Iran, la "giustizia" degli ayatollah: manifestanti impiccati, 8 anni di carcere a chi ha ucciso la sposa bambina

Iran, vita e morte in 15 minuti.  Non è il titolo di un romanzo thriller. E’ la realtà. La realtà di un regime feroce, sanguinario, che ha deciso di utilizzare ogni mezzo per reprimere la rivoluzione dei diritti che da mesi segna l’Iran.

Iran, la "giustizia" degli ayatollah: manifestanti impiccati, 8 anni di carcere a chi ha ucciso la sposa bambina
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

21 Gennaio 2023 - 13.02


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Iran, vita e morte in 15 minuti.  Non è il titolo di un romanzo thriller. E’ la realtà. La realtà di un regime feroce, sanguinario, che ha deciso di utilizzare ogni mezzo per reprimere la rivoluzione dei diritti che da mesi segna l’Iran.

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Per cogliere appieno il senso opprimente di questa storia, non c’è di meglio che leggere Gabriele Romagnoli. Che in un articolo magistrale su La Stampa ne scrive così: “Ventiseimila giorni è il tempo concesso a un uomo dalla vita media per rivelarsi, giustificare la sua esistenza, darle un senso o almeno provarci, amare, lottare, riprodursi o, se proprio non riesce in altro, sprecarsi. Quindici minuti è quello concesso in extremis a un imputato che rischia la condanna a morte davanti a una corte di cosiddetta giustizia in Iran. Lo racconta la Bbc ricostruendo le fasi finali del procedimento contro Mehdi Karami, 22 anni, campione di karate, impiccato il 7 gennaio scorso.

Quindici minuti. È il lasso in cui, secondo una frase comunemente attribuita a Andy Warhol, a ciascuno sarà consentito di essere famoso nel mondo. E Karami lo è diventato, per le ragioni sbagliate.

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Quindici minuti. È la durata del tempo supplementare di una partita di calcio. In questo caso non il primo, il secondo, dopo che nel precedente quarto d’ora si sono subiti tre gol e il risultato è segnato, ma si gioca lo stesso. È facile immaginare i giudici annoiati, l’avvocato d’ufficio che pensa al pranzo o alla cena, la pubblica accusa che segna una tacca sulla propria agenda, a inizio 2023; altre seguiranno.

Quindici minuti è la dimensione spazio-temporale di una città ritenuta ideale, racchiusa in un diagramma circolare, in cui ogni cosa essenziale possa essere raggiunta entro quel limite massimo. La distanza tra un’aula di tribunale e la casa a cui tornare libero o il carcere nel cui piazzale essere giustiziato. A Teheran  la freccia indica una sola possibile direzione.

Quindici minuti. Il tempo di un Ted Talk per esporre un’affascinante teoria innovativa. Di un colloquio di lavoro, in cui convincere un responsabile delle risorse umane che si è quella che stava cercando. Di vicinanza a un affetto da Covid che provoca il contagio secondo i criteri dell’obsoleta applicazione Immuni.

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Può essere anche il tempo necessario per esporre la propria innocenza, convincere una giuria, diffondere concetti come libertà e giustizia? Non certo in Iran, non adesso. Non nei tribunali dei regimi in cui i giudici entrano avendo in tasca una sentenza già scritta e nessuna sentenza già scritta può essere giusta, nemmeno contenesse la verità dei fatti. Quei minuti non servono per rivolgersi alla corte e neppure al pubblico (il più delle volte composto da guardiani dell’autorità). Diventano un testamento, un atto che si spera trovi qualche notaio disposto a divulgarlo perché arrivi. Non dovesse, resta la funzione principale: affermazioni per la propria coscienza, un soliloquio finale prima che la luce si spenga, quello in cui un uomo non può mentire a se stesso e pesa la sua esistenza oltre i 21 grammi dell’anima che se ne va. In definitiva, un mezzo di autorappresentazione: nudi all’estremo specchio. […]Probabilmente non sapremo mai che cosa abbiano detto Karami e i suoi «fratelli». Se le torture li abbiano fiaccati al punto da rinunciare e tacere, se addirittura si siano sottomessi alla farsa o se abbiano trovato la forza di usare qui 15 minuti non per difendersi, ma per accusare. A tutti soccorra una delle più famose ultime dichiarazioni della storia (anche di quella del cinema). La rese il 9 aprile del 1927, prima di essere condannato a morte da un tribunale americano, Bartolomeo Vanzetti: “Non augurerei a un cane o a un serpente, alla più miserevole e sfortunata creatura della Terra, ciò che ho dovuto soffrire per colpe che non ho commesso. Ma la mia convinzione è un’altra: che ho sofferto per colpe che ho effettivamente commesso, per le mie idee…ma sono tanto convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e per due volte io potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esattamente ciò che ho fatto finora”.

