Netanyahu conquista il Palazzo (Chigi) ma non le piazze israeliane in rivolta

Da abile e cinico politico qual è, “Bibi” sa di poter esigere dalla presidente del Consiglio un “dazio” molto alto per lo “sdoganamento” concesso alla leader di una forza post fascista

Netanyahu conquista il Palazzo (Chigi) ma non le piazze israeliane in rivolta
Meloni e Netanyahu a Roma
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

10 Marzo 2023 - 18.55


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Gioca in casa Benjamin Netanyahu. A Roma. A Palazzo Chigi. Qui il primo ministro più longevo nella storia dello Stato d’Israele ha vita facile. Con Giorgia Meloni la sintonia è totale. Da abile e cinico politico qual è, “Bibi” sa di poter esigere dalla presidente del Consiglio un “dazio” molto alto per lo “sdoganamento” che il primo ministro dello Stato nato come focolaio nazionale del popolo ebraico dopo la immane tragedia della Shoah, concede alla leader della destra post (e neanche poi tanto) post  fascista. Ma il ritorno a casa per “King Netanyahu” non sarà una passeggiata di salute. Ad attenderlo è un Paese lacerato, una parte del quale è da mesi in rivolta.

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La rivolta laica

A raccontarla, con la consueta capacità d’incisione, è una delle firme storiche di Haaretz: Anshel Pfeffer.

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“Per decenni – scrive Pfeffer –  molti israeliani hanno atteso la rivolta laica. Il momento in cui la maggioranza degli israeliani che non sono ultraortodossi, che prestano servizio e mandano i loro figli a prestare servizio nell’esercito e che si oppongono al fatto che lo Stato finanzi gli studenti di Torah che non prestano servizio né lavorano, si solleverà. Quel momento è arrivato, anche se nessuno lo chiama così. L’ondata di proteste senza precedenti che ha investito Israele quest’anno, e che a questo punto sta ancora crescendo, ha mobilitato per la prima volta il settore tecnologico israeliano, notoriamente apolitico, e ha persino indotto centinaia, forse ormai migliaia, di ufficiali della riserva a minacciare di non presentarsi più in servizio. In apparenza, la protesta mira a salvare la democrazia israeliana dal piano del governo Netanyahu di indebolire drasticamente la Corte Suprema. Ma come sa chiunque abbia trascorso del tempo tra i manifestanti, si tratta anche di una parte del pubblico non haredi che è veramente stufa di quello che vede come un governo che rappresenta coloro che non prestano servizio o lavorano, cambiando irrimediabilmente il proprio Paese.
Questo non vuol dire che tutti i manifestanti siano laici. Non è affatto così. Semmai, nelle proteste di sabato sera davanti alla Residenza del Presidente a Gerusalemme, gli israeliani nazional-religiosi sono rappresentati in modo sproporzionato. Ma quasi tutti tendono a provenire dall’ala più moderata del sionismo religioso (la comunità, non il partito politico) che è divisa su questo tema.


Questo non significa che non ci siano oppositori laici del sistema giudiziario, come il ministro della Giustizia Yariv Levin (Likud). Ma di norma, più si è religiosi, più si odia la Corte Suprema e si vede Simcha Rothman – il religioso presidente della Commissione Costituzione, Legge e Giustizia della Knesset che sta facendo passare la legislazione in Parlamento – come il proprio campione. E più si è laici, più è probabile che si scenda in piazza.
Non si tratta solo dell’equilibrio di potere tra governo e magistratura. Si tratta di una classe media laica che riconosce che questa potrebbe essere la sua ultima possibilità di preservare ciò che ha sempre considerato il carattere essenziale di Israele.

Se il governo che spinge per riformare i poteri della Corte Suprema non fosse dominato dai partiti religiosi – Shas, United Torah Judaism, Sionismo Religioso e Otzma Yehudit – la protesta sarebbe molto più limitata e consisterebbe fondamentalmente in Meretz e qualche elettore laburista. E l’unica testata giornalistica a coprire le proteste sarebbe Haaretz.

