Mediterraneo, cimitero europeo: responsabili restano impuniti e al potere

Non si fermano i naufragi nel Mediterraneo. Le partenze sono tornate ad aumentare, per via del miglioramento delle condizioni meteo. Lampedusa è di nuovo fortemente sotto pressione

Mediterraneo, cimitero europeo:  responsabili restano impuniti e al potere
Migranti
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

10 Aprile 2023 - 15.14


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Mediterraneo, cimitero europeo. Così è. E le responsabilità sono acclarate, come più e più volte documentato da Globalist.

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Cimitero europeo

Resoconta Tommaso Coluzzi per fanpage.it: “Non si fermano i naufragi nel Mediterraneo. Le partenze sono tornate ad aumentare, per via del miglioramento delle condizioni meteo. Lampedusa è di nuovo fortemente sotto pressione – non che l’emergenza lì sia mai finita – e si moltiplicano gli sbarchi e, allo stesso tempo, le storie di chi non ce la fa. Sono almeno venti le persone annegate durante il naufragio di ieri, dove è intervenuta la Ong tedesca ResQship con la nave umanitaria Nadir, salvando 22 persone e due corpi senza vita.

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“Almeno altre 23 tombe di persone innocenti nel cimitero europeo che è il mar Mediterraneo – scrive l’Ong sui social – Questa è una tragedia indicibile che avrebbe potuto, e dovuto, essere prevenuta con un approccio umanitario alla migrazione invece che con il filo spinato dei confini europei”. E ancora: “Alla perdita di vite umane si aggiunge il profondo trauma che i sopravvissuti dovranno sopportare per il resto della propria vita. Continueremo a combattere in solidarietà e pregheremo affinché un giorno la nostra organizzazione e l’intera flotta civile non siano più necessarie”.

I superstiti, sentiti dalla Polizia a Lampedusa, hanno parlato di 18 dispersi. Ovviamente quando si parla di dispersi durante un naufragio avvenuto giorni prima, si sa che – salvo miracoli – si parla di vittime. Fra i superstiti, sbarcati sull’isola siciliana, ci sono anche nove donne. Tutti sono originari di Costa d’Avorio, Guinea, Camerun e Senegal: hanno riferito di essere salpati alle 3 di ieri da Sfax, pagando tremila dinari tunisini e viaggiando su un barchino in ferro di 7 metri. Nel frattempo a Lampedusa la situazione continua a essere critica: nelle ultime 24 ore sono sbarcate 679 persone. E questo dato è fermo a mezzogiorno di oggi. Gli arrivi sono continuati anche nel pomeriggio. Nell’hotspot ci sono quasi 1.500 persone. Nessuna risposta è arrivata al richiamo di Alarm Phone, che parla da ore di un barcone in avaria con 400 migranti a bordo”.

Il pressing sulle coste italiane c’è. Delle oltre 28mila persone (28.285) giunte in Italia dall’inizio dell’anno, i tunisini sono oltre 2mila. Ma dalla Tunisia e dalla Libia sono partite anche oltre 5mila persone della Costa d’Avorio, quasi 4mila dalla Guinea, oltre 2mila dall’Egitto, 1.400 circa dal Camerun, oltre 900 dal Mali e 884 dal Burkina Faso. La Guardia costiera tunisina ha comunicato di aver sventato tra il 1 gennaio e il 31 marzo scorso 501 tentativi di migrazione irregolare a partire dalle proprie coste, soccorrendo in mare 14.406 persone, di cui 13.138 di vari Paesi dell’Africa subsahariana e 1.268 di nazionalità tunisina. Il tratto di costa più utilizzato per le partenze è risultato essere quello delle regioni di Sfax e Mahdia, dove nei primi tre mesi dell’anno sono stati bloccati 388 tentativi di partenza con 13.259 migranti soccorsi (12.804 di varie nazionalità subsahariane e 455 tunisini). Secondo la stessa fonte, nell’ambito delle operazioni di prevenzione e della lotta al fenomeno dell’immigrazione irregolare, 63 persone coinvolte nell’organizzazione di traversate illegali sono state arrestate mentre 135 imbarcazioni e 12 veicoli sono stati sequestrati.

