Gaza, il supplizio della famiglia Nabhan: crimine di guerra, non 'effetto collaterale'

Sono crimini di guerra. Perpetrati contro civili. Sono crimini contro l’umanità e non “effetto collaterali” di un esercizio di difesa. Se la prendono anche contro i disabili

Gaza, il supplizio della famiglia Nabhan:  crimine di guerra, non 'effetto collaterale'
I disabili della famiglia Nabhan finiti sotto i raid di Israele a Gaza
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

27 Maggio 2023 - 15.10


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Sono crimini di guerra. Perpetrati contro civili. Sono crimini contro l’umanità e non “effetto collaterali” di un esercizio di difesa.

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La storia della famiglia Nabhan

Globalist la racconta grazie alla preziosa collaborazione dell’Ambasciata di Palestina in Italia.

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Sabato 13 maggio, un missile israeliano ha colpito a Gaza l’edificio residenziale in cui viveva la famiglia Nabhan con i suoi cinque figli disabili. Nessuno è rimasto ucciso, perché Israele aveva mandato un avvertimento ben 5 minuti prima; ma la casa è andata distrutta, gettando nel panico i cinque fratelli, che soffrono tutti di distrofia muscolare e convulsioni. Sotto le macerie sono rimasti beni per loro indispensabili, come i letti ortopedici. Lo spiega affranta Haneen, che ha 16 anni ed è disabile a entrambe le gambe: “La casa è esplosa mentre ci stavano trasferendo. Le nostre sedie a rotelle, le medicine e i vestiti erano dentro. Non è rimasto nulla”, ha detto. I suoi fratelli hanno 3, 18, 29 e 38 anni. Per tutti, la sofferenza si è moltiplicata, portando, nel caso del fratello maggiore, a un vero e proprio crollo emotivo. Era stato lui a ricevere la chiamata anonima, che aveva voluto passare subito al cugino, Hussam Nabhan, di 45 anni. Si trattava di un ufficiale israeliano che ordinava loro di evacuare la casa in fretta, prima dell’imminente bombardamento. Hussam aveva cercato di prendere tempo, spiegando che lì c’erano persone disabili, ma è stato tutto inutile: “L’ufficiale mi ha detto che avevamo solo cinque minuti. Ci siamo precipitati e abbiamo trovato le ragazze stese a terra. Grazie ai vicini siamo riusciti a portarle fuori e a lasciare la casa in tempo per miracolo”, ha raccontato.


La madre dei ragazzi, Najah, di 57 anni, ha detto di non essere riuscita a portare via nulla, nemmeno le carte d’identità: “Avevo bisogno di tempo per pensare a cosa prendere e cosa lasciare. Avevamo importanti documenti e relazioni sulle condizioni e sulla storia dei miei figli, così come farmaci e strumenti. E’ andato tutto perduto”, ha spiegato Najah, seduta su una stuoia nel cortile disseminato di detriti di quella che era la sua casa nel nord di Gaza. “La casa era il rifugio delle ragazze, avevano un bagno per disabili, sedie a rotelle, un letto per dormire. Cose che era stato difficile ottenere. Ora non c’è più nulla. Come farò a portare Haneen in braccio dopo che la sua sedia a rotelle è sparita insieme a tutto il resto?”, si è giustamente interrogata.


Casa Nabhan è stata distrutta dall’attacco israeliano solo poche ore prima che un cessate il fuoco entrasse in vigore. Almeno altri 15 edifici residenziali, alcuni dei quali contenenti molte case familiari, sono stati distrutti da missili di ultima generazione, bombe computerizzate e droni killer, nei cinque giorni di bombardamenti che dal 9 al 13 maggio hanno causato 33 morti, tra cui donne e bambini, e almeno 100 feriti. L’ennesima guerra unilaterale voluta esclusivamente da Israele, nemmeno la scusa di razzi partiti da Gaza nei giorni precedenti. La cosiddetta «Operazione Scudo e freccia» non è giunta in risposta ad alcuna minaccia e ha seminato morte in un pezzo di terra privo di rifugi. La famiglia Nabhan, tra le più povere di Gaza, aveva costruito questa casa solo quattro anni fa, grazie alle donazioni di enti di beneficenza. Prima avevano sempre vissuto in strutture di fortuna con tetti in lamiera. Domenica 14 maggio, di buon mattino, si sono tutti riuniti nel cortile, all’ombra di un albero, per ricevere i visitatori accorsi in segno di solidarietà. 

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In difesa di una donna capace e coraggiosa

Qui di seguito la lettera inviata da John Dugard, Richard Falk e Michael Lynk, predecessori di Francesca Albanese, al Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, all’Alto Commissario per i Diritti Umani, Volker Türk, e al Presidente del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, Václav Bálek. 

