Caos Libia, divisi su tutto: anche sull'estradizione dell'artificiere di Lockerbie

L’estradizione negli Stati Uniti dell’ex agente dell’intelligence libica Abu Agila Mohammad Masud Kheir al Marimi, sospettato di aver fabbricato la bomba che distrusse il volo Pan Am 103 sopra la città di Lockerbie, in Scozia

Caos Libia, divisi su tutto: anche sull'estradizione dell'artificiere di Lockerbie
Il premier del Governo di unità nazionale della Libia (Gun), Abdulhamid Dabaiba
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

18 Dicembre 2022 - 21.42


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Caos Libia. Divisi su tutto, anche sull’estradizione dell’”artificiere” di Lockerbie.

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L’estradizione negli Stati Uniti dell’ex agente dell’intelligence libica Abu Agila Mohammad Masud Kheir al Marimi, sospettato di aver fabbricato la bomba che distrusse il volo Pan Am 103 sopra la città di Lockerbie, in Scozia, nel 1988, sta avendo un impatto politico notevole in Libia. Il premier del Governo di unità nazionale della Libia (Gun), Abdulhamid Dabaiba, ha dichiarato ieri che Masud “è un criminale e un terrorista che non può essere difeso”, spiegando che “chi lo difende, difende un criminale che ha ucciso 259 persone”. 

L’estradizione che divide

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Al contrario, il primo ministro designato dal Parlamento dell’est, Fathi Bashagha, ha parlato di “atto illegale” e “contrario alla sovranità libica”. Una posizione simile a quella della Camera dei rappresentanti di Tobruk, secondo la quale il caso Lockerbie “è stato chiuso per sempre” con il risarcimento alle famiglie delle vittime da parte del regime di Muammar Gheddafi. Molti in Libia cominciano a parlare di “Grande tradimento” di Dabaiba e temono la consegna di altri 12 detenuti politici dell’era Gheddafi, tra cui capo dell’intelligence Abdallah Senussi, difeso ieri dalla tribù dei Warfalla (la più numerosa della Libia). Oggi sono previste proteste contro l’estradizione di Masud e altre forme di disordini civili, inclusi blocchi e barricate stradali. Eventualità che non sembra preoccupare più di tanto il primo ministro basato a Tripoli che, al contrario dei suoi rivali nell’est, sembra consolidare la sua posizione internazionale, accreditarsi come leader credibile con l’amministrazione Usa e dimostrare di saper controllare il territorio. Non è la prima volta che un cittadino libico viene consegnato gli Stati Uniti. Nel 2013, sotto il governo libico di Ali Zeidan, un commando di forze speciali Usa catturò Abu Anas al Libi, considerato un leader di al Qaeda e uno degli organizzatori delle stragi in Kenya e Tanzania nel ’98. Stavolta le forze speciali Usa non sembrano essere state coinvolte e l’operazione parrebbe essere stata compiuta dai libici in autonomia. Secondo il quotidiano britannico “The Guardian”, il sospettato dell’attentato di Lockerbie è stato rapito da un “signore della guerra” e poi detenuto dalla milizia armata per due settimane. Fonti di “Agenzia Nova” riferiscono che il responsabile dell’operazione è Abd al Ghani Al Kikli, meglio noto come Ghaniwa (o Gnewa), capo del potente apparato di sicurezza chiamato “Autorità di supporto alla stabilità” e originario di Abu Salim, il quartiere dove Masud è stato prelevato. Intanto, l’ufficio del procuratore generale, Al Siddiq al Sour, ha avviato un’indagine sulla estradizione di Masud che sarebbe avvenuta “al di fuori dei quadri legali”, in base a una denuncia presentata dai familiari dell’ex agente segreto libico.

Fonti stampa libiche indicano che Dabaiba avrebbe consegnato l’ex agente dell’intelligence libica con l’obiettivo di sbloccare gli asset e i fondi libici congelati negli Stati Uniti: tra partecipazioni azionarie e conti in banca, si parla di decine di miliardi di dollari. Vale la pena ricordare, però, che per revocare il congelamento è necessario un passaggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove – come è noto – gli Stati Uniti hanno diritto di veto ma non possono ovviamente adottare decisioni unilaterali. Più probabile che la mossa di Dabaiba sia strumentale all’insediamento a Washington di un nuovo ambasciatore nominato dal Governo di unità nazionale (Gun). La sede diplomatica negli Stati Uniti, infatti, è priva di un capo missione e la ministra degli Esteri Najla el Mangoush starebbe lavorando da tempo per nominare un nuovo diplomatico di alto rango in questa posizione chiave.

Non è tutto. Fonti libiche riferiscono ad “Agenzia Novache il ministero degli Esteri libico vorrebbe aprire un nuovo consolato a Houston, in Texas: si tratterebbe di un ufficio di accordo fondamentale sia per quanto riguarda le partnership nell’industria petroliera, sia per la cooperazione militare e in particolare aeronautica. L’iter finora è stato bloccato dal dipartimento di Stato, restio a sostenere le azioni di un governo non eletto, di fatto transitorio e contestato in patria. Ora, però, la consegna di Masud – definita “molto importante” dal segretario di Stato Usa, Antony Blinken – potrebbe accrescere la legittimità del governo Dabaiba, prolungando la permanenza del premier al potere, e allontanare dall’orbita di Washington i politici dell’est della Libia che protestano per l’estradizione.