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Una intervista importante

E’ quella di Nello Scavo su Avvenire all’ammiraglio Sandro Gallinelli Una lunga e ricca intervista, di straordinario interesse per gli argomenti trattati, per lo spessore dell’intervistato e per quello dell’intervistatore. Fino al 2019 Gallinelli era al Terzo Reparto, da cui dipende la Centrale operativa Imrcc, il Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso marittimo. 

Di seguito la parte relativa ai rapporti con la cosiddetta Guardia costiera libica.

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In passato, avete espresso qualche valutazione circa le capacità operative della guardia costiera libica? Se si, di che genere e a chi erano rivolte?

Nel 2014/2015 avevamo contatti sporadici con la Guardia costiera libica e comunque solo con la sede centrale di Tripoli, a causa della guerra civile in corso. Loro stessi ci dicevano non solo di non avere mezzi di soccorso né strumenti di comunicazione efficaci, ma anche di non avere direttive dalle loro Autorità politiche per poter autorizzare espressamente interventi di soccorso nelle loro acque territoriali, come in qualche caso fu necessario ad opera di alcune navi mercantili. In Libia, inoltre, il controllo istituzionale appare tuttora meno forte ed efficace dei rapporti tribali ed interpersonali. Con l’occasione tengo a precisare che in Libia ci sono due corpi con funzioni di Guardia costiera: a) la Libyan Coast Guard and Port Security (Lcg o Lcgps) o Guardia costiera vera e propria, dipendente dal Ministero della difesa – Marina, avente competenza anche oltre le 12 miglia nautiche e con la quale noi avevamo i contatti sopra indicati (i suoi rappresentanti partecipavano anche alle riunioni Frontex); b) la General Administration for Costal Security (GACS) o Coastal police (polizia costiera), dipendente dal Ministero dell’interno e teoricamente operante entro il limite delle acque territoriali libiche, la quale aveva invece contatti con il Ministero dell’interno e la Guardia di finanza Italiani.

Nel 2017 una delegazione libica venne in Italia per una serie di incontri e fu ricevuta anche da voi. Dopo le rivelazioni di Avvenire nel 2019 lei fu l’unico a spiegare che non competeva a voi esaminare preventivamente il profilo dei delegati libici.  A distanza di tempo, può darci qualche informazione in più su quelle iniziative che ambivano a migliorare le capacità degli equipaggi libici ma che, almeno in quella vicenda, rischiarono di esporre la Guardia costiera italiana alle polemiche per la presenza di esponenti libici tuttora sottoposti a sanzioni internazionali?

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Che io ricordi quell’iniziativa era stata coordinata tra l’Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni dell’Onu, ndr) ed il Ministero dell’interno italiano, nell’ambito del progetto “Sea Demm” (Gestione della migrazione via mare e via deserto da parte delle autorità libiche, ndr). Oltre al Ministero dell’interno, fu interessato anche il Comando generale delle Capitanerie di porto – Guardia costiera, al quale, però, fu solo chiesto di ricevere una delegazione libica per illustrare l’attività del Corpo, con particolare riferimento alle operazioni SAR connesse ai flussi migratori. Ovviamente l’accredito dei componenti di tali delegazioni non rientrava nelle competenze e nelle responsabilità del Corpo, senza considerare poi che i componenti della delegazione libica avevano certamente avuto bisogno di appositi visti di ingresso prima di lasciare il territorio libico, come disse, poi, anche il Prefetto Morcone (allora capo di gabinetto del ministro Marco Minniti, ndr). Se non ricordo male la visita avrebbe dovuto essere effettuata nell’aprile del 2017, ma l’Oim ci informò che doveva essere posticipata a causa di alcuni problemi, mi pare proprio connessi al rilascio dei visti da parte delle competenti autorità italiane.

