Gaza, la "soluzione finale" dei fascisti di Tel Aviv nelle parole di Ben Gvir e Bezalel Smotrich

Per chi governa oggi Israele, la “soluzione finale” per Gaza è la deportazione di 2 milioni di gazawi nel Sinai.

Gaza, la "soluzione finale" dei fascisti di Tel Aviv nelle parole di Ben Gvir e Bezalel Smotrich
Bezalel Smotrich e Ben Gvir, due ultranazionalisti di estrema destra che non riconoscono i diritti dei palestinesi
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

6 Gennaio 2024 - 17.16


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Ora proveranno ad edulcorare il tutto con parole meno gravi, più “rassicuranti”. Manderanno avanti, come specchietto per le allodole (leggi comunità internazionale, Usa ed Europa in primis) il “piano Gallant”. Ci proveranno, lo stanno già facendo. Ma per chi governa oggi Israele, la “soluzione finale” per Gaza è la deportazione di 2 milioni di gazawi nel Sinai.

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Soluzione finale

Globalist lo ha raccontato in più articoli, con il prezioso contributo delle più autorevoli firme del giornalismo israeliano.

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Ora ci torniamo, con il supporto dell’analisi e del racconto di due giornalisti italiani tra i più informati e presenti sul fronte mediorientale: Francesca Mannocchi e Francesco Battistini.

Scrive Mannocchi per La Stampa: “Mentre il bilancio delle vittime della guerra supera le 22 mila persone, gli esponenti politici israeliani diventano sempre più espliciti nell’obiettivo di trasferire il maggior numero di abitanti di Gaza al di là dei confini della Striscia. Le dichiarazioni, sempre più numerose e sempre più trasparenti, stanno suscitando gli allarmi delle organizzazioni umanitarie e degli alleati di Tel Aviv, soprattutto gli Stati Uniti. Allarmi che però, continuano a cadere nel vuoto.  Domenica scorsa, il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, al vertice del partito ultranazionalista Sionismo religioso, riferendosi a Gaza, ha parlato di un ghetto in cui è necessario incoraggiare l’emigrazione. «Per evitare che Gaza resti un focolaio in cui due milioni di persone crescano nell’odio aspirando a distruggere Israele» Smotrich suggerisce che almeno il 90% della popolazione debba andarsene.  «Se a Gaza ci saranno 100 o 200 mila arabi, e non più due milioni – ha detto – parlare del “giorno dopo” sarà diverso». È questo il tema della discussione oggi: parlare del giorno dopo. La strategia sul presente della guerra è la strategia sul futuro della Striscia. Cosa sarà domani delle persone che oggi sono di fatto intrappolate in una prigione a cielo aperto e sul cui destino molti esponenti della leadership israeliana, sembrano avere le idee chiare: ristabilire l’insediamento ebraico nel territorio e incoraggiare i palestinesi ad andarsene. Scenario che per i gazawi rappresenta la messa in atto dell’incubo di una seconda catastrofe, la Nakba, lo sfollamento forzato seguito alla guerra del 47-49, e che per gli osservatori della politica israeliana, rappresenta le ambizioni delle frange più estremiste del governo Netanyahu, a cui il Primo Ministro deve la formazione dell’ultimo governo, il sostegno politico e quindi la speranza che la sua leadership non termini con la fine della guerra. 

Il progetto di trasferire o incoraggiare lo spostamento “volontario” dei palestinesi da Gaza era, un tempo, una posizione marginale all’interno della società israeliana, per lo più sostenuta dai Kahenisti. Questa idea è andata via via normalizzandosi dopo la formazione dell’ultimo governo Netanyahu, lo scorso anno ed estremizzata dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Per gli esponenti politici e gli aperti sostenitori delle tesi Kaheniste, la strage di ottobre e la guerra che ne è seguita sono diventate «un’opportunità per concentrarsi sull’incoraggiamento dei residenti di Gaza a migrare», queste le parole del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir per cui il trasferimento dei gazawi è una «scelta corretta, giusta, morale ed umana». 

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A novembre, i deputati Danny Danon del Likud, ex ambasciatore presso le Nazioni Unite, e Ram Ben Barak del partito di opposizione Yesh Atid, ex vicedirettore del Mossad, hanno scritto sul WSJ un editoriale dal titolo: «Il mondo dovrebbe accogliere i rifugiati di Gaza, anche se i Paesi accogliessero solo 10.000 persone ciascuno, ciò aiuterebbe ad alleviare la crisi», terminando l’appello con queste parole: «La comunità internazionale ha l’imperativo morale – e l’opportunità – di dimostrare compassione, aiutare il popolo di Gaza a muoversi verso un futuro più prospero e lavorare insieme per raggiungere maggiore pace e stabilità in Medio Oriente» . 