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Scontro frontale

Nell’estradizione negli Stati Uniti di Abu Agila Masud, accusato di avere un ruolo nel caso Lockerbie, il governo libico di unità nazionale ha “agito nel rispetto della sovranità della Libia” collaborando con uno Stato straniero “dal momento che si tratta di crimini commessi al di fuori del suo territorio”. È quanto ha detto in un discorso televisivo ieri il premier di Tripoli Abdel Hamid Dbeibah in risposta alle critiche arrivate nei giorni scorsi al suo esecutivo dopo la notizia che Masud si trovasse in prigione negli Usa. Dbeibah e il suo governo non avevano ancora commentato la detenzione di Masud Kheir Al-Marimi o il suo trasferimento negli Stati Uniti.

“Contro di lui è stato emesso un mandato di arresto dall’Interpol. Per noi è diventato imperativo cooperare in questo fascicolo per il bene dell’interesse e della stabilità della Libia”, ha detto Dbeibah. Masud è sospettato di aver fabbricato la bomba che fece esplodere il volo Pan Am 103 sopra Lockerbie in Scozia nel 1988, uccidendo 259 persone sull’aereo e 11 a terra. L’uomo, 71 anni, ex agente dell’intelligence libica, non è stato formalmente accusato dagli Stati Uniti fino al 2020, quando sono state scoperte nuove prove che rivelano che apparentemente ha confessato i suoi crimini a un funzionario delle forze dell’ordine libiche.

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Dbeibah ha aggiunto che era importante “fare la differenza” nel caso tra la “responsabilità dello Stato libico, e quella del singolo”, sottolineando che per quanto riguarda la responsabilità nazionale, “il caso è stato definitivamente chiuso” dal 2003. “Non permetterò che venga aperto di nuovo”, ha detto. Nel 2003, la Libia ha concordato un risarcimento per le vittime dei bombardamenti dopo lunghi colloqui con funzionari britannici e statunitensi, portando le Nazioni Unite a revocare le sanzioni nello stesso anno. “Non tollero più che la Libia e il suo popolo paghino le conseguenze di oltre 30 anni di operazioni terroristiche e che i libici siano classificati come terroristi perché le persone accusate sono in Libia”, ha aggiunto Dbeibah. Il governo però fornirà a Masud un avvocato “indipendentemente dal suo coinvolgimento nel terrorismo”.

La Libia non ha un trattato di estradizione con gli Stati Uniti e il procuratore generale ha aperto un’indagine sulle circostanze della detenzione e del trasferimento di Masud. L’uomo sarebbe stato sequestrato dalla sua casa da un’unità armata legata a Dbeibah il mese scorso, ha detto la sua famiglia, per poi comparire negli Usa domenica. Alcuni critici di Dbeibah lo accusano di aver detenuto illegalmente Masud e di averlo consegnato agli Stati Uniti per ottenerne il sostegno nella sua situazione di instabilità nel Paese.

Divisi su tutto

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Due passi indietro nel tempo. 5 dicembre. Scrive Agenzia Nova, fonte preziosa sulle vicende libiche: Il generale Khalifa Haftar, comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), ha rilanciato la sua candidatura alla presidenza della Libia e affermato che il protrarsi della situazione di stallo a Tripoli potrebbe portare l’est a gestire i propri affari e istituzioni in autonomia, tracciando una road map indipendente e in modo separato dalla capitale. Durante un discorso davanti a una folla di sostenitori nella città di Agedabia, in Cirenaica, Haftar ha criticato i “timorosi” che vogliono impedire ai militari di partecipare al processo elettorale. “Le loro schede rimarranno vuote e le urne dei loro concorrenti militari saranno piene di voti”, ha detto Haftar, osservando che l’unico criterio che andrebbe osservato è consentire a chiunque di candidarsi lasciando scegliere il popolo. “Coloro che si aggrappano al potere non appartengono all’istituzione militare”, ha detto il generale, spiegando che le “soluzioni convenzionali” ideate dai politici si sono rivelate “una perdita di tempo e di fatica”. Le parole di Haftar suonano come un avvertimento in vista del possibile incontro tra i presidenti di Camera e Senato della Libia, rispettivamente Aguila Saleh e Khaled al Mishri, che potrebbe rivelarsi decisivo per superare la crisi politica e portare alle agognate elezioni nel Paese nordafricano.

Il colloquio tra i due leader politici – che avrebbe dovuto tenersi nei giorni scorsi prima al Cairo, in Egitto, poi a Zintan, nell’ovest della Libia – non si è ancora tenuto per non meglio precisati “motivi logicistici”, come sottolineato dall’inviato delle Nazioni Unite in Libia, Abdoulaye Bathily. L’agenzia di stampa russa “Sputink” ha riferito che il vertice si terrà giovedì a Ghadames, la “perla” del deserto libico al confine l’Algeria. Il Consiglio municipale della città libica ha però smentito oggi ai microfoni di “Agenzia Nova”: “Ad