L'annientamento viene da lontano: nascere nella Striscia è una condanna a morte

Israele sa che Gaza resta una polveriera pronta a riesplodere, oltre lo scenario di una guerra a bassa intensità

L'annientamento viene da lontano: nascere nella Striscia è una condanna a morte
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7 Gennaio 2024 - 20.02


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“Annientare Gaza”. Non è il nome in codice della guerra prossima ventura che Israele scatenerà nella Striscia. E’ qualcosa d’altro e di più pervasivo: è usare, da parte del governo di Gerusalemme, due milioni di palestinesi come arma di ricatto nei confronti dell’Egitto di al-Sisi e, soprattutto, delle petromonarchie del Golfo.  Israele sa che Gaza resta una polveriera pronta a riesplodere, oltre lo scenario di una guerra a bassa intensità. E sa altrettanto bene che le due opzioni di sempre sono, per ragioni diverse, impraticabili: rioccupare la Striscia e/o mantenere lo statu quo.

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Ecco allora materializzarsi, negli ambienti governativi dello Stato ebraico, l’idea, aggiornata, di qualcosa che dai tempi degli accordi di Camp David (settembre 1978)  tra Menachem Begin e Anwar al Sadat si era affacciata, da parte dell’allora premier (Likud) israeliano: costringere il vicino arabo a farsi carico della Striscia, annettendola al proprio territorio nazionale o, se ciò era troppo, facendone una sorta di protettorato arabo, militarmente garantito dall’Egitto e finanziato dagli Emirati Arabi Uniti e dal Qatar. D’allora sono trascorsi quarant’anni. E Gaza resta un problema irrisolto. E una tragedia umanitaria immanente.

Il sangue versato a Gaza nel “Land Day”, e successivamente, nell’”Intifada degli aquiloni”, racconta una storia che non nasce ieri ma che si dipana nel corso di decenni e che ha nella Striscia uno dei suoi più tragici luoghi di attuazione. E’ la storia di tre guerre, di bombardamenti, razzi, invocazione al diritto di difesa (Israele) e a quello della resistenza armata contro l’”entità sionista” (Hamas). E’ la storia di punizioni collettive, di undici anni di assedio. Ma è anche la storia di un movimento islamico che, fallita l’esperienza di governo, cerca nuova legittimazione nell’indirizzare contro l’occupante con la Stella di David, la rabbia e la sofferenza di una popolazione ridotta allo stremo in una prigione di nome Gaza. Una prigione che torna a fare notizia quando si fa la conta dei morti, quando torna ad essere un teatro di guerra. Allora i riflettori si riaccendono, i media ne tornano a parlare. Dimenticando che la vera, grande tragedia di Gaza e della sua gente, è la normalità.  Ed è nella “normalità” che Gaza muore. Nel silenzio generale, nel disinteresse dei mass media, nella complicità della comunità internazionale, nella pratica disumana e illegale delle punizioni collettive perpetrate da Israele, nel cinico operare di Hamas, Gaza sta morendo. L’ultimo, documentato grido d’allarme, è stato lanciato da Oxfam. L’assedio sta privando una popolazione di 1,900milioni di abitanti, il 56% al di sotto dei 18 anni, del bene più vitale: l’acqua.

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A oltre quattro anni dal sanguinoso conflitto che nel 2014 distrusse buona parte del sistema idrico e fognario di Gaza, il sistema straordinario disegnato dalla comunità internazionale per la ricostruzione post-bellica (il cosiddetto Gaza Reconstruction Mechanism-Grm) non riesce ancora a rispondere ai bisogni dei quasi 2 milioni di abitanti della Striscia “intrappolati” in una delle zone più densamente popolate del mondo. Una situazione drammatica, rimarca il report di Oxfam, aggravata degli effetti del decennale blocco di Israele sulla Striscia, di cui le prime vittime sono oltre 1,9 milioni di persone che devono sopravvivere con uno scarsissimo accesso all’acqua e una situazione igienico-sanitaria in continuo peggioramento. Basti pensare che il 95% della popolazione – anche solo per bere e cucinare – dipende dall’acqua marina desalinizzata fornita dalle autocisterne private, semplicemente perché l’acqua fornita dalla rete idrica municipale (che presenta oltre 40% di perdite) non è potabile o perché oltre 40mila abitanti non sono allacciati alla rete.