A dicembre il ministro dell’Intelligence Gila Gamliel ha pubblicato un editoriale sul Jerusalem Post usando parole analoghe, invitando i paesi occidentali ad accogliere i residenti della Striscia di Gaza, in un atto di «reinsediamento volontario». In risposta alla richiesta di Gamliel di istituire una task force sul tema, Netanyahu la settimana scorsa ha ammesso che il governo sta lavorando per facilitare il movimento dei gazawi fuori confine. «Il problema – ha detto – è trovare Paesi disposti ad assorbirli, stiamo lavorando su questo». 

La settimana scorsa sempre Danny Danon ha rincarato la tesi del gesto umanitario: «Israele deve rendere più facile per gli abitanti di Gaza partire verso altri Paesi. Un’immigrazione volontaria dei palestinesi che vogliono andarsene», ha detto, aggiungendo di essere già stato contattato da «Paesi africani e dell’America Latina disposti ad assorbire i rifugiati dalla Striscia di Gaza». 

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Secondo fonti anonime del gabinetto di sicurezza citate dalla testata Zman Israel il Congo sarebbe stato disposto ad accogliergli. Tra gli intermediari sul reinsediamento dei palestinesi in altri Paesi, secondo il canale israeliano Channel 12, anche l’ex primo ministro britannico Tony Blair (ma il Tony Blair Institute for Global Change, un’organizzazione no-profit da lui fondata nel 2016) ha smentito gli incontri con Gantz e Netanyahu su questo tema: «Tony Blair non sosterrebbe una simile discussione, l’idea è sbagliata di principio. Gli abitanti di Gaza dovrebbero poter restare e vivere a Gaza», scrivono nel comunicato. Le indiscrezioni di Channel 12, arrivavano dopo che due ministri del governo di estrema destra hanno ipotizzato che i coloni potranno tornare nella Striscia di Gaza a guerra finita[…]. Sono molti i politici israeliani che hanno cominciato esplicitamente a chiedere il ripristino degli insediamenti israeliani a Gaza (i coloni israeliani si sono ritirati dalla Striscia nel 2005), e in un recente articolo del Jerusalem Post, un geografo israeliano, ha definito la penisola egiziana del Sinai «un luogo ideale per sviluppare un ampio reinsediamento per la popolazione di Gaza». 

Nelle ultime settimane sono state diffuse molte immagini di soldati israeliani che si sono ritratti nel territorio della Striscia, con cartelli che riportavano le scritte «Siamo tornati!» e «Siamo qui per restare!». 

Ovviamente queste immagini hanno allarmato la comunità internazionale e confermato l’idea che il piano di Israele sia quello di sfollare forzatamente e in maniera permanente i palestinesi. 
In una lunga e dettagliata ricostruzione sulla diffusione delle tesi kahaniste nella società israeliana, a novembre il quotidiano Hareetz, ha pubblicato un lungo articolo dal titolo: La destra israeliana sta cercando di riformulare il trasferimento della popolazione di Gaza come un «atto morale». L’idea di espellere gli arabi verso altri Paesi un tempo, dice Haaretz, era legata a Meir Kahane e ad altri radicali di estrema destra, e quindi considerata un anatema dalla maggior parte degli israeliani.  Oggi la situazione è cambiata e l’idea sta guadagnando terreno come soluzione «morale» alla guerra. Rimettendo in fila i passaggi che hanno reso esplicito, accettabile nella società israeliana questo scenario, Hareetz ne ricostruisce alcuni passaggi di comunicazione nei tre mesi di guerra: a un mese dall’inizio dell’offensiva, il conduttore televisivo Guy Lerer scrisse sui suoi social: «Perché milioni di rifugiati siriani sono andati in Turchia e milioni di ucraini sono andati in tutte le parti d’Europa? – perché in ogni guerra esistono i rifugiati ad eccezione della guerra nella Striscia di Gaza?».

