Italia-Libia, la disfatta diplomatica diventa un caso politico: la Francia gongola

Uno schiaffo in faccia che fa male. Una disfatta diplomatica che si trasforma in un caso politico. In Libia tira una brutta aria per l’Italia. A Tripoli come a Bengasi. 

Italia-Libia, la disfatta diplomatica diventa un caso politico: la Francia gongola
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

1 Settembre 2023 - 15.42


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Uno schiaffo in faccia che fa male. Una disfatta diplomatica che si trasforma in un caso politico. In Libia tira una brutta aria per l’Italia. A Tripoli come a Bengasi. 

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Una bocciatura che fa male

Così la racconta su il Foglio Valerio Valentini: “L’indolenza è durata fin oltre l’immaginabile. Fino a che, cioè, gli eventi non sono precipitati, dalla Farnesina nessuno ha ritenuto opportuno neppure spiegare ai diretti interessati il perché del fattaccio. “Stiamo provvedendo proprio ora”, spiegavano dagli uffici di Antonio Tajani, ieri mattina, ai funzionari indispettiti che domandavano ai vertici del ministero se davvero corrispondesse al vero che Nicola Orlando ancora non fosse stato messo al corrente del perché della sua bocciatura. Lui che aveva vinto il concorso europeo, e che da Josep Borrell era stato designato ambasciatore dell’Ue in Libia, e che s’era poi visto negare il gradimento dal governo Dabaiba, senza che nessuno a Roma ritenesse doveroso contestare lo sfregio da parte di Tripoli. Prima insomma che il Foglio ne desse notizia, […] all’ambasciata di Tripoli avevano dovuto intuirlo dagli  indizi. Comunicazioni differenziate, inviti selettivi, fino ad arrivare alla visita del premier  Dabaiba, il 7 giugno. Allora il governo di unità nazionale libico aveva già anticipato, in via informale, la propria contrarietà verso la nomina di Orlando.

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E a tutti era parsa un’enormità tale – non solo perché all’Italia Dabaiba deve molto, ma anche perché quella del diplomatico trevigiano era una designazione europea […] – che ci si aspettava che proprio in quell’occasione, tra i molti delicatissimi dossier trattati, Giorgia Meloni avrebbe accennato anche alla questione dell’ambasciatore dell’Ue. E invece le strane procedure del cerimoniale – con dei pass negati a Orlando – avevano confermato i sospetti, e insieme ai sospetti anche la patriottica remissività dei sovranisti di governo.

[…] Alla Farnesina ammettono che sì, lo smacco è innegabile. Ma spiegano pure che, essendo tanti i fronti aperti in Libia, e tanti soprattutto quelli che vanno gestiti tenendo conto anche delle mosse – non sempre amichevoli – dei francesi,  si è dovuto stabilire “una scala delle priorità”.

 E lo si è fatto d’intesa con Palazzo Chigi, che sapeva, non senza un consulto anche coi vertici dell’intelligence. E dunque s’è convenuto che Orlando fosse sacrificabile. Con buona pace dei tanti diplomatici italiani in giro per il mondo che confidano nel fatto che, di fronte a un eventuale affronto da parte di un governo straniero, il loro ministro, il loro presidente del Consiglio, insomma il loro paese, possa in qualche modo proteggerli. E così dell’arrendevolezza italiana sarà ora proprio Parigi, a trarre vantaggio: il secondo nella graduatoria di Borrell è un francese, e dunque ora sarà lui, Patrick Simonnet, il nuovo ambasciatore dell’Ue in Libia. E si capisce, quindi, che ce n’è abbastanza per fare di questa disfatta diplomatica un caso politico. Il Pd depositerà un’interrogazione parlamentare per chiedere a Tajani di riferire in Aula. Il Terzo polo valuta mosse analoghe. Insieme all’interpellanza già annunciata da Verdi e Sinistra italiana sull’altro pasticcio diplomatico avvenuto a Roma, quello sull’incontro dei ministri degli Esteri libico e israeliano risoltosi in un trambusto internazionale, sarà una ripresa dei lavori assai intensa, per il ministro degli Esteri.”

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Altrettanto puntuta è l’analisi, sempre sul giornale diretto da Claudio Cerasa, di Lucio Gambardella. Illuminante è il sommario: Roma sbaglia tutto e i francesi ne approfittano. Sarà Patrick Simonnet il nuovo ambasciatore Ue nel paese. I guai per le missioni a guida italiana e la conferenza di Parigi che vuol fare concorrenza a quella sulle migrazioni di Meloni.

