Migranti, le storie angoscianti dei "carichi residuali"

Dare voce a una umanità sofferente. A quelli che scappano da guerre, pulizie etniche, disastri ambientali, povertà assoluta, e per farlo mettono a rischio la vita

Migranti, le storie angoscianti dei "carichi residuali"
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

5 Giugno 2023 - 15.16


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Dare voce a una umanità sofferente. A quelli che scappano da guerre, pulizie etniche, disastri ambientali, povertà assoluta, e per farlo mettono a rischio la vita. La voce dei più indifesi tra gli indifesi: i migranti. Quelli che la semantica securista, criminale quanto le politiche adottate, marchia come “carichi residuali”, come fardelli di cui liberarsi.

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Voci da ascoltare

 “Il motore della nostra barca si era rotto, ero nel panico ma non sarei mai tornato in Libia, perché lì si rischia la vita ogni giorno”. E ancora: “Il padre di mio figlio è ancora in Libia. Volevamo mettere in salvo il nostro piccolo da quell’inferno, ma non avevamo abbastanza soldi per partire tutti e tre. Lui si è sacrificato. Ora però ho paura che non ci rivedremo mai più”.  Sono solo alcune delle voci raccolte sulla nave Life Support di Emergency, che è sbarcata questa alla banchina Taliercio del porto di Marina di Carrara. Hanno finalmente toccato terra, dunque, le 29 persone soccorse in acque internazionali, nell’area di ricerca e soccorso libica. Tra loro, ci sono 3 donne e un bambino di 2 anni.

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Il racconto di una donna eritrea 

“Il padre di mio figlio ora è in Libia – racconta la donna di 22 anni proveniente dall’Eritrea e soccorsa assieme al figlio di 2 anni – volevamo mettere in salvo il piccolo e toglierlo da quell’inferno che c’è in Libia. I trafficanti aguzzini però non ci hanno permesso di partire tutti e tre se non avessimo dato loro una somma che noi non ci siamo potuti permettere. Con il padre di mio figlio allora ci siamo detti che nostro figlio ha diritto di studiare e non vivere in un Paese dove la gente viene uccisa per strada. Lui, il mio amore, si è sacrificato. Ora ho paura che non ci rivedremo mai più”.

Un diciottenne del Gambia riferisce. “Al momento della partenza, provavamo tutti un senso di speranza. Sull’imbarcazione c’erano due motori. Ci avevano detto che le luci delle piattaforme petrolifere erano l’Italia e quindi a noi tutti sembrava un viaggio semplice e breve. Invece, dopo poche ore dalla partenza, il primo motore si è rotto, ne restava solo uno e non eravamo neanche a metà del viaggio. Ero letteralmente nel panico, ma per nessuna ragione al mondo sarei tornato indietro, perché in Libia si rischia di morire ogni giorno”.

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La punizione del governo italiano

Queste persone che sono state soccorse dalla nave di Emergency erano partite da Sabratah, in Libia, la notte del 1° giugno scorso e sono state soccorse dalla Life Support il 2 giugno. “Ora il governo italiano ci ha assegnato un porto distante 662 miglia che ci imporranno circa 70 ore di navigazione dal luogo del soccorso – commenta Albert Mayordomo, capomissione della Life Support – è evidentemente una scelta politica ed è semplicemente assurdo punire così chi salva queste persone lungo la rotta migratoria più pericolosa e letale al mondo: il Mediterraneo Centrale. Qui – ha aggiunto il capomissione di Emergency – solo nel 2023 sono morte in media quasi 7 persone al giorno e sono oltre 5.000 quelle riportate nei lager libici da parte della cosiddetta guardia costiera libica”.

Un passo indietro nel tempo. Alle ore 14.30 di sabato 15 aprile, la nave Life Support di Emergency ha concluso il soccorso di un’imbarcazione di una decina metri su cui navigavano 55 persone. Il natante si trovava in acque internazionali ed era completamente alla deriva. “Siamo partiti da Zwara, Libia, a mezzanotte – racconta uno dei superstiti proveniente dall’Eritrea – eravamo in mare da oltre 12 ore. Dopo qualche ora di navigazione il motore ha smesso di funzionare e abbiamo iniziato ad imbarcare acqua dopo poco. Eravamo terrorizzati. Molti di noi sono scoppiati in lacrime quando hanno visto la vostra nave venire in soccorso. Eravamo allo stremo”. Tra le persone tratte in salvo, tre donne, tre bambini accompagnati dai 2 ai 7 anni, 3 minori non accompagnati. Le persone soccorse provengono da Paesi segnati da gravi emergenze umanitarie tra cui Costa d’Avorio, Egitto, Eritrea, Etiopia, Nigeria, Palestina, Sudan, Somalia. Alla Life Support è stato assegnato il porto di Marina di Carrara che dista circa tre giorni di navigazione dal luogo in cui è avvenuto il salvataggio.