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Lo stesso giorno su Channel 12, il canale informativo più seguito del paese, il parlamentare Ram Ben Barak disse: «Se consideriamo tutta Gaza composta da rifugiati, disperdiamoli in giro per il mondo. Ci sono 2,5 milioni di persone lì. Ogni Paese potrebbe accogliere 20.000 persone – 100 Paesi. È umano, è logico, meglio essere un rifugiato in Canada che un rifugiato a Gaza. Se il mondo vuole davvero risolvere questo problema, può farlo».

Sia Lerer che Ben Barak sono seguaci delle idee del rabbino ultranazionalista Meir Kahane, ma quello che è interessante e inquietante allo stesso tempo è che le loro tesi, che un tempo sarebbero state appannaggio dell’estrema destra, oggi stanno diventando sentire comune nella società israeliana.  Dieci giorni dopo la strage del 7 ottobre, era stato pubblicato un documento che cercava di dare legittimità all’idea del trasferimento della popolazione. Il dottor Raphael BenLevi, dell’organizzazione di destra Tikvah Fund e ricercatore presso l’Istituto Misgav per la sicurezza nazionale e la strategia sionista, sempre citato da Haaretz, ha scritto che l’unico modo per stabilizzare il confine sud di Israele «è agire per spingere la popolazione nella penisola del Sinai e creare un’iniziativa internazionale per assorbire gli sfollati del Sinai in paesi stranieri. Nonostante l’opposizione prevista, Israele deve agire per creare una situazione intollerabile a Gaza, che obbligherà altri Paesi ad aiutare la partenza della popolazione – e gli Stati Uniti a esercitare forti pressioni a tal fine».

Come a dire: quanto più la situazione a Gaza sarà intollerabile, tanto più i civili spingeranno per lasciare la Striscia. E, di conseguenza, sarà inevitabile che gli sforzi diplomatici cominceranno a muoversi per convincere i paesi arabi ad accogliere i rifugiati e i paesi Occidentali a fare la loro parte. 

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A cercare di piegare l’espulsione dei gazawi secondo queste tesi è anche un articolo uscito su Hashiloach, ad ottobre, dal titolo: «Necessario, morale e possibile: non tornare a Gaza». L’autore, Yoav Sorek, presenta delle argomentazioni «etiche» alla sua tesi, passaggio che Haaretz definisce un «sofisticato upgrade per i Kahanisti».

Sorek sa che il rischio del trasferimento forzato, che è un crimine di guerra, rischia di provocare l’isolamento di Israele dai suoi alleati internazionali, perciò delinea una tesi secondo cui l’unico modo per abbandonare l’invito alla vendetta e l’uccisione dei civili, è trasferire la popolazione. «Il trasferimento di una popolazione o l’attuazione di uno scambio di popolazione sono pratiche pervasive nella risoluzione dei conflitti e sono completamente indipendenti al crimine noto come “pulizia etnica”».  Trasferire per non uccidere dunque. Questo lo scambio esplicitamente proposto dalle frange estremiste della politica e, dunque, della società israeliana, questo il dilemma morale di cui l’Occidente e i Paesi arabi stanno prendendo coscienza. In tale contesto – conclude Mannocchi – la migrazione presentata come “volontaria” equivale sempre di più a uno sfollamento forzato illegale”.

Smentite e conferme

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Il governo del Ruanda ha smentito le recenti notizie apparse sul Times of Israel secondo cui il Paese africano avrebbe discusso la possibilità di accogliere i palestinesi «trasferiti» da Gaza. Kigali «prende atto della disinformazione pubblicata su un organo di stampa che sostiene colloqui tra Ruanda e Israele sul trasferimento dei palestinesi da Gaza. Questo è completamente falso», ha affermato il ministero degli Affari Esteri ruandese in post sul suo account X. 

«Nessuna discussione del genere ha avuto luogo né ora né in passato, e tale disinformazione dovrebbe essere ignorata», viene aggiunto. Poche ore prima la stessa smentita era arrivata dalla Repubblica democratica del Congo. Tre giorni fa Zman Yisrael, il portale in lingua ebraica del quotidiano israeliano, aveva scritto di colloqui segreti del governo di Netanyahu con diversi paesi riguardo a un programma di migrazione «volontaria» per i palestinesi. Dall’entourage di Netanyahu nessuna conferma o smentita. Un silenzio che la dice lunga.

