Israele, quel governo di ultra-destra preoccupa anche Biden

Uno stretto consigliere di Joe Biden volerà in Israele dopo la formazione del nuovo governo guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu. Sono estremisti e preoccupano anche gli Usa

Israele, quel governo di ultra-destra preoccupa anche Biden
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

3 Gennaio 2023 - 17.47


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Quel governo di ultradestra preoccupa anche Washington. Uno stretto consigliere di Joe Biden volerà in Israele dopo la formazione del nuovo governo guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu. Lo ha annunciato la Casa Bianca. Jake Sullivan, consigliere alla Sicurezza nazionale, andrà per incontrare esponenti del governo. Il viaggio nasce dalla preoccupazione della Casa Bianca riguardo la nascita del governo di ultra destra che potrebbe mettere a rischio le relazioni con i palestinesi. Ieri forze militari israeliane hanno ucciso due militanti palestinesi durante gli scontri a Jenin, nei Territori occupati. Biden sta lavorando per trovare un terreno comune con il nuovo governo israeliano per sbloccare i negoziati con l’Iran sul nucleare. Altri dettagli sul viaggio di Sullivan non sono stati, al momento, comunicati. 

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Protesta internazionale

A darne conto, su Haaretz, sono Jonathan Lis e Jack Khoury.”Una serie di condanne internazionali ha seguito rapidamente la visita del ministro della Sicurezza nazionale di estrema destra Itamar Ben-Gvir al Monte del Tempio/Al-Aqsa martedì mattina, che ha segnato la sua prima visita al contestato luogo sacro di Gerusalemme da quando ha assunto l’incarico la scorsa settimana.

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La visita di Ben-Gvir è avvenuta dopo le sue dichiarazioni di voler cambiare lo status quo religioso di lunga data sul Monte del Tempio per permettere agli ebrei di pregare lì. Alla vigilia delle elezioni, ha dichiarato che avrebbe chiesto a Netanyahu di introdurre “pari diritti per gli ebrei” sul monte.


La sua richiesta di salire sul Monte lunedì ha innescato  le minacce di Hamas di provocare un’esplosione. Secondo la polizia israeliana, la visita è stata condotta in coordinamento con i vertici politici israeliani.
Il portavoce dell’ambasciata statunitense in Israele ha dichiarato che “l’ambasciatore Nides è stato molto chiaro nelle conversazioni con il governo israeliano sulla questione del mantenimento dello status quo nei luoghi santi di Gerusalemme. Le azioni che lo impediscono sono inaccettabili”.


Anche l’ambasciata francese in Israele ha rilasciato una dichiarazione in cui mette in guardia da “qualsiasi azione volta a mettere in discussione lo status quo dei luoghi santi”.
Anche il mondo arabo si è sollevato contro la visita.

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La Giordania, custode del luogo sacro, ha condannato la visita nei termini più “severi”, affermando che “l’assalto” di Ben-Gvir al complesso non solo viola lo status quo del sito, ma richiede anche “un intervento internazionale”.


Gli Emirati Arabi Uniti hanno rilasciato una dichiarazione di condanna della visita, definendola un “attacco al complesso della Moschea di Al-Aqsa”. Netanyahu ha recentemente dichiarato di essere stato invitato dal presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, a visitare il Paese.


Il Ministero degli Esteri egiziano, nel frattempo, ha descritto la visita di Ben-Gvir come una “irruzione” sotto gli auspici delle forze israeliane.

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Anche l’Arabia Saudita ha condannato le “azioni provocatorie” di un alto funzionario israeliano che ha “attaccato” il complesso della Moschea di Al-Aqsa”, ha dichiarato il suo ministero degli Esteri in un comunicato.
Il Segretariato generale dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, che rappresenta 57 Paesi musulmani, ha “condannato con forza l’incursione del ministro israeliano estremista Ben-Gvir nel complesso della Moschea di Al-Aqsa con la protezione delle Forze di Difesa israeliane contro i musulmani”.


Il portavoce di Mahmoud Abbas, Nabill Abu Rudeineh, ha definito la visita “un passo provocatorio contro il popolo palestinese”. Ha invitato l’amministrazione americana ad assumersi la responsabilità e a costringere Israele a fermare l’escalation e l’aggressione alla Moschea di Al-Aqsa prima che sia troppo tardi.
Secondo Rudeineh, “le invasioni di Al-Aqsa si sono trasformate da irruzioni di coloni a invasioni del governo israeliano”.