La denuncia di Amnesty

“Decine di persone, tra cui tre minorenni, rischiano l’esecuzione in relazione alle proteste in corso in Iran. Le autorità iraniane usano la pena di morte come mezzo di repressione politica per instillare la paura tra i manifestanti e mettere fine alle proteste.

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Coerente con una politica di occultamento di lunga data sulle violazioni dei diritti umani e cercando di disumanizzare le vittime, le autorità iraniane non hanno rivelato l’identità delle persone condannate a morte. Nel corso delle indagini, Amnesty International ha ottenuto informazioni confermando i nomi di 10 persone condannate a morte.

L’8 dicembre, le autorità hanno messo a morte il manifestante Mohsen Shekari, dopo averlo condannato in un processo gravemente iniquo con l’accusa di “inimicizia contro Dio” meno di tre mesi dopo il suo arresto.

Il 12 dicembre, le autorità hanno messo a morte pubblicamente un altro giovane manifestante, Majidreza Rahanvard, a Mashahd, provincia di Khorasan-e Razavi, dopo averlo condannato per “inimicizia contro Dio” in un processo gravemente iniquo. È stato messo a morte meno di due settimane dopo una sessione del tribunale il 29 novembre 2022.

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Il 7 gennaio  sono state eseguite le condanne a morte di Mohammad Mehdi Karami e Seyed Mohammad Hosseini.  L’8 gennaio, Mohammad Boroughani e Mohammad Ghobadlou sono stati trasferiti nel braccio della morte in attesa di imminente esecuzione.

Le persone sono state sottoposte a processi iniqui: sono stati negati i loro diritti a essere difesi da un avvocato di propria scelta, alla presunzione di innocenza, a rimanere in silenzio non rispondendo alle domande e ad avere un processo giusto e pubblico. Secondo fonti ben informate, numerosi imputati sono stati torturati e le loro confessioni, estorte con la tortura, sono state usate come prove nel corso dei processi. Le TV di stato hanno mandato in onda le ”confessioni” forzate di almeno nove imputati, prima dei loro processi.

Amnesty International teme che oltre a queste decine di persone, molte altre rischino l’esecuzione, considerate le migliaia di rinvii a giudizio disposti finora. Il timore di imminenti esecuzioni è accresciuto dalle richieste da parte del parlamento e di altre istituzioni di avere processi rapidi ed esecuzioni pubbliche”.

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Il rapporto di AI è aggiornato al 9 gennaio.

D’allora altri fatti sconvolgenti si sono aggiunti agli orrori denunciati.

La storia di Alireza

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La notizia è del 15 gennaio. Uno studente di 17 anni, Alireza Fily, è stato ucciso dalla polizia in Iran, trovato impiccato nel negozio del padre con i bottoni della camicia e le tasche dei pantaloni strappati. Lo riportano i media iraniani, in particolare l’emittente Iran International, secondo la quale si è trattato di un maldestro tentativo di far passare un omicidio per suicidio. 

«Alireza aveva scandito slogan durante le proteste all’interno della scuola – ad Andisheh, Teheran, motivo per il quale aveva giù avuto problemi con le Irgc ed era stato allontanato da scuola per un periodo – e gli agenti in borghese avevano visto immagini di foto di Khamenei strappate sul suo cellulare mentre lo interrogavano», scrive una giornalista iraniana su Twitter. La stessa ha riportato che il ragazzo era uno sportivo, esperto in bodybuilding, e la mattina in cui il suo corpo è stato ritrovato aveva chiesto a sua madre di non buttare via i libri degli esami. 