A questo si aggiunge un sistema fognario del tutto inadeguato con oltre un terzo delle famiglie che non è connesso al sistema delle acque reflue. Una situazione di carenza idrica di cui fanno le spese soprattutto donne e bambini, che in molti casi sono costretti a lavarsi, bere e cucinare con acqua contaminata e si trovano esposti così al rischio di diarrea, vomito e disidratazione.Gli effetti del blocco israeliano nella vita di tutti i giorni: commercio praticamente inesistente, famiglie divise e persone che non possono muoversi per curarsi, studiare o lavorare. Le Nazioni Unite annunciano che entro il 2020, tra nemmeno due anni,  sarà praticamente impossibile vivere a Gaza per la mancanza di energia elettrica, il più alto tasso di disoccupazione al mondo e l’impossibilità per la popolazione di accedere anche a beni essenziali come cibo e, per l’appunto, acqua pulita. Siamo all’annientamento di una popolazione: oltre il 65% degli studenti delle scuole gestite dall’Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi)  a Gaza non riescono a trovare lavoro a causa delle dure condizioni di vita, dell’aumento della povertà e dei tassi di disoccupazione.

Save the Children considera Gaza invivibile già oggi: con le condizioni attuali i bambini non riescono più a nutrirsi adeguatamente, dormire, studiare o giocare. Le forniture di energia elettrica dall’Egitto si sono completamente interrotte e l’unica fonte resta Israele nonché l’impianto di generazione interno di Gaza, che funziona a regime ridotto dopo essere stato colpito nel 2009 e lo scorso aprile si è dovuto fermare per mancanza di combustibile e di fondi per i rifornimenti.   In un documentato report, Save the Children, chiede a Israele di interrompere subito il blocco di Gaza, dove quasi la metà della popolazione non ha lavoro e l’80% sopravvive solo grazie agli aiuti umanitari, e chiede alle autorità palestinesi e israeliane di fornire i servizi di base indispensabili agli abitanti dell’area. I 10 anni di isolamento hanno ridotto progressivamente la disponibilità di energia elettrica per le case che ora si limita a due ore al giorno o è totalmente assente per troppe persone.

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La mancanza di energia elettrica sta penalizzando un’infrastruttura già paralizzata dal blocco e dal conflitto, costringendo a frequenti e lunghe sospensioni del trattamento delle acque reflue che hanno causato l’inquinamento e la contaminazione di più del 96% delle falde acquifere, non sono più utilizzabili dall’uomo, e del 60% del mare di fronte a Gaza. Ogni giorno si riversano infatti nel mare 108 milioni di litri di acque reflue non trattate, l’equivalente del contenuto di 40 piscine olimpioniche. 

“I bambini di Gaza sono tristemente prigionieri del conflitto più politicizzato del mondo e la comunità internazionale non ha saputo reagire adeguatamente alle loro sofferenze. L’occupazione da parte di Israele e le divisioni nella leadership palestinese stanno rendendo la vita impossibile. Se hai 10 anni e vivi a Gaza hai già subito tre terribili escalation del conflitto. I bambini di Gaza hanno già sofferto 10 anni di blocco e di minacce continue a causa del conflitto. Vivere senza accesso ai servizi indispensabili come l’elettricità ha conseguenze gravi sulla loro salute mentale e sulle loro famiglie. Stiamo assistendo ogni giorno ad un aumento del livello di ansia e aggressività,” rimarca Jennifer Moorehead, Direttore di Save the Children nei Territori Palestinesi Occupati.

   La mancanza di energia elettrica ha un grave impatto sulla vita dei bambini di Gaza, che non possono avere accesso ad acqua potabile sufficiente o nutrirsi di cibi freschi, essere assistiti dai servizi sanitari e di emergenza quando servono o mantenere un livello minimo di igiene per mancanza di acqua corrente. Non possono dormire sufficientemente durante la notte per il troppo caldo ed essere quindi riposati per studiare a scuola, o fare i compiti o giocare a causa dell’oscurità. “Qui è diverso dagli altri paesi che hanno l’energia elettrica per tutto il giorno, la nostra vita non è come la loro. Il mio sogno più grande è poter essere come gli altri bambini che vivono in pace, in sicurezza e hanno l’elettricità,” dice agli operatori di Save the Children Rania che ha 13 anni e vive a Gaza.