Anche il portavoce del Jihad islamico palestinese Tariq Selmi ha dichiarato ad al Jazeera che “la resistenza è pienamente preparata e vigile. Sta conducendo una valutazione continua di tutto ciò che sta accadendo, con la mano sul grilletto dell’azione. I proiettili dei nostri combattenti a Jenin e Nablus raggiungeranno inevitabilmente Gerusalemme”.

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Il portavoce di Hamas, Hazem Qasem, ha dichiarato che “il crimine del fascista sionista Ben-Gvir di irrompere nella Moschea di Al-Aqsa è la continuazione dell’aggressione dell’occupazione sionista contro la nostra santità e la nostra identità araba”.


“Il popolo palestinese continuerà a difendere la santità di Al-Aqsa e a combattere per ripulirla dalle impurità dell’occupazione, e questa battaglia non si fermerà fino alla vittoria finale della nostra nazione nell’espulsione dell’occupante da tutte le nostre terre”, ha aggiunto”.

Due parlamentari coraggiosi

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“La visita del ministro della Sicurezza interna di Israele, Ben Givr, alla Spianata delle Moschee lascerà purtroppo un’ulteriore scia di sangue in Medio Oriente”. Lo affermano in una nota i deputati di Pd-Idp Laura Boldrini e Arturo Scotto. “L’Autorità nazionale palestinese – proseguono Boldrini e Scotto – ha dichiarato che la visita alla Spianata è paragonabile a un atto di guerra. Il ministro degli Esteri della Giordania, il cui governo ha la giurisdizione di quell’area, ha parlato di flagrante violazione del diritto internazionale e di atto provocatorio. L’ex primo ministro israeliano ha parlato di deliberata provocazione. Si rischia nei prossimi giorni una ulteriore escalation del conflitto, con decine di morti oltre che

la pietra tombale su qualsiasi ipotesi di processo di pace fondato sul principio due popoli-due stati, che già non è più nell’agenda del nuovo governo di ultradestra di Benjamin Netanyahu”. “Presenteremo nelle prossime ore un’interrogazione al governo Meloni – annunciano i due esponenti Pd – per capire quali azioni intenda mettere in campo per promuovere a livello internazionale un’iniziativa per la pace e il dialogo e per far rispettare le risoluzioni delle Nazioni Uniti a cui l’Italia ha sempre aderito”.

Un appello da sostenere

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Da JCall Italia:
Molte organizzazioni ebraiche della Diaspora , negli Stati Uniti, in America latina, in Europa si sono mobilitate esprimendo sgomento e protesta contro la formazione del nuovo governo di Israele ed i propositi da esso enunciati. 

JCall Europa ha redatto un appello  che ha raccolto finora circa 600 adesioni e che vi reinviamo pregandovi di sottoscriverlo se non lo avete già fatto e diffonderlo per ulteriori adesioni.

Abbiamo lanciato lAppello alla ragione fondativo di JCall nel 2010 profondamente preoccupati per l’esistenza di Israele. Scrivevamo allora che “senza sottovalutare la minaccia esterna, il pericolo giaceva anche nell’occupazione e nell’espansione ininterrotta degli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Solo la fine dell’occupazione e la creazione di uno stato palestinese al lato di Israele possono garantire ad esso un futuro di stato democratico con maggioranza ebraica. Il persistere dell’occupazione condurrà invece ad una scelta illusoria fra due assetti perversi : uno stato binazionale fonte di una permanente guerra civile o uno stato esclusivamente ebraico che condurrebbe ad un regime di apartheid verso i palestinesi. Dodici anni dopo la situazione si è aggravata. A ciò si aggiunge oggi una minaccia immediata che incombe sulla democrazia. Le elezioni del 1 novembre svoltesi nel rispetto delle regole democratiche e della libertà di voto hanno prodotto una maggioranza pur debole ad una coalizione nella quale alcune componenti mettono in questione le fondamenta stessa della democrazia nel paese. Fin dalla sua creazione e malgrado lo stato di guerra e le continue minacce esterne lo stato di Israele ha saputo rispettare sino ad oggi lettera e spirito dei valori sui quali poggia la Dichiarazione di indipendenza. Oggi se il governo in formazione decidesse di dare attuazione alle misure previste dagli accordi fra i partiti della coalizione Israele rischia di violare le sue stesse fondamenta.

