Come Assad tenta di usare il sisma per gestire gli aiuti destinati a quei siriani che lui bombarda

Molti dicono che dopo il terremoto vanno tolte le sanzioni alla Siria. Ma nessuna sanzione riguarda gli aiuti umanitari. Il problema è un altro: il sisma è nelle aree dove Damasco combatte contro altri siriani

Come Assad tenta di usare il sisma per gestire gli aiuti destinati a quei siriani che lui bombarda
Miliziani siriani filo-Assad
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Riccardo Cristiano Modifica articolo

9 Febbraio 2023 - 14.24


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Nei secoli sempre fedele, non poteva mancare la voce dei patriarchi siriani  nel coro che chiede di togliere le sanzioni internazionali cui è sottoposto il regime del presidente siriano Bashar al-Assad. La finalità ovviamente sarebbe quella di consentire i soccorsi, liberare gli aiuti umanitari indispensabili a questo Paese travolto dal terribile sisma che ha devastato l’intero nord della Siria. Eppure i conti non tornano, non possono tornare, visto che nessuna sanzione riguarda gli aiuti umanitari, né da parte degli Stati né dell’Europa. 

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Il regime siriano può appellarsi alla carta delle Nazioni Unite, che essendo stilata tra nazioni prevede che siano i governi a gestire gli aiuti umanitari per soccorrere la popolazione, in ogni nazione. Ed è così pure in Siria, nonostante che in questo Paese sia ancora in corso un conflitto armato e il più grande numero di cittadini siano stati deportati e assiepati nell’estremo nord del Paese – cioè nella provincia di Idlib- quando i territori dove vivevano sono stati riconquistati dall’esercito siriano. Lì sono giunti dopo un viaggio avventuroso e terribile a differenza dei miliziani jihadisti trasferiti, sempre nella provincia di Idlib, dallo stesso regime. Rapidamente costoro ne hanno preso il controllo con la complicità dei turchi, di cui sono diventati una sorta di avamposto miliziano. 

L’emergenza umanitaria così determinatasi difficilmente poteva essere gestita direttamente da Damasco, che assedia queste popolazioni definite “terroriste”. Nessuno però può credere che Damasco aiuterebbe umanitariamente una popolazione che definisce ostile, che combatte da anni, con armi pesanti e il sostegno militare russo, che ha concorso alla distruzione di scuole, ospedali, campi coltivati. 

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Ecco perché in sede Onu si è deciso di far giungere a questa popolazione stremata e vessata aiuti attraverso quattro valichi transfrontalieri direttamente dalla Turchia, dove le agenzie ONU possono operare attraverso valichi definiti e certi e portare tende, aiuti sanitari e umanitari, oltre ad acqua potabile, a chi da anni vive in campi profughi senza alcuna forma di igiene. 

Ma Damasco ha sempre preteso che gli aiuti tornassero a essere veicolati da Damasco, dalla capitale, e portati fino a Idlib dal suo esercito, in armi. 

Le Nazioni Unite nel corso degli anni hanno istituito quattro corridoi dalla Turchia verso il nord della Siria, ma grazie ai continui veti russi alla loro esistenza questi corridoi sono diventati, da quattro che erano, uno solo: il valico di Bab al -Hawa. 

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Dal giorno del terremoto attraverso Bab al-Hawa non è passato assolutamente niente. Secondo i turchi le strade sarebbero disconnesse e il transito di mezzi pesanti impedito da cause di forma maggiore. Dall’altra parte i siriani però come hanno reagito? L’accordo Russo-turco impedisce il funzionamento delle operazioni trasfrontaliere? E come mai Damasco non ha chiesto l’aiuto umanitario europeo che proprio da questo valico potrebbe arrivare? 

Ecco che la discussione non riguarda il cessate il fuoco, invocato soltanto dal Nunzio Apostolico in Siria, monsignor Mario Zenari. No,  la discussione riguarda le sanzioni: quelle Usa riguardano le aziende dei notabili, non sfiorano il settore umanitario, ma toccano eccome le società con cui il regime vorrebbe gestire la ricostruzione siriana. 

Quelle europee invece sono mirate contro società e individui  responsabili di crimini contro l’umanità, come si può leggere nella decisione dell’UE n. 255/2013. Sono dunque aziende e individui oggetto di sanzioni, non la Siria. Qui parliamo soprattutto di armi, utilizzabili per compiere nuovi massacri, e si specifica chiaramente che le misure sono restrittive e non sanzionatorie.

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Ed è proprio questo il punto caldo, di tutta evidenza: Assad intende usare la catastrofe umanitaria per ottenere la piena rilegittimazione politica e gestire con il sostegno della comunità internazionale la ricostruzione siriana. Come sempre è accaduto, sulla testa del popolo siriano. 

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