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 “Quando ci siamo avvicinati, abbiamo trovato un’imbarcazione in condizioni di grave pericolo – riporta Albert Mayordomo, soccorritore della Life Support – era così sovraccarica di esseri umani che molti viaggiavano a cavalcioni sui tubolari. L’odore di benzina era fortissimo, nonostante fossimo all’aria aperta. I loro corpi erano impregnati di benzina, molti avevano ustioni sulle gambe e contusioni dovute alle condizioni del viaggio”. “Qui nel Mediterraneo, siamo testimoni della vera emergenza migranti: non gli arrivi in Italia, ma le persone che muoiono in mare, in media una ogni 4 ore. È come se il Mediterraneo fosse una zona di guerra – dice Emanuele Nannini, capomissione della Life Support– abbiamo appena salvato 55 persone, ma non sapremo mai quante altre persone, in queste ore, sono state riportate in Libia o sono naufragate e annegate in silenzio. Solo nella giornata di ieri abbiamo appreso di quattro imbarcazioni intercettate: centinaia di persone riportate con la forza in Libia o in Tunisia. Al termine delle operazioni di soccorso oggi, si è avvicinata un’imbarcazione non identificata, forse dele milizie libiche, ci ha fatto segno di allontanarci con manovre intimidatorie verso la nostra nave, mostrandoci i kalashnikov e le pistole che avevano a bordo”.

Navi salvavite a cui il governo (post) fascista ha dichiarato guerra.

Racconti dall’inferno

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Li riporta, per Avvenire, Daniela Fassini in un toccante reportage del 30 maggio: “I miei figli hanno perso la loro infanzia. Ero terrorizzata per la loro vita e sono davvero grata di essere qui adesso. Spero che l’Europa abbia per loro solo cose belle e che possano avere un’infanzia serena” racconta Abia, 30 anni, siriana, a bordo della Geo Barents, la nave di ricerca e soccorso di Medici senza frontiere giunta martedì mattina a Bari con 605 migranti a bordo. La storia della 30enne è stata resa pubblica dalla stessa Ong. Viaggiavano su un vecchio peschereccio sovraffollato e a rischio. Tra loro ci sono 11 donne e 151 minori, 20 hanno meno di 13 anni e alcuni sono bimbi molto piccoli. Provengono da Siria, Bangladesh, Palestina, Egitto, Pakistan. 
“Pensavamo che saremmo morti, ora abbiamo una nuova possibilità – aggiunge Imran, 22 anni del Pakistan -. È stato orribile laggiù, adesso speriamo in una vita migliore in Europa”. “Siamo così grati di avere accesso ad acqua pulita, docce e cibo. La vita in Libia era come l’inferno. Ringrazio Dio perché ci avete raggiunto e salvato”, spiega Hassan, 31 anni. I migranti arrivati a Bari “erano partiti dalla Libia con un peschereccio e sono rimasti in mare per quattro giorni. Ci hanno raccontato di un viaggio pericolosissimo e drammatico, in cui hanno finito cibo e acqua e a lungo sono rimasti senza soccorsi” racconta Fulvia Conte, responsabile soccorsi della nave Geo Barents di Medici senza frontiere (Msf). “Ci hanno parlato delle sofferenze atroci subite in Libia – ha proseguito Conte – alcuni sono stati torturati davanti ai propri figli”. I bambini ora “sono sollevati – sottolinea Conte – perché finalmente sono in un posto sicuro insieme alle proprie famiglie. Avranno però bisogno di cure sia mediche che psicologiche, perché sono stati testimoni e vittime di situazioni drammatiche. La maggior parte dei più piccoli, però, almeno fisicamente sta bene”. Qualcuno ha parenti in Europa, altri sono partiti senza destinazioni precise per fuggire da posti che sono comunque peggiori del mare. Quello del Mediterraneo è il tratto più letale al mondo, ma per chi parte è comunque più sicuro del posto che lascia. Sono stati destinati tutti a strutture di accoglienza della Toscana, sparse tra le varie province, gli 88 migranti sbarcati martedì a Livorno dalla nave ong Humanity 1, che li aveva soccorsi al largo della Libia il 26 maggio scorso. Alla nave era stato poi assegnato il porto toscano dove è entrata prima delle 8 e dove le operazioni di sbarco si sono concluse intorno alle 13. Come già accaduto per altri sbarchi a Livorno le operazioni di identificazione e di controllo sanitario dei migranti si sono svolte alla stazione marittima di Livorno, poi a bordo di pullman sono stati accompagnati alla destinazione prevista nei centri di accoglienza assegnati secondo il piano di riparto della prefettura livornese”. 

Così l’inviata del quotidiano della Cei.

La denuncia

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Il presidente della Ong tedesca Sea-Eye, Gorden Isler, ha detto di “aspettarsi una posizione contro l’Italia” dal governo federale tedesco dopo il fermo amministrativo di due navi dell’organizzazione da parte delle autorità italiane. “Mi aspetto che il ministero degli Esteri federale e il governo federale decidano di prendere una posizione contro l’Italia e ci sostengano”, ha detto Isler intervistato dal quotidiano “Neue Osnabruecker Zeitung”.

Secondo Isler la legislazione italiana viola il diritto internazionale “poiché abbiamo l’obbligo di salvare le persone in difficoltà”. 

Quella bandiera da issare

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Di cosa si tratti lo resoconta efficacemente Michele Raviart per Vatican News: “Navigare nel mar Mediterraneo con la bandiera delle Nazioni Unite per “tutelare l’operato delle organizzazioni umanitarie che danno concreta attuazione al dovere di soccorso in mare previsto dalle norme internazionali”. È quanto chiedono per le loro navi alcune Ong che si occupano del salvataggio di persone migranti, insieme ad altre realtà della società civile, rivolte al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, all’Unhcr, al Consiglio dei diritti umani e all’Organizzazione marittima internazionale.

Il valore umanitario di salvare vite

La petizione, una raccolta firme online, è stata promossa tra gli altri dal Festival del Cinema dei Diritti umani di Napoli, da Pax Christi e da ResQ ed è stata firmata anche dall’arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia. “Poter esporre le insegne delle Nazioni Unite sulle nostre navi sarebbe un’iniziativa dal valore simbolico. Significherebbe riconoscere l’importanza del lavoro a tutela della vita e della dignità umana che si fa a bordo delle navi umanitarie”, spiega la portavoce di ResQ, Cecilia Strada. “In questo periodo – che dura in realtà da alcuni anni – in cui il soccorso in mare viene criminalizzato così come vengono criminalizzate le persone migranti che attraversano il mare”, sottolinea, “poter riconoscere e riaffermare il puro valore umanitario del salvare la vita umana sarebbe un passo piuttosto importante”.

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Stop alla Sar in Libia

Un’altra richiesta è quella di cancellare la zona Sar libica, “perché la Libia non garantisce alcun porto sicuro, né il rispetto dei diritti umani”. Alle morti nel Mediterraneo, continua Strada, si aggiunge infatti “anche una situazione di violazione dei diritti umani continua, perché i respingimenti della guardia costiera libica riportano indietro le persone agli stupri e alle torture nei lager”, di “cui non possiamo fare finta di non sapere l’esistenza in Libia”, e che continuano ogni giorno nel Mediterraneo.

Il salvataggio in mare non può essere messo in discussione

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Dopo la tragedia di Steccato di Cutro, quando lo scorso 26 febbraio sono morte 88 persone a largo delle coste calabresi, sono continuati i naufragi, con oltre 30 vittime a largo della Tunisia e almeno nove morti in un naufragio nelle acque algerine ieri pomeriggio. “Quello che mi impressiona e che stiamo discutendo nel 2023 se sia giusto o meno soccorrere in mare”, spiega ancora Strada. “Non ci sarebbe neanche bisogno di discutere su questo. La vita umana va salvata, protetta. Punto. Poi quando siamo tutti a terra, salvi e con i piedi asciutti possiamo parlare dei flussi migratori, dei decreti flussi, di come governare anche meglio l’accoglienza nei nostri Paesi, ma la vita umana in pericolo va salvata”.

Canali di accesso sicuri e legali

L’unico modo in cui si potrebbe strappare le persone dalle mani dei trafficanti di esseri umani, conclude la portavoce di ResQ, è quella di aprire “canali di accesso sicuri e legali in forma di decreti flussi, perché non bastano i numeri dei corridoi umanitari, per permettere alle persone di arrivare legalmente per lavoro o per altri motivi in Italia”. “Sicuramente l’Europa deve agire unita su questo e non può essere qualcosa che viene lasciato ai Paesi che geograficamente sono i Paesi di prima accoglienza”, spiega, “bisogna lavorare a livello europeo per aprire le porte della ‘Fortezza Europa’, altrimenti il Mediterraneo continuerà ad essere il più grande cimitero del mondo, perché questo è diventato negli ultimi anni, con decine di migliaia di morti e i diritti umani che vengono violati tutti i giorni. Spesso quando diciamo che andiamo in mare diciamo non solo che salviamo gli altri, ma in realtà salviamo anche noi stessi. Salviamo i nostri valori, salviamo quello in cui crediamo a partire dal fatto che la vita umana va difesa”.

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Il “gendarme della Cirenaica”

Da un report di Agenzia Nova: “Le unità affiliate all’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar hanno arrestato oltre mille presunti migranti irregolari a Tobruk e Musaid, nell’est del Paese. Lo ha riferito l’ufficio stampa dell’Lna, specificando che il rastrellamento è avvenuto dopo l’invio nella zona di unità militari e di sicurezza aggiuntive a sostegno delle forze di stanza nell’area di Tobruk-Musaid, vicino al confine con l’Egitto. Secondo un comunicato stampa dell’Lna, gli uomini del generale Haftar hanno arrestato “più di 1.000 immigrati clandestini di diverse nazionalità, trovati nelle fattorie e nelle case dei trafficanti nella città di Musaid”. In questi stessi luoghi sono state trovate anche delle “officine per la fabbricazione di barche di legno per le partenze irregolari” via mare verso l’Italia. L’Lna fa sapere che sono ancora in corso le operazioni delle unità militari e di sicurezza per arrestare “trafficanti e spacciatori di droga nella zona”, ha aggiunto la stessa fonte.

Violenti scontri sono esplosi al valico di terra di Musaid, tra la Libia e l’Egitto, tra un gruppo di persone provenienti della città di Tobruk e le guardie di frontiera dell’Lna. Le violenze sono esplose dopo la morte di un bambino della tribù degli Al Haboun, ucciso da colpi di arma da fuoco esplosi dalle guardie di frontiera contro un’automobile sospettata di trasportare un presunto contrabbandiere appartenente alla tribù degli Awlad Ali. Le immagini pubblicate sui social media libici mostrano veicoli fuoristrada appartenenti alle guardie di frontiera in fiamme. L’Lna ha inviato sul posto unità militari aggiuntive per cercare di riportare la situazione sotto controllo. In seguito è giunta la notizia degli oltre 1.000 arresti e della stretta contro i trafficanti di esseri umani.

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Vale la pena ricordare che dalla Cirenaica dominata dal generale Haftar, sostenuto dai mercenari del gruppo russo Wagner, sono partiti oltre la metà dei migranti sbarcati in Italia dalla Libia. Al 19 maggio, secondo i dati del Viminale visionati da “Agenzia Nova”, erano arrivate 19.007 persone dalle coste libiche (8.220 dalla Tripolitania e 10.787 dalla Cirenaica), un aumento del 96 per cento rispetto ai 9.688 sbarcati dello stesso periodo dell’anno scorso. Solo di recente, le forze del generale libico hanno cominciato a recuperare i migranti (in larga parte egiziani, ma anche bengalesi e siriani) che salpano verso le coste dell’Italia tentato la pericolosa traversata del Mediterraneo”.

Nella sponda sud del Mediterraneo, l’Italia è alla ricerca di “gendarmi” a cui affidare il lavoro sporco dei respingimenti in mare. Khalifa Haftar è uno di questi. Un criminale ricevuto in pompa magna a Palazzo Chigi. 

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