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In questa battaglia, la Corte Suprema è diventata un simbolo che va ben oltre i controlli e gli equilibri del sistema democratico israeliano. È diventata una lotta per Israele stesso.


Ma se i manifestanti sono in qualche modo ipocriti nel non essere totalmente aperti sulle loro motivazioni, lo stesso vale per la coalizione al governo. Ci sono varie ragioni per cui il governo Netanyahu sta spingendo i suoi piani di revisione giudiziaria, ma la forza trainante è senza dubbio religiosa.
Un certo tipo di commentatori – di solito fuori da Israele e quasi sempre di sinistra – ha la tendenza a scrivere che la motivazione dei piani della coalizione di sventrare la Corte Suprema è quella di espandere notevolmente gli insediamenti e annettere la Cisgiordania. Ma questo è vero solo nel senso che il movimento radicale dei coloni si oppone ideologicamente al sistema giudiziario. Non perché la Corte Suprema abbia posto dei veri ostacoli agli insediamenti. Al massimo, è stata una rara e insignificante seccatura, pronunciandosi occasionalmente contro la legalità di un avamposto in cima a una collina o di una propaggine di un insediamento esistente troppo evidentemente costruito su terreni privati. Se Netanyahu avesse portato a termine la sua intenzione espressa tre anni fa di annettere parti della Cisgiordania (anche se allora scrissi, e ne sono tuttora convinto, che non ne ha mai avuto l’intenzione), la Corte Suprema non lo avrebbe ostacolato. Così come non ha fermato i coloni da un’annessione sempre più de-facto negli ultimi 55 anni. Finché il governo dell’epoca ha sostenuto la costruzione di insediamenti nei territori occupati – e tutti i governi israeliani dal 1967 lo hanno fatto in qualche misura – la Corte Suprema non li ha fermati. Come possono testimoniare le centinaia di migliaia di israeliani che oggi vivono in Cisgiordania. La maggior parte dei coloni è contraria alla Corte Suprema non perché questa li abbia mai seriamente ostacolati, ma perché la maggior parte di loro è religiosa.
All’interno del Likud e della piccola destra laica, ci sono alcuni, come Levin, che sono davvero ideologicamente contrari all’idea di una magistratura forte e indipendente. Lo stesso Netanyahu si è scagliato contro il sistema giudiziario solo quando questo ha avuto la temerarietà di metterlo sotto processo per corruzione, e la Corte Suprema gli ha fatto un ulteriore affronto quando ha stabilito che avrebbe dovuto pagare di tasca sua le spese legali.


La maggior parte dei Likudniks è ora contraria alla Corte solo a causa di Netanyahu. Il Kohelet Policy Forum, finanziato da miliardari conservatori statunitensi che da anni si battono contro la Corte Suprema, è riuscito a fare breccia in modo significativo solo grazie al cambiamento di opinione di Netanyahu.

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In ultima analisi, però, sono i partiti ultraortodossi a spingere l’incessante campagna del governo. Vedono la Corte come un loro nemico dopo le sue sentenze storiche su questioni come la conversione all’ebraismo, il riconoscimento delle correnti riformiste e conservatrici dell’ebraismo e l’arruolamento degli studenti delle yeshiva. Già nel 1999, hanno portato centinaia di migliaia di persone nelle strade di Gerusalemme in quella che probabilmente è stata la più grande protesta singola nella storia di Israele, dopo che il tribunale aveva multato il capo del consiglio dei servizi religiosi di Gerusalemme, finanziato dallo Stato, per aver rifiutato di riunirsi con un membro della Riforma. Sono stati loro a insistere, durante i recenti negoziati di coalizione, affinché la “clausola di scavalcamento” fosse in cima all’agenda legislativa del governo, in modo che la corte non annullasse, di nuovo, una nuova legge che esentava gli studenti yeshiva dal servizio militare.


Sono il motivo principale per cui Netanyahu ha nominato Levin e gli ha dato carta bianca per sopprimere la corte. E sono il motivo per cui molti israeliani stanno combattendo contro il governo.