Quali furono le ragioni di quella visita?

Alla Guardia costiera italiana era stato chiesto solo di ricevere una delle tante delegazioni straniere in quel periodo interessate a conoscere l’attività svolta dal Corpo e l’esperienza da esso maturata in tanti anni. Ricordo comunque che io ed un altro collega fummo incaricati di ricevere la delegazione solo con un breve preavviso, appena sufficiente per aggiornare una delle precedenti presentazioni in inglese sulle attività del Corpo e su come venivano gestite le operazioni SAR connesse al fenomeno migratorio. Al momento non ero a conoscenza che uno dei componenti la delegazione fosse stato segnalato da alcuni organi di stampa come responsabile di fatti criminosi commessi ai danni di migranti, a Zawiyah, come invece appresi successivamente.

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Si trattava di personale libico addestrato in Italia?

Non sono a conoscenza se si trattasse di personale della Lcg che aveva frequentato i corsi di formazione organizzati dall’operazione Eunavfor Med “Sophia” e che, in quanto tale, doveva essere stato anche preventivamente soggetto a particolari controlli di sicurezza.

Quando ci chiederanno il conto

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Della serie repetita iuvant

Giuseppe Cucchi è generale della riserva dell’Esercito, già direttore del Centro militare di studi strategici, consigliere militare del presidente del Consiglio, rappresentante militare permanente dell’Italia presso Nato, Ue e Ue, consigliere scientifico di Limes

E su Limes ha pubblicato mesi fa uno scritto di straordinario interesse, perché riguarda un’area a noi vicina, e non solo geograficamente: il Mediterraneo. Una riflessione che i tragici eventi di queste settimane e giorni rendono ancora più stringente.

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Scrive Cucchi: “Anche se fino a questo momento nulla di irreversibilmente traumatico è ancora avvenuto sulle sponde arabe di un Mediterraneo allargato, questo è ormai il grido che  si sta incessantemente levando da tali sponde  verso una Europa – e al di là di essa verso un intero Occidente – che da troppo tempo stanno dimenticando i compagni di strada del bacino condiviso . 


Nel 1989 , ben 33 anni fa per l’esattezza , con la caduta del Muro di Berlino noi ci trovammo di fronte ad un secondo “arco di crisi” , quello ad Est , che si apriva ed entrava in competizione con l’altro “arco di crisi ” , quello a Sud , cui da parecchio tempo eravamo confrontati , sottraendogli attenzione , interesse politico , aiuti militari ,risorse economiche… Sotto la pressione contemporaneamente esercitata dagli Stati Uniti da un lato e dall’altro dai paesi europei cui il duplice crollo del Patto di Varsavia prima e dell’Unione Sovietica poi aveva restituito la libertà , l’Europa finì così rapidamente col preoccuparsi soltanto di donare sicurezza e benessere alla sua area centrosettentrionale di recente recuperata , dimenticando rapidamente le sue connessioni con un  Sud ed un Est Mediterraneo che si facevano sempre più inquieti .  


Si trattò , tra l’altro , di un processo che riscosse una approvazione pressoché generalizzata , al punto tale che nemmeno i grandi paesi della Europa Meridionale , come l’Italia e la Spagna , nonché per molti versi anche la Francia – che benché non lo ammetta è decisamente mediterranea in tutta la sua parte a sud della Loira – non ritennero opportuno protestare con una decisione tale da cambiare sostanzialmente un orientamento che avrebbe finito col tempo col rivelarsi estremamente pericoloso . 

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Agli arabi, che iniziavano già più di trenta anni fa a chiederci “E noi ?” fu quindi risposto di attendere con pazienza il momento in cui l’Occidente , dopo aver assicurato la propria frontiera ad est , avrebbe avuto il modo , e le risorse , per occuparsi anche di quanto succedeva nel bacino mediterraneo . 


La risposta, almeno momentaneamente accettata, inizio però con gli anni a perdere progressivamente di credibilità,, un processo che poi si accelerò nel momento in cui gli europei non dimostrarono alcuna inclinazione a sostituirsi agli Stati Uniti che nel loro progressivo concentrarsi sull’area del Pacifico avevano sperato di poter delegare agli alleati Nato la gestione dei problemi mediterranei . 


In quegli anni , assurdamente , l’unica vera iniziativa Europea nel bacino fu anzi l’azione franco britannica contro Gheddafi , culminata con un conflitto che non ebbe mai una precisa conclusione , ma in compenso eliminò uno dei pilastri di stabilità dell’intera area .

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L’abbandono totale , protrattosi per un tempo troppo lungo , portò così , poco più di dieci anni fa , alla stagione delle “primavere arabe ” , disperate rivolte del pane – ma non soltanto di quello ! – che non a caso colpirono con particolare durezza i paesi che per forma di Governo e contatti internazionali risultavano più vicini all’Occidente. . Si trattava di un primo messaggio, un “E noi?” chiarissimo, di cui avremmo dovuto tenere il debito conto, ma che invece fingemmo di non comprendere. Il risultato fu lo scatenarsi di una competizione , una corsa ad occupare il vuoto di potere esistente nell’area , che ebbe come protagonisti maggiori la Cina che acquistò nel bacino mediterraneo tutto ciò che poteva acquistare , Stati compresi , la Turchia , che diede via libera alle sue frustrazioni neo ottomane , e infine la Russia che , grazie alla sanguinaria e criminale disinvoltura dei mercenari della Wagner , si ritagliò  un ruolo di potere prima in Siria ed in Libia e successivamente anche in parte del Sahel . Con tutto questo rimaneva comunque viva in tutti gli Stati arabi mediterranei la speranza che una volta terminato il suo compito ad Est l’Occidente si ricordasse finalmente dei suoi compagni di strada meridionali. In un certo senso tale speranza era così viva e forte da consentire loro di procedere malgrado il difficilissimo periodo di crisi politica ed economica che pressoché tutti stavano attraversando.  Nel Maghreb infatti la tensione fra Marocco ed Algeria sembra crescere oggi di giorno in giorno, mentre ciascuno dei due Stati cerca di alimentare le istanze separatiste delle altrui minoranze. La Tunisia sta inoltre per affrontare un referendum istituzionale che potrebbe rivelarsi difficile, mentre in Libia si confrontano di nuovo due distinti Governi, una situazione che è un ulteriore passo avanti verso la definitiva spartizione del Paese. 


Non vanno meglio le cose in Egitto, ove le difficoltà finanziarie hanno costretto al-Sisi a ricorrere di nuovo ad un aiuto che gli Stati del Golfo certo concederanno …ma a quale prezzo?
O in Libano che anni di crisi economica hanno inchiodato nel terribile ruolo di “Stato fallito”. In Giordania poi la famiglia reale,  colonna dell’unità nazionale , è spaccata in due da una faida dinastica senza esclusione di colpi .
La Siria attende nel frattempo con timore una ulteriore  recrudescenza del mai concluso conflitto fra Turchia e curdi …e si potrebbe continuare .  Su tutto questo cade adesso la tegola del blocco dell’esportazione del grano ucraino, con tutti gli effetti che l’episodio potrà avere sui maggiori consumatori, in particolare Tunisia ed Egitto. Al di là e prima di essa vi è però comunque da considerare come la   attuale situazione bellica chiarisca a tutti i paesi delle altre sponde mediterranee,  senza alcuna possibilità di dubbio , come per anni ed anni il rischio sia che tutte le attenzioni e le risorse dell’Occidente rimangano concentrate sull’Est europeo .  Vi sembrerebbe quindi strano se a questo punto i nostri amici d’oltremare cominciassero e gridare “E noi? E NOI?” con voce progressivamente sempre più forte?, conclude il generale Cucchi.

Quando chi chiederanno il conto? Lo stanno già facendo. 

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