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Rania e i bambini di Gaza hanno conosciuto solo la guerra. E le sue conseguenze che segnano l’esistenza fin dalla più giovane età. Il primo dato emerso da uno studio dell’Unicef successivo alla guerra di Gaza dell’estate 2014, indica che il 97% dei minori interpellati aveva visto cadaveri o corpi feriti, e che il 47% di questi aveva assistito direttamente all’uccisione di persone. I sintomi rilevati durante lo studio includevano: continui incubi e flashback; paura di uscire in pubblico, di rimanere soli, o di dormire con le finestre chiuse, nonostante il freddo; più nello specifico, i disturbi fisici più frequenti erano disturbi del sonno, dolori corporei, digrigno dei denti, alterazioni dell’appetito, pianto continuo, stordimento e stati confusionali; quelli emotivi includevano rabbia, nervosismo eccessivo, difficoltà di concentrazione e affaticamento mentale, insicurezza e senso di colpa, paura della morte, della solitudine e dei suoni forti. La conseguenza più diffusa era il Disturbo post-traumatico da stress (DPTS), ovvero l’insieme dei disagi psicologici che possono essere una possibile risposta dell’individuo a eventi traumatici o violenti. Si tratta di sintomi frequenti in qualunque territorio martoriato da una guerra ma, nel caso dei bambini di Gaza, la situazione diventa ancora più insostenibile, sia per l’alta percentuale di minorenni nella Striscia (circa la metà della popolazione, in un territorio tra i più popolati al mondo, con 4.365 persone per chilometro quadrato), sia perché Gaza è una striscia di terra, isolata e circondata da Israele e dal mare perennemente sorvegliato dalla marina dello Stato ebraico. 

Questa è la vita a Gaza. E chi governa Israele come chi impone la sua legge nella Striscia, lo sanno bene. Come lo sa bene la comunità internazionale, capace solo di invitare alla moderazione o (l’Onu) a prospettare una commissione d’inchiesta, ripetendo una stanca litania che fa seguito all’esplosione della violenza. Tutti conoscono la realtà di Gaza, la tragedia umana che in essa si consuma.  Ma questa consapevolezza non porta alla ricerca di un accordo, di una pace giusta, duratura, tra pari. Non impone rinunce per ridare speranza. Costa meno combattere, perché, tanto, a chi vuoi che possa interessare la sorte di due milioni di persone ingabbiate nella prigione chiamata Gaza. Ed è in questo scenario che matura la “metamorfosi” di Hamas. Sintetizzabile così: la rivolta popolare non violenta paga di più dei tunnel e dei missili. In termini mediatici, di impatto sull’opinione pubblica internazionale e nelle ricadute su Israele.

Una metamorfosi che  Amos Harel, analista militare di Haaretz spiega così: “Sembra che Hamas, i cui attivisti sono stati coinvolti nell’organizzazione delle dimostrazioni e nell’esortare i partecipanti a scontrarsi con l’esercito vicino al recinto – afferma Harel –  abbia trovato un modo più efficace di creare attriti con le Forze di Difesa Israeliane che lanciare missili e compiere attacchi attraverso i suoi tunnel. I missili e gli attacchi terroristici in Israele comportano il rischio di condurre a una guerra che presumibilmente Hamas non vuole. Inoltre, il sistema Iron Dome fornisce una protezione ragionevole contro i razzi e la barriera ad alta tecnologia che Israele sta costruendo lungo il confine è progettata per rilevare e bloccare la costruzione di tunnel dalla Striscia di Gaza nel territorio israeliano. Gli eventi dei  venerdì di sangue  – continua Harel – hanno riportato Gaza in qualche modo all’attenzione della comunità internazionale, dopo mesi di indifferenza per una situazione sempre più degradata…”. Si tratta ora di vedere se la ”metamorfosi” di Hamas si rivelerà  un espediente tattico di corto respiro ovvero una scelta strategica che tiene conto di un processo che sta venendo avanti dentro la società palestinese, soprattutto tra le giovani generazioni: non delegare più alle organizzazioni storiche – Hamas, al-Fatah – la resistenza, praticando quella che Hanan Ashrawi, storica dirigente palestinese, indica come “la terza via tra rassegnazione e militarismo: la via della resistenza popolare non violenta”, tornando così alle origini, alla prima Intifada, alla “rivolta delle pietre”, quella che portò agli accordi di Oslo-Washington. Di certo, ai falchi d’Israele, questa prospettiva spaventa di più, molto di più, di un nuovo confronto militare con Hamas. Il ministro dell’istruzione Naftali Bennett (Bayit Yehudi) ha chiesto una risposta militare su vasta scala agli attacchi da Gaza. Sembrerebbe una riedizione di ciò che succede ogni pochi anni, ma se l’obiettivo strategico fosse qualcosa di più della semplice “tranquillità per un po’ di tempo”, forse potrebbe rompere lo schema ripetitivo. In caso contrario, c’è da chiedersi se gli israeliani siano disposti a subire di nuovo considerevoli perdite fra i soldati, come nell’estate 2014, solo per vedere la situazione che si ripete dopo pochi anni…”.