“La competizione tra Francia e Italia per la Libia e il Sahel – annota Gambardella . si sta tramutando in una guerra diplomatica aperta. La prima vittima  è stata Nicola Orlando, rappresentante speciale dell’Italia in Libia e nominato, lo scorso aprile, nuovo ambasciatore dell’Ue nel paese nordafricano. Con una mossa inusuale, il premier di Tripoli, Abdelhamid Dabaiba, non ha concesso gradimento per Orlando, facendone saltare la nomina. Al suo posto, come appreso dal Foglio, ci sarà il francese Patrick Simonnet, attuale ambasciatore dell’Ue in Arabia Saudita.La sua nomina non è ancora ufficiale, ma i tempi non dovrebbero essere lunghi”.

Un Report illuminante

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E’ quello elaborato dall’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), uno dei più autorevoli think tank italiani di geopolitica e politica estera.

 “[..]A Tripoli, una folla di manifestanti ha assaltato il ministero degli Esteri e tentato di appiccare il fuoco alla residenza del premier, mentre in altre città gli uffici governativi sono stati circondati ed erette barricate per le strade. Cortei e scioperi hanno interrotto la circolazione del traffico e nuovi disagi sono previsti nelle prossime ore. Nel tentativo di sedare le rivolte, Dbeibah ha annunciato l’apertura di un’investigazione e garantito che il suo Governo di unità nazionale non ha intenzione di avviare un processo di normalizzazione delle relazioni con Israele. La Libia, come diversi stati arabi, non riconosce e non intrattiene nessuna relazione diplomatica con Israele. Secondo una legge del 1957, trattare con lo stato ebraico è un crimine che prevede fino a nove anni di prigione. Storicamente, inoltre, Tripoli è sempre stata in prima linea nel sostenere la causa palestinese e durante gli anni di Muammar Gheddafi i cittadini di fede ebraica sono stati vittime di espropriazioni, le sinagoghe venivano date alle fiamme e molti sono stati costretti a emigrare.[…] La notizia dell’incontro, avvenuto la scorsa settimana a Roma, era stata diffusa dallo stesso Cohen che l’aveva definito “un primo, storico passo” verso la ripresa delle relazioni diplomatiche. Fonti anonime avevano inoltre riferito all’agenzia di stampa Reuters che l’incontro era stato concordato in anticipo e “ai massimi livelli”

in Libia, ed era durato più di due ore. Nel corso della loro conversazione, i due ministri avrebbero parlato del finanziamento israeliano ad alcuni progetti umanitari, di agricoltura, gestione dell’acqua e dell’importanza di preservare il patrimonio ebraico in Libia, comprese sinagoghe e cimiteri. Dettagli che hanno alimentato lo scandalo nonostante le smentite del ministero degli Esteri di Tripoli che ha definito il faccia a faccia “un incontro casuale e non programmato durante un incontro al ministero degli Affari esteri italiano”. Una sconfessione che non è bastata a placare lo sdegno di un’opinione pubblica fortemente anti-israeliana. Domenica sera il Consiglio presidenziale della Libia – un organismo che svolge le funzioni di capo di stato ed è responsabile dell’esercito – ha chiesto “chiarimenti” al governo su quanto accaduto, affermando che l’incontro tra i due ministri “non riflette la politica estera dello Stato libico, non rappresenta le costanti nazionali ed è considerato una violazione delle leggi libiche che criminalizzano la normalizzazione con l’entità sionista”. Nella giornata di lunedì, il ministero degli Esteri israeliano ha parzialmente corretto il tiro, precisando di non essere dietro la “fuga di notizie” sull’incontro “contrariamente a quanto pubblicato” sui media internazionali…

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Annota in conclusione Federica Saini Fasanotti, Ispi Senior Associate Research Fellow: “Ciò che è successo nelle ultime ore non lascia adito a dubbi riguardo al caos che regna a Tripoli. Risulta infatti molto peculiare che un ministro degli Esteri possa recarsi in un paese straniero per un incontro delicatissimo senza che il capo del governo ne sia al corrente. Soprattutto quando la controparte in questione è Israele, con cui storicamente la Libia ha avuto, durante il regime gheddafiano, rapporti estremamente complessi.  Sembra piuttosto che le cose siano sfuggite di mano e che, preso di sorpresa, Dbeibah abbia deciso di sacrificare la pedina più debole, Najla El Mangoush, spedendola in Turchia per calmare la piazza, da tempo ormai sotto il controllo di milizie organizzate in veri e propri cartelli criminali”.  

Resa dei conti

La Camera dei rappresentanti, con sede in Cirenaica, ha invitato il procuratore generale a indagare sul governo del premier Abdulhamid Dbeibah per “falsificazione di identità” e “reato di comunicazione con l’entità sionista”, dopo la notizia dell’incontro del ministro degli Esteri Najla Mangush con la sua controparte israeliana.