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Una democrazia non è definita soltanto in virtù del potere della maggioranza eletta in libere elezioni, ma anche dell’esistenza di contrappesi – una costituzione e un parlamento composta di una o due camere. In Israele dove il parlamento è composto di una unica camera 8la Knesset), non vi è una costituzione ma vi sono leggi fondamentali alle quali devono conformarsi i testi di legge approvati dalla Knesset.. Il solo organo deputato a giudicare tale conformità è la Corte suprema : essa può deliberare che una legge approvata dalla Knesset è contraria ad una delle leggi fondamentali e quindi annullarla. Oggi alcuni esponenti della coalizione di maggioranza dichiarano la loro intenzione di modificare il potere di controllo della corte consentendo ad una semplice maggioranza di deputati (metà più uno) di ripristinare una legge che la Corte abbia respinto.

Una democrazia si definisce non solo per il potere della maggioranza, ma anche per il rispetto dei diritti delle minoranze. I padri fondatori di Israele lo avevano previsto avendo stabilito nella Dichiarazione di indipendenza che il nuovo stato avrebbe assicurato “la piena eguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i cittadini, senza distinzione di credo, razza o sesso”. Oggi nella nuova maggioranza vi sono individui autori di affermazioni razziste contro gli arabi nonché di posizioni omofobe.

I padri fondatori avevano inoltre affermato nella stessa Dichiarazione che il futuro stato sarebbe stato “aperto all’immigrazione di ebrei da tutti paesi in cui essi sono dispersi” evitando di definire “chi è ebreo”. Questo principio ha condotto alla Legge del ritorno che ha permesso dopo 74 anni a milioni di ebrei di immigrare in Israele. Ora alcuni esponenti della coalizione esigono una modifica della legge al fine di privare nuovi immigrati (e ad immigrati già insediatisi nel paese) lo status di ebrei. Vogliono altresì adottare misure che prevedano la separazione fra donne e uomini in eventi pubblici finanziati con fondi dello stato . Se questi piani fossero approvati, ne conseguirebbe una frattura profonda fra Israele e l’ebraismo della Diaspora che rimetterebbe in questione le stesse fondamenta del progetto sionista all’origine del paese.

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Inoltre il progetto di modificare lo status quo vigente dal 1967 sul Monte del tempio a Gerusalemme permettendo ad ebrei di pregare in quel luogo – così come proposto dal nuovo ministro della sicurezza nazionale – rischia di infiammare la Cisgiordania e forse l’intera regione del Medio Oriente.

Per tutte queste ragioni abbiamo deciso di rilanciare oggi il nostro appello alla ragione indirizzato ai governanti israeliani perché non dimentichino le fondamenta del paese di cui esercitano oggi la responsabilità politica. Israele appartiene a coloro che vi abitano. Ma gli ebrei della Diaspora, legati come sono indissolubilmente alla sua esistenza in sicurezza, possono e devono, in nome di tale legame e del sostegno che ad esso offrono allorchè necessario, esprimere la loro preoccupazione circa tali derive antidemocratiche. Esse costituirebbero il vero pericolo per il futuro del paese. Per questo motivo siamo al fianco di cittadini e movimenti della società civile in Israele che si stanno mobilitando a difesa della democrazia e chiediamo a coloro che si riconoscono nei principi di questo appello di firmarlo e diffonderlo raccogliendo ulteriori adesioni.

Per firmare il nostro appello andate sul sito di JCall in francese dove sono raccolte tutte le firme”.

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Globalist è dalla parte della “resistenza” israeliana contro un governo che già dai suoi primi atti e dalle dichiarazioni di suoi esponenti si dimostra per quello che è: un governo reazionario, dalle forti venature razziste e  nemico giurato di tuto ciò che possa assomigliare, anche vagamente, alla pace, al rispetto dei diritti delle minoranze e dei principi che sono a fondamento di un sistema democratico e delle istituzioni che ne sono espressioni e garanti. Un governo “nero”. 

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