Persone in fuga da guerre, disastri ambientali, sfruttamento: addio 2022, annus horribilis

Un mondo di gente in fuga. In fuga da guerre, disastri ambientali, sfruttamento disumano, povertà assoluta. E’ il mondo che si appresta a salutare il 2022 e a festeggiare l’anno nuovo.

Persone in fuga da guerre, disastri ambientali, sfruttamento: addio 2022, annus horribilis
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

31 Dicembre 2022 - 17.45


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Un mondo marchiato dalle disuguaglianze. Un mondo segnato da guerre, molte delle quali colpevolmente ignorate, e da altrettanto ignorate tragedie umanitarie. Un mondo di gente in fuga. In fuga da guerre, disastri ambientali, sfruttamento disumano, povertà assoluta. E’ il mondo che si appresta a salutare il 2022 e a festeggiare l’anno nuovo. Da festeggiare c’è ben poco. Da sperare, molto.

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Un mondo in fuga

Di grande interesse riepilogativo è il report di Openpolis.

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Secondo l’alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) (alla fine del 2021 le persone costrette a lasciare la propria abitazione a causa di persecuzioni, conflitti, violenza, violazioni dei diritti umani o di eventi che disturbano significativamente l’ordine pubblico sono state quasi 90 milioni, per il 41% minori.

89,3 milioni i profughi a livello globale nel 2021, secondo le stime dell’Unhcr.

Di queste, circa il 30% erano rifugiati (per un totale di 27,1 milioni) e il 5% apolidi (4,3 milioni). Mentre la categoria più ampiamente rappresentata era quella degli sfollati interni, ovvero le persone costrette a lasciare la propria abitazione ma che non si spingono oltre i confini del proprio paese. Parliamo in questo caso di oltre 53 milioni di persone (più del 65% del totale). 

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Le persone in fuga sono in costante aumento

Il 2021 è stato un anno in cui numerose tensioni preesistenti si sono inasprite e in cui sono emersi nuovi conflitti. 

Numerosi conflitti si sono inaspriti nel 2021. E aggravatisi nell’anno che sta per finire

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È il caso ad esempio del reinsediamento dei talebani in Afghanistan, del conflitto nella regione etiope del Tigray e delle insurrezioni nella regione del Sahel centrale, soprattutto in Burkina Faso. A cui si aggiunge la recente presa di potere da parte dell’esercito in Myanmar e il persistere di conflitti come quello in Venezuela, in Siria, e in varie zone del continente africano (soprattutto Congo, Nigeria, Sud Sudan e Sudan).

Ma non ci sono soltanto i conflitti a costringere le persone a emigrare: la crisi climatica, da sola causa più sfollati di tutte le guerre e i conflitti messi insieme – pur rimanendo non ufficialmente riconosciuta a livello legale.

Dal 2012 è triplicato il numero di profughi

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Nel corso dell’ultimo decennio è aumentato il numero di rifugiati (+154%), passati da 10,5 milioni nel 2011 a 21,3 nel 2021. Ancora più marcato l’incremento nel caso degli sfollati interni, passati da 17,7 a 51,3 milioni, (+230%). Più contenuto invece per quanto riguarda gli apolidi (+30%). Nel complesso alla fine del 2021 si contano 89,3 milioni di profughi, il 184% in più rispetto al 2012, quando erano 31,5 milioni.

Il 69% di queste persone proviene da soli 5 paesi. Prima tra tutti la Siria, con quasi 7 milioni di profughi. Seguono il Venezuela con 4,6 milioni, l’Afghanistan (2,7 milioni), il Sud Sudan (2,4) e il Myanmar (1,2). Se rapportati alla popolazione, è sempre la Siria ad avere più rifugiati (27.300 ogni 100mila abitanti), seguita da Sud Sudan (17.200) e Venezuela (13.800).

Per quanto riguarda invece chi ha dovuto lasciare il proprio paese, l’83% risulta essere ospitato in paesi a medio-basso reddito, e nel 72% dei casi ad accogliere gli sfollati sono i paesi limitrofi, illustrativo della tendenza a fare, laddove possibile, spostamenti ridotti.

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Contestualmente all’incremento del numero di rifugiati, sfollati e apolidi, è gradualmente aumentato anche il numero di persone che hanno richiesto l’asilo in altri paesi. Se nel 2012 si trattava di circa 1 milione di persone nel mondo, nel 2021 la cifra è salita ben oltre i 4 milioni – un aumento pari al 450%.

Tuttavia l’esito più frequente delle richieste di asilo è, oggi come 10 anni fa, il rifiuto.

36% dei richiedenti che hanno inoltrato una domanda di asilo nel 2021 ha incontrato un rifiuto.