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A sostenerlo non è un pacifista di B’Tselem, ma un recente editoriale del Jerusalem Post, giornale vicino all’attuale governo di Benjamin Netanyahu. Un invito, quello del JP, a “Bibi” per provare ad andare oltre, dopo tredici anni di guerre ed embargo nella Striscia, alla “gestione del conflitto”. Ma i segnali che giungo da Gaza non lasciano spiragli alla speranza.  Al lancio da dalla Striscia  dei cosiddetti “palloni incendiari” – preservativi gonfi di elio capaci di volare per alcuni km  -, le autorità dello Stato ebraico hanno  reagito (14 luglio) , con i raid aerei più duri dal 2014 (uccisi due adolescenti palestinesi). Poi hanno chiuso il valico commerciale di Kerem Shalom (e lo stesso ha fatto il governo egiziano con la chiusura improvvisa del valico di Rafah tra Gaza e il Sinai). E così, Gaza sembra entrare in un’altra estate di guerra, che è “solo” un passaggio dell’”Operazione annientamento”.

L’articolo è dell’estate del 2018. 

L’agonia di Gaza

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Gaza, una prigione che torna a fare notizia quando si fa la conta dei morti, quando torna ad essere un teatro di guerra. Allora i riflettori si riaccendono, i media ne tornano a parlare. Dimenticando che la vera, grande tragedia di Gaza e della sua gente, è la normalità.  Ed è nella ‘normalità’ che Gaza muore. Nel silenzio generale, nel disinteresse dei mass media, nella complicità della comunità internazionale, nella pratica disumana e illegale delle punizioni collettive perpetrate da Israele, nel cinico operare di Hamas, Gaza sta morendo. L’assedio sta privando una popolazione di 2,1milioni di abitanti, il 56% al di sotto dei 18 anni, del bene più vitale: l’acqua. A otto anni dal sanguinoso conflitto che nel 2014 distrusse buona parte del sistema idrico e fognario di Gaza, il sistema straordinario disegnato dalla comunità internazionale per la ricostruzione post-bellica (il cosiddetto Gaza Reconstruction Mechanism-Grm) non riesce ancora a rispondere ai bisogni degli oltre 2 milioni di abitanti della Striscia “intrappolati” in una delle zone più densamente popolate del mondo. Una situazione drammatica, rimarcava un precedente report di Oxfam, aggravata degli effetti del quindicennale blocco di Israele sulla Striscia, di cui le prime vittime sono oltre 2 milioni di persone che devono sopravvivere con uno scarsissimo accesso all’acqua e una situazione igienico-sanitaria in continuo peggioramento. Basti pensare che il 95% della popolazione – anche solo per bere e cucinare – dipende dall’acqua marina desalinizzata fornita dalle autocisterne private, semplicemente perché l’acqua fornita dalla rete idrica municipale (che presenta oltre 40% di perdite) non è potabile o perché oltre 40mila abitanti non sono allacciati alla rete. A questo si aggiunge un sistema fognario del tutto inadeguato con oltre un terzo delle famiglie che non è connesso al sistema delle acque reflue. Una situazione di carenza idrica di cui fanno le spese soprattutto donne e bambini, che in molti casi sono costretti a lavarsi, bere e cucinare con acqua contaminata e si trovano esposti così al rischio di diarrea, vomito e disidratazione.Gli effetti del blocco israeliano nella vita di tutti i giorni: commercio praticamente inesistente, famiglie divise e persone che non possono muoversi per curarsi, studiare o lavorare. Siamo all’annientamento di una popolazione: oltre il 65% degli studenti delle scuole gestite dall’Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi)  a Gaza non riescono a trovare lavoro a causa delle dure condizioni di vita, dell’aumento della povertà e dei tassi di disoccupazione. 

Questa è la vita a Gaza, se di vita si può parlare. E chi governa Israele come chi impone la sua legge nella Striscia, lo sanno bene. Come lo sa bene la comunità internazionale, capace solo di invitare alla moderazione o (l’Onu) a prospettare una commissione d’inchiesta, ripetendo una stanca litania che fa seguito all’esplosione della violenza. Tutti conoscono la realtà di Gaza, la tragedia umana che in essa si consuma.  Ma questa consapevolezza non porta alla ricerca di un accordo, di una pace giusta, duratura, tra pari. Non impone rinunce per ridare speranza. Costa meno combattere, perché, tanto, a chi vuoi che possa interessare la sorte di due milioni di persone ingabbiate nella prigione chiamata Gaza. 

L’articolo è dell’11 agosto 2022. 

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Signori dalla memoria labile e dalle lacrime di coccodrillo. Gaza è inabitabile. Da una vita. 

(seconda parte, fine)

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