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Lo afferma una nota rilasciata a seguito di un incontro tenutosi lunedì presso la sede centrale di Bengasi, ripresa da Al Wasat. 
La dichiarazione precisa che “alla Camera dei rappresentanti è stato assicurato il coinvolgimento del governo uscente negli incontri e nella comunicazione con l’entità sionista, con l’obiettivo di normalizzare con l’entità occupante, che è criminalizzata dalle leggi e dalla legislazione nel nostro Paese, in cambio della promessa di rimanere al potere e di ostacolare lo svolgimento delle elezioni come è avvenuto nel 2021.

Secondo il parlamento dell’Est “il legittimo governo libico è quello incaricato dalla Camera dei rappresentanti”, che invita “tutte le istituzioni e agenzie di regolamentazione, militari, di sicurezza e finanziarie a cooperare con esso e a non attuare le istruzioni del governo Dbeibah”.  La nota invita “tutti i Paesi” a trattare con il governo incaricato dalla Camera dei rappresentati e il popolo libico a insistere sulla formazione di un nuovo governo il prima possibile. La Camera dei rappresentanti ha anche incluso una raccomandazione al “Comitato misto 6+6 per preparare le leggi elettorali” affinché respinga qualsiasi “candidato alle elezioni se è stato dimostrato che è coinvolto in comunicazioni con l’entità sionista”.

Il caos libico

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Di grande interesse è l’analisi di Emanuele Rossi per formiche.net: “La Libia continua a essere un contesto caotico. Il Gnu governa il Paese tramite un’investitura ricevuta dal processo di stabilizzazione lanciato dall’Onu nell’ottobre 2020 — sfruttando il cessate il fuoco dopo che le forze miliziane di Khalifa Haftar avevano lanciato, da Bengasi (nella regione orientale, la Cirenaica) un assalto infruttuoso al precedente governo onusiano. Dabaiba ha fallito la sua missione, organizzare le elezioni, e la Camera dei Deputati, con sede a Tobruk, nell’est, ha cercato di togliergli la fiducia accordandola (all’inizio del 2022) a un altro proto-governo, che però in oltre un anno non è mai riuscito a entrare a Tripoli — e ha infine rinunciato alla sua missione. L’equilibrio interno si regge attualmente sul controllo territoriale (e su alcuni centri di potere) delle milizie. 

Una reale statualità, per come viene canonicamente intesa, non esiste in Libia. Anche per questo è strano che gli Usa avessero avallato la normalizzazione con Israele. Dabaiba è un leader che non ha il controllo del Paese, ma solo di una parte di esso, per altro esercitato quasi unicamente attraverso il mantenimento di relazioni di interesse con alcune delle milizie che si trovano a Tripoli — che per altro anche recentemente si sono scontrate proprio per quegli interessi. Le proteste provocate dalla diffusione trionfalistica da parte di Cohen della notizia dell’incontro con la collega libica si inserisco in questo contesto altamente sensibile. Anche per questo hanno ricevuto un’eco maggiore.

“Quando Mangoush stava per prendere un aereo per raggiungere la Turchia, si sono diffuse voci a proposito che su quel volo ci fosse addirittura Dabaiba: anche il solo fatto che circolino notizie sul premier in fuga da Tripoli segna la sua debolezza interna”, commenta Karim Mezran, direttore della North Africa Initiative dell’Atlantic Council. I manifestanti hanno protestato davanti all’edificio del ministero e provato a incendiare la casa del primo ministro. La reazione è stata dettata dall’accaduto e da vari livelli di criticità interni che aprono a pretesti.

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“Avvicinare attualmente la Libia a Israele è un processo diplomaticamente scoordinato. Il rischio non è solo la reazione popolare, ma la destabilizzazione del precario esecutivo e il ritorno sulla scena di figure estremiste, come per esempio quella di Salah Badi”, fa notare Mezran. Badi è uno dei capi miliziani più influenti di Misurata, da cui viene Dabaiba: Misurata, città-stato sulla costa centrale, è fondamentale per gli equilibri interni. Badi, ricercato internazionale, già inserito nelle liste delle sanzioni delle Nazioni Unite, ha chiesto la mobilitazione per rovesciare Dabaiba”.

I colleghi citati sono autorevoli analisti e profondi conoscitori delle dinamiche interne alla nostra diplomazia. E scrivono per testate che certo non possono essere reputate pregiudizialmente o ideologicamente ostili a chi governa oggi l’Italia. Sono giornalisti con la schiena dritta che scavano nella notizia e sanno individuare una disfatta diplomatica. Perché tale è quella subita dall’Italia.

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