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Una quota ancora oggi più elevata rispetto a quella di richieste accolte (34%), nonostante la situazione da questo punto di vista sia migliorata nell’ultimo decennio. Mentre per i restanti casi, il 9% ha avuto come esito la protezione sussidiaria – con cui l’Unhcr indica tutte le forme di protezione che non rientrano nella convenzione del 1951 – e il 21% si è chiuso in altro modo.

I rifiuti calano ma restano l’esito più frequente

Nel corso del decennio si è ridotta la quota di richieste di asilo che sono state rifiutate (passata dal 51% al 37%). Specularmente, è lievemente aumentata quella di richieste accolte (dal 21% al 27%). La protezione sussidiaria è invece rimasta sostanzialmente invariata, attestandosi sempre tra il 7% e il 10%.

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Sono quindi oltre 326mila le prime richieste di asilo che nel 2021 sono state respinte. A fronte di meno di 308mila che invece sono state accolte.

Una componente molto importante è quella delle richieste conclusesi in altro modo, ovvero non nel rifiuto ma nemmeno con una qualche forma di protezione. Sempre superiori al 20% della quota totale (tranne nel 2015, quando sono state il 19%), hanno addirittura raggiunto il 41% nel 2016. Si tratta, come spiega l’Unhcr di casi in cui i richiedenti asilo non si presentano ai colloqui oppure decedono durante il processo, o ancora casi che vengono chiusi per ragioni amministrative.

Gli effetti dei cambiamenti climatici sugli sfollamenti

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Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), cambiamento climatico, disastri naturali e degrado ambientale stanno modificando profondamente le migrazioni a livello globale. Il loro effetto sulla mobilità è complesso, multicausale e stratificato.

Alcuni fenomeni causati dal cambiamento climatico, quali alluvioni, siccità e eventi meteorologici estremi, sono immediati e scatenano di conseguenza reazioni migratorie immediate. Altri invece sono lenti e possono influenzare la mobilità umana anche a distanza di decenni o secoli – come nel caso dell’erosione delle coste, dell’innalzamento del livello del mare, dello scioglimento dei ghiacciai e della desertificazione.

Gli effetti del cambiamento climatico sulla mobilità sono spesso indiretti.

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Inoltre, gli effetti degli eventi climatici sulla vita delle persone, e quindi sulla loro decisione di lasciare la propria residenza, sono spesso mediati. L’ambiente può infatti agire su una serie di fattori che motivano le persone a migrare, ad esempio esasperando difficoltà economiche e sociali o anche inasprendo situazioni di instabilità politica e conflitti. Infatti, i disastri naturali possono avere un effetto amplificatore e aggravare situazioni di vulnerabilità preesistenti.

30,7 mln i nuovi sfollati interni per disastri ambientali nel 2020, secondo l’Internal displacement monitoring center (Idmc).

Nel mondo ci sono più persone che lasciano la propria casa senza attraversare i confini nazionali (i cosiddetti sfollati interni) per ragioni legate al clima che a causa di guerre e conflitti.

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Il numero di sfollati climatici interni ha raggiunto un picco nel 2010, quando è arrivato a più di 40 milioni, per poi calare leggermente. Dal 2018 ha poi ripreso ad aumentare e nel 2020 gli sfollati climatici costituivano il 75,8% di tutti gli sfollati a livello globale, secondo l’Idmc.

3 su 4 sfollati interni, nel mondo, sono stati costretti a spostarsi a causa di eventi climatici, nel 2020.

Rispetto al 2009, nel 2020 sono aumentati dell’83,3%, ma l’aumento è stato considerevole anche rispetto al più recente 2018, quando ammontavano a circa 17 milioni di persone.

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+78,5% gli sfollati climatici nel 2020 rispetto al 2018.

Secondo le analisi della Banca mondiale, quello delle migrazioni climatiche è un fenomeno eminentemente interno ai singoli paesi. Trattandosi di eventi territoriali e non necessariamente nazionali come potrebbe essere una guerra o una crisi economica, solitamente le persone che ne sono colpite non attraversano i confini del proprio stato.

I disastri naturali che costringono le persone a migrare

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Varie tipologie di disastri naturali hanno effetti diversi sulle migrazioni.

In parte questo ha anche a che vedere con la difficoltà a individuare i nessi causali, essendo il clima un fenomeno complesso, composto di una moltitudine di fattori interconnessi. Oltre al fatto già accennato che alcuni tipi di disastri ambientali si sviluppano più lentamente, senza dar vita a flussi migratori improvvisi e compatti.

