gaza hanno indetto una mega protesta davanti al ministero della Difesa. Lo slogan scelto la dice lunga: `120 giorni sottoterra senza aria, gli ostaggi sono in pericolo mortale´. Le speranze sembrano quindi affidate all’ulteriore mediazione del segretario di Stato Usa Antony Blinken che nel fine settimana arriverà in Israele per la sua sesta visita da quando è cominciato il conflitto.

Nel 119esimo giorno di guerra, l’esercito sta continuando le operazioni nella roccaforte di Hamas a Khan Yunis, nel sud della Striscia, dove si sono consumati combattimenti ravvicinati con i miliziani. I morti nella Striscia secondo i dati di Hamas – che non distingue tra civili uccisi e miliziani – sono arrivati a 27.131. E la tensione resta alta anche nella regione: in un raid a Damasco, attributo a Israele, è stato ucciso un altro consigliere della Guardia rivoluzionaria iraniana. Mentre l’Idf ha intercettato un missile terra-terra lanciato verso Israele dal Mar Rosso.

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