Loro non si nascondono

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Scrive Francesco Battistini, inviato del Corriere della Sera a Tel Aviv: “ Congo è niente. Da uno che un tempo invitava «i veri ebrei» a non far partorire le mogli vicino a donne arabe; da un altro che da giovane teneva in salotto il ritratto d’uno sterminatore di palestinesi nelle moschee; da un altro ancora che prima del 7 ottobre s’immaginava d’essere Nerone e sognava di bruciare Gaza con tutti quelli che ci stavano dentro: da tutta quest’estrema destra nazionalista e religiosa, non c’è da stupirsi che sia stata partorita pure l’idea di risolvere la guerra deportando tutti gazawi in Africa o vattelapesca dove. 

Non è che Bibi Netanyahu fosse totalmente in disaccordo. Ma avrebbe evitato di far uscire proprio adesso il piano Congo, l’ipotesi di un’ «emigrazione volontaria» di tutti i palestinesi, addirittura il ritorno dei coloni nella Striscia. Invece i due ragazzi terribili del suo governo — l’Itamar Ben-Gvir ministro della Sicurezza alla guida degli arabofobi di Potere Ebraico, il Bezalel Smotrich ministro delle Finanze che comanda i messianisti di Sionismo Religioso —, sempre quei due han fatto piovere su Israele le condanne di Usa, Ue, Paesi arabi, Russia, Cina e insomma del mondo intero.

«Irresponsabili e pericolosi», li definisce Yair Lapid, leader dell’opposizione. Ben consapevoli e del tutto coerenti, in realtà: sulla coppia Ben-Gvir&Smotrich, per non dire degli ultrareligiosi di Ebraismo della Torah o degli ortodossi Shas che tengono in piedi il sesto governo Netanyahu, fiorisce da tempo un’antologia di citazioni celebri. Eccone alcune.

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«Finché sarò ministro, non darò uno shekel all’Autorità palestinese di Abu Mazen. Perché poi andrà alle famiglie dei terroristi e dei nazisti di Gaza» (Bezalel Smotrich).

«Israele non è un’altra stella della bandiera americana» (Itamar Ben-Gvir, rispondendo alle critiche Usa).

«Abu Mazen è un nemico. Incita, paga gli stipendi ai terroristi» (Bezalel Smotrich).

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«Dobbiamo consentire a tutti i cittadini di proteggersi con le armi» (Itamar Ben-Gvir).

«È naturale che mia moglie, in ospedale, non voglia partorire accanto a chi dà alla luce un bambino che, fra 20 anni, potrebbe uccidere il suo. Servono reparti separati per ebree e arabe» (Bezalel Smotrich).

«Qui siamo i proprietari, ricordatevelo, e io sono il vostro padrone di casa» (Itamar Ben-Gvir, in un quartiere occupato di Gerusalemme Est).

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«Chi brucia le case agli arabi? Commette un reato, certo. Ma non è un terrorista» (Bezalel Smotrich).

«Al mondo non piaceva che applicassimo la nostra legge a Gerusalemme o nel Golan, eppure il cielo non è caduto. Allo stesso modo, non gli piace che la applichiamo a Maale Adumin (una colonia illegale, ndr), ma lo accetta. Continueremo a farlo in tutta la Giudea e la Samaria» (Bezalel Smotrich).

«Siamo arrivati alla sua macchina, e arriveremo anche a lui» (Itamar Ben-Gvir, il giorno in cui rubò un pezzo dell’auto di Yitzhak Rabin, due settimane prima dell’assassinio). 

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«Sogno una teocrazia. Le leggi della Torah sono molto meglio dello stato di diritto» (Bezalel Smotrich).

«C’era un tempo in cui ero un orgoglioso omofobo. Anche se non sapevo cosa volesse dire» (Bezalel Smotrich).

«Cosa farei a un bambino palestinese che lancia pietre? O gli sparo, o lo metto in prigione» (Bezalel Smotrich).

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«Il Signore è uno. Non 30. Ha creato il mondo e ci ha dato la Torah. Non posso distorcere la verità dello Stato ebraico. Così come non posso legittimare il cristianesimo» (Bezalel Smotrich).

«La guerra di Gaza è un’opportunità per incoraggiare l’emigrazione volontaria dei suoi abitanti. Per i palestinesi, è una soluzione umanitaria» (Itamar Ben-Gvir).

«Se a Gaza restano 200mila palestinesi, non due milioni, tutto sarà diverso» (Bezalel Smotrich)”.

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Chiosa nostra: i fascisti al governo a Tel Aviv hanno idee chiare. E non le nascondono. Ma la civile Europa fa finta di non sentire. Complice della “soluzione finale” per Gaza. 

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