Le alluvioni sono la principale causa di sfollamenti

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Il tipo di disastro naturale che ha causato il numero maggiore di sfollamenti è l’alluvione. Tra il 2008 e il 2020, le alluvioni hanno infatti generato oltre 156 milioni di sfollati interni nel mondo. Seguono le tempeste (119,2 milioni) e i terremoti (33,5 milioni).

Se isoliamo il 2020, però, sono state le tempeste a causare il numero maggiore di dislocamenti (14,5 milioni), seguite dalle alluvioni (14 milioni).

Non tutti i paesi sono poi colpiti ugualmente da questi fenomeni. È soprattutto il continente asiatico (e in particolare la sua parte meridionale) a subire con la maggiore frequenza disastri ambientali responsabili di sfollamenti.

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La Cina è il primo paese per sfollati climatici

La Cina, in particolare, è il primo paese per numero di sfollati climatici (più di 86 milioni tra 2008 e 2020, più di 5 milioni solo nel 2020), seguita da India e Filippine, entrambe con circa 48 milioni di sfollati.

Nella lettura di questi dati dobbiamo necessariamente tenere conto del fattore demografico. Alcuni dei su citati paesi, infatti, sono tra i più popolosi del mondo. Tuttavia, i loro territori sono anche particolarmente colpiti da alcuni tipi di disastri ambientali che portano a sfollamenti massicci, come le alluvioni e le tempeste.

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Il riconoscimento dei migranti climatici

Nonostante la portata del fenomeno migratorio legato al cambiamento climatico, manca ancora un riconoscimento ufficiale vero e proprio per questa categoria di persone, cui raramente è garantita la protezione per il fatto di essere vittime di disastri naturali.

A livello internazionale, ci sono diverse definizioni del concetto di “rifugiato”, alcune più altre meno ampie, capaci o meno di includere questa categoria al proprio interno.

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A oggi non c’è un riconoscimento univoco e ufficiale della categoria dei “migranti climatici”.

Secondo uno studio del Parlamento europeo, gli Stati possono scegliere se applicare la definizione contenuta nella Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati delle Nazioni unite (1951), che descrive il rifugiato come colui che non può o non vuole rientrare nel proprio paese perché perseguitato “per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche”. Oppure se applicare la Dichiarazione di Cartagena sui rifugiati (1984) che, secondo l’Unhcr, permette un’interpretazione più ampia, estendibile anche ai fenomeni climatici.

Un passo avanti in questo senso è stato fatto con i Principi guida dello sfollamento interno, , che annoverano i disastri naturali tra le cause di dislocamento. Nonostante ciò, un limite resta, ovvero il mancato riconoscimento degli effetti indiretti del cambiamento climatico. Inoltre, si tratta di semplici raccomandazioni che non hanno valore vincolante, come anche nel caso del Global compact for migration del 2018.

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Anche a livello europeo, ad oggi ancora non esistono né una definizione univoca né un riconoscimento ufficiale dei migranti climatici, che non rientrano nella categoria di chi potrebbe richiedere lo status di rifugiato né di chi potrebbe ricevere la protezione sussidiaria.

Questo è il quadro generale di un mondo “disastrato”. 

Poi c’è la miseria italiana. Quella di un governo che ha finito l’anno con il vergognoso decreto anti-Ong. Un decreto, come peraltro quello “rave”, permeato da una logica securista degna della peggior destra. Una destra che ha dichiarato guerra ai migranti e a quelli che provano a salvarli e a prendersene cura. Una guerra fondata su falsità spacciate per verità. 

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Annota in proposito Openpolis: “Dopo i casi di Humanity I e Geo Barents, e dopo le tensioni tra Italia e Francia causate dall’attracco della nave umanitaria Ocean Viking, in Europa come in Italia si è tornati a parlare di richiedenti asilo e ricollocamenti dei migranti. 

Sia esponenti del governo Meloni che alcuni media sostengono il teorema secondo cui il fenomeno migratorio non dovrebbe essere a carico esclusivamente dell’Italia e degli altri paesi che affacciano sul mar Mediterraneo. Tuttavia i dati smentiscono questa tesi, perché l’Italia nell’ultimo decennio ha ricevuto meno richieste di asilo di altri grandi paesi europei, compresa la Francia. Con un totale di meno di 44mila richiedenti asilo, l’Italia è l’ultima dei 4 grandi paesi Ue per numero di richiedenti asilo nei primi otto mesi del 2022. Al primo posto si trova anche in questo caso la Germania, con un totale di 116mila, al secondo la Francia (con poco meno di 83mila) e al terzo la Spagna (circa 74mila)”.

Buon 2023. Di lotta e di speranza. Dalla parte dei più deboli e indifesi. La nostra parte: quella di Globalist.

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