Una battaglia alla volta è più che sufficiente, soprattutto quella che sta dividendo così profondamente la società israeliana (e la diaspora). Ma vale la pena chiedersi se, una volta conclusa la vicenda, ammesso che lo sarà e che si riesca a salvare qualcosa della fragile e limitata democrazia israeliana dalle macerie: La maggioranza degli israeliani che si sono opposti alla “riforma legale” del governo Netanyahu e le centinaia di migliaia di persone che hanno riempito le strade per protestare avranno qualche interesse ad affrontare le altre questioni scottanti della religione e dello Stato? Ci sarà una vera pressione pubblica per legalizzare finalmente il matrimonio civile in Israele? Qualcuno chiederà giustizia per le donne che sono tenute prigioniere in matrimoni abusivi dai tribunali rabbinici dei vecchi rabbini Haredi? Un’istruzione decente per le centinaia di migliaia di bambini ultraortodossi in un sistema scolastico Haredi finanziato dallo Stato, a cui non vengono insegnate le competenze di base di cui avranno bisogno nella vita? Un trasporto pubblico di Shabbat che permetta a chi non ha l’auto di viaggiare nel giorno del riposo?

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Ripetuti sondaggi mostrano che questi temi sono ancora più popolari tra l’opinione pubblica israeliana rispetto alla salvaguardia della Corte Suprema. Eppure non hanno mai generato la stessa passione o mobilitato anche solo una frazione del numero di manifestanti. È troppo presto per dirlo con certezza, ma comincia a sembrare che i leader haredi abbiano commesso il loro più grande errore strategico. Per decenni si sono concentrati sul tentativo di preservare la propria autonomia all’interno di Israele, a spese dei contribuenti, ma si sono saggiamente astenuti dal colpire le istituzioni nazionali israeliane. Ma dando impulso alla guerra contro la Corte Suprema, hanno risvegliato un’intera parte della società israeliana che finora non si era resa conto di tenere così tanto alla Corte”.
Questa è la rivolta che infiamma Israele. Una rivolta laica.

Scontro frontale

Annota in proposito Pierre Haski, direttore di France Inter in un articolo tradotto e pubblicato in Italia da Internazionale.
“Netanyahu  – osserva Haski – è tornato al potere da appena due mesi, dopo aver vinto le quinte elezioni legislative in quattro anni e aver formato la coalizione più sbilanciata a destra nella storia del paese. Qualcuno sperava che Netanyahu potesse contenere l’influenza degli estremisti di destra, e invece li ha piazzati  in ruoli chiave garantendogli un potere decisionale sulla sicurezza e la gestione dei territori palestinesi. Il nuovo governo ha avviato un piano di riforme che snatura il sistema democratico dello stato ebraico. 

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Questo rullo compressore ideologico ha risvegliato una parte della società israeliana, stremata dalle schermaglie politiche degli ultimi anni. Questa parte della popolazione è democratica, laica, inclusiva e soprattutto, per quanto sia disabituata all’idea della pace con i palestinesi, non è animata dal messianismo degli attuali leader che vorrebbero annettere la Cisgiordania in nome di un diritto di proprietà che deriverebbe dalla Bibbia. 

Oggi queste due facce di Israele si scontrano, con visioni contrapposte del futuro. La polarizzazione è sempre esistita, ma mai prima d’ora l’Israele ideologico dei coloni e dei religiosi aveva dettato l’agenda del paese in modo così netto, tentando di imporla al resto della popolazione e ai palestinesi che vivono sotto il controllo israeliano”.

In conclusione, torniamo alla due giorni nel Belpaese di “King Bibi”. Quello che segue è il titolo (tradotto in italiano) e il sommario della presentazione della visita del premier israeliano fatta da Anna Momigliano per Haaretz: “Netanyahu va a Roma per farsi fotografare e sbiancare il leader dell’estrema destra italiana
E il sommario: “La logica del viaggio di Netanyahu a Roma non è difficile da immaginare: il premier israeliano si fa fotografare come uno statista in mezzo alle proteste nazionali per il suo golpe giudiziario, mentre il premier italiano Meloni, che non ha mai preso le distanze dal fascismo di Mussolini, viene certificata come amica degli ebrei”.

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Più chiaro di così…

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