La storia di Atefeh Na’ami

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“Ritrovata senza vita, a 37 anni, nel suo appartamento – racconta con grande e documentata partecipazione Carlo Magni su Repubblica – le autorità hanno messo nero su bianco che Atefeh, che stava partecipando attivamente alle proteste, si è suicidata. Ma al Centro per i diritti umani suo fratello Mohammad, che vive a Londra, ha raccontato che Atefeh aveva sul corpo i segni delle torture subite in carcere. La polizia ha distrutto le prove della sua morte per rendere più veritiera l’ipotesi del suicidio e alla famiglia è stato impedito di ottenere un’autopsia indipendente. Atefeh era stata identificata come una delle leader della protesta a Karaj. Aveva ricevuto messaggi minacciosi, così aveva installato delle telecamere in casa. Il 26 novembre è stata ritrovata distesa sul divano di casa, in mutande e con un tubo del gas in bocca. “La coperta che avevano gettato sul suo corpo non era sua, per noi era chiaro che l’avevano portata a casa dopo averla uccisa”, ha raccontato il fratello. Gli ufficiali della polizia hanno fatto sparire la coperta poche ore dopo il ritrovamento del corpo con la scusa che aveva un cattivo odore. In realtà, l’obiettivo era nascondere una prova utile a dimostrare che quello di Atefeh non era stato un suicidio ma un omicidio di stato.

La storia di Abbas Mansouri. 

Abbas Mansouri era un ragazzo di 19 anni, morto dopo una settimana dal rilascio. Una fonte ha raccontato al CHRI che aveva segni di aggressione fisica sul corpo. Le autorità hanno imposto alla famiglia un funerale veloce e segreto. Mansouri era stato arrestato durante una protesta a Shush, nel Khuzestan, il 16 novembre 2022, con l’accusa di distribuire cioccolata e volantini con lo slogan “Donna, vita, libertà”. E’ stato rilasciato il 5 dicembre e l’11 dicembre è stato sepolto. “Come molti ragazzi della sua età, Abbas stava partecipando alle proteste quando gli agenti di sicurezza lo hanno portato via”, ha raccontato lo zio al CHRI. “Quando è stato rilasciato, venti giorni dopo, sembrava un recluso, a malapena parlava. Ha raccontato che a lui e ad altri detenuti erano state somministrate pillole e iniezioni di droga con la scusa che così avrebbero dormito meglio”.

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La storia di Yalda Aghafazli. 

Anche intorno alla morte di Yalda Aghafazli ci sono una serie di dubbi. Yalda, 19 anni, era stata arrestata il 26 ottobre mentre scriveva slogan politici su un muro di Teheran e portata nella prigione di Gharchak. In un file audio che aveva registrato dopo il rilascio e che poi è stato pubblicato sui social, aveva raccontato di essere stata picchiata così tanto durante la detenzione da aver fatto lo sciopero della fame per qualche giorno. “Ho urlato al punto che non riuscivo più a parlare, ma non mi sono mai pentita delle mie azioni”, ha raccontato nella registrazione. Cinque giorni dopo il rilascio è stata trovata senza vita nella sua stanza. Mohammad Shahriyari, il giudice incaricato del procedimento penale a Teheran, ha scritto che Yalda è morta per una overdose di pillole, ma la famiglia ha contestato questa versione ed è ancora in attesa del risultato di un esame tossicologico indipendente”.

La lettera degli avvocati.

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“Intanto  – scrive sempre Magni – un gruppo di quarantacinque giuristi tra avvocati e professori ha pubblicato una lettera aperta alla magistratura iraniana, chiedendo il rispetto dei diritti fondamentali degli imputati. La lettera sottolinea come il diritto di essere assistiti da un avvocato liberamente scelto sia costituzionalmente garantito e la sua mancata applicazione rappresenti un “dilemma legale”. Durante le proteste di questi mesi, migliaia di persone sono state arrestate e costrette a consultare avvocati scelti da un elenco approvato dai vertici della magistratura iraniana. E in linea di massima si tratta di legali che hanno già collaborato con l’establishment della sicurezza di Stato, oppure non hanno le risorse sufficienti a garantire la difesa dei propri clienti, denuncia il CHRI. Secondo le stime dell’Organizzazione per i diritti, almeno quarantaquattro avvocati 

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