Oggetto: Relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati – Attacchi all’Avv. Francesca Albanese. 

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“Vostre Eccellenze:

Vi scriviamo a titolo personale, in quanto siamo stati gli ultimi tre Relatori Speciali delle Nazioni Unite per la Situazione dei Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati dal 1967. In quel ruolo abbiamo ottemperato al mandato a noi affidato, informando con regolarità sulla tendenza deprimente e continua al deterioramento dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO). John Dugard (Sud Africa) ha prestato servizio dal 2001 al 2008, Richard Falk (Stati Uniti d’America) dal 2008 al 2014, e Michael Lynk (Canada) dal 2016 al 2022.
Durante i nostri rispettivi mandati, siamo stati tutti oggetto di incessanti e taglienti attacchi, in gran parte malevoli e denigratori sul piano personale, per nessun altro motivo se non per il fatto che ognuno di noi ha criticato Israele per le sue ben documentate violazioni del diritto internazionale nel corso dei suoi 55 anni di occupazione della Palestina. Tutti noi accettiamo che arrivino critiche e rimproveri quando si ricopre un ruolo pubblico. Ciò è particolarmente vero quando si difendono i diritti umani. Tuttavia, pretendiamo un limite quando la critica è calunniosa, quando comporta principalmente attacchi personali e una rappresentazione deliberatamente fuorviante delle nostre segnalazioni, e quando il suo intento non è quello di affrontare in modo costruttivo la qualità delle nostre indagini, ma di sviare l’attenzione dalle reali infrazioni dello Stato che viola i diritti.
Con grande rammarico, stiamo assistendo alle stesse modalità distruttive, utilizzate per attaccare chi ci ha succeduto, l’Avv. Francesca Albanese (Italia), ma con ancora maggiore ferocia e meschinità. Albanese è giunta a ricoprire questa posizione un anno fa, dopo aver vissuto in Israele e in Palestina, con una grande esperienza professionale in qualità di ex funzionaria delle Nazioni Unite, avvocata e scrittrice di grande talento, nonché voce di spicco molto rispettata nella comunità internazionale dei diritti umani. Nel suo primo anno di mandato, l’Avv. Albanese si è comportata in modo eccezionale, utilizzando le sue doti di comunicatrice e di sagace analista dei diritti umani per aumentare la consapevolezza globale sulla terribile situazione nella Palestina occupata. Gli attacchi contro di lei da parte di organizzazioni e soggetti che hanno difeso a lungo l’occupazione israeliana non solo sminuiscono personalmente l’Avv. Albanese, ma, cosa più importante, rappresentano anche un tentativo di sminuire ed eliminare questo particolare mandato sui diritti umani, e sono chiaramente intesi a distogliere l’attenzione dalla considerevole portata dei suoi scrupolosi e illuminanti resoconti.


Va tenuto presente che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha più volte affermato – recentemente con la Risoluzione 77/22 del 30 novembre 2022 – che la comunità internazionale ha una responsabilità permanente nei confronti della questione palestinese, fino a quando tale questione non sarà risolta in modo soddisfacente in tutti i suoi aspetti. Tra le altre cose, ciò deve significare che i rappresentanti delle Nazioni Unite o titolari di mandati impegnati sulla questione della Palestina, che lavorano all’interno del quadro consolidato del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite sulla Palestina, devono essere difesi da attacchi malevoli che non solo screditano la persona, ma cercano di minare la legittimità stessa del lavoro delle Nazioni Unite su questo tema. 

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Un aspetto essenziale di questo modello di critica calunniosa nei confronti dell’Avv. Albanese consiste nell’evitare di rispondere alla sua analisi e alla sua documentazione sulle violazioni israeliane dei fondamentali diritti umani dei palestinesi che vivono sotto un’occupazione prolungata. L’intento è quello di spostare la discussione, all’interno delle Nazioni Unite e in altri ambienti, dai messaggi contenuti nei rapporti all’autrice dei rapporti, ciò che rappresenta una modalità irresponsabile di risposta alle critiche, a cui non bisogna permettere di avere successo se si vuole salvaguardare il ruolo importante di questo mandato.
Durante i nostri rispettivi incarichi come Relatori Speciali delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati, la leadership delle Nazioni Unite non ha fatto abbastanza per denunciare gli incessanti attacchi contro di noi, mentre stavamo coscienziosamente adempiendo al mandato del Consiglio dei Diritti Umani. Il silenzio della leadership delle Nazioni Unite di fronte a questi attacchi ha solo incoraggiato quelle organizzazioni e quegli individui a continuare con questo comportamento e a cercare di gettare fango sul mandato in ogni occasione disponibile. 

Sebbene siamo tutti molto orgogliosi dei nostri rispettivi contributi nell’adempiere al mandato e nell’assicurare che la questione della Palestina resti per la comunità internazionale un problema urgente da risolvere, il nostro lavoro sarebbe stato ancora più efficace se l’allora leadership dell’Onu ci avesse fornito il necessario sostegno pubblico di cui avevamo bisogno contro questi attacchi. 

Di conseguenza, esortiamo ciascuno di voi a intraprendere attivamente ogni ragionevole passo, come leader delle Nazioni Unite, per garantire che l’Avv. Albanese sia difesa pubblicamente contro le calunnie e le false rappresentazioni. In questo modo si proteggeranno la reputazione e l’efficacia di una straordinaria sostenitrice dei diritti umani. E si potrà garantire che il mandato attragga in futuro candidati di alta qualità, che si sentiranno un po’ meno scoraggiati dalle persistenti calunnie scagliate contro di loro da Ong e altri diffamatori. Ciò rafforzerà il ruolo indispensabile delle Nazioni Unite nella ricerca di una soluzione giusta per la questione della Palestina, e così facendo si proteggerà l’efficacia del sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite, nel garantire che la difesa impavida e responsabile dei diritti, che è parte integrante delle Procedure Speciali delle Nazioni Unite, rimanga al centro del suo lavoro. 

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Sinceramente vostri, John Dugard, Richard Falk e Michael Lynk “.

Invece di essere orgogliosi dell’operato di Francesca Abanese, in Italia c’è chi ne chiede la rimozione accusandola di essere “filo palestinese”. E moti di questi “chi” sono al governo.

Testimone scomodo

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L’8 maggio, Skyline International for Human Rights, associazione con sede in Svezia che si occupa della difesa delle libertà di opinione e di espressione, ha condannato l’arresto da parte dell’esercito israeliano del ricercatore e scrittore palestinese Yasser Manna, descrivendolo come la diretta conseguenza di una politica che limita precisamente questi diritti, con l’intento di mettere a tacere chiunque critichi il trattamento riservato da Israele ai palestinesi. L’esercito israeliano ha arrestato il ricercatore di 34 anni, che lavora presso il Jerusalem Center for Studies on  Israeli Affairs, mentre stava attraversando il checkpoint di Za’tara, a sud di Nablus. Precedentemente detenuto diverse volte, Manna ha già trascorso cinque anni nelle carceri israeliane e l’ultima volta è stato rilasciato nel 2021. L’arresto di Manna, secondo Skyline, avviene nel contesto di un’escalation di aggressioni contro opinionisti e professionisti dei media nei Territori Palestinesi Occupati. Solo ad aprile, le forze israeliane e i coloni hanno effettuato 11 attacchi contro i giornalisti, non solo sparando contro di loro proiettili di metallo rivestiti di gomma, inondandoli di gas tossici, picchiandoli con bastoni, prendendoli a calci e spingendoli a terra, ma anche cercando di investirli con dei veicoli o di strangolarli, come è successo a una giornalista che copriva le violazioni dell’occupazione e dei suoi coloni contro i residenti della Cisgiordania occupata e di Gerusalemme. Nello stesso mese, ha aggiunto Skyline, cinque giornalisti sono stati detenuti, trattenuti o convocati e interrogati dalle forze israeliane. Una di loro, Raeda Joulani, ha ottenuto gli arresti domiciliari con il divieto di utilizzare i social media. Si tratta evidentemente di una flagrante violazione delle norme che garantiscono la libertà di opinione, di espressione e di lavoro giornalistico. Una violazione, tuttavia, di fronte la quale la comunità internazionale rimane in silenzio, rafforzando l’impunità di cui godono gli autori delle violazioni in Israele. 

In memoria di Shireen

E’ trascorso da qualche giorno l’anniversario dell’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh per mano di un cecchino israeliano. Si trovava a Jenin, per raccontare l’ennesima violenta incursione dell’esercito di Israele nel campo profughi. Il Ministero della Salute della Palestina ha reso noto che è stata colpita da una pallottola alla testa. A distanza di un anno, tutti in Palestina hanno voluto ricordarla con funzioni liturgiche e commemorazioni laiche. Sua nipote Lina ha sottolineato che “un anno dopo, la nostra famiglia sta ancora lavorando affinché chi è responsabile risponda delle sue azioni (…). Chiediamo a tutti di continuare a parlare di Shireen, di scrivere di lei e di chiedere che sia fatta giustizia”. 

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Globalist continuerà a farlo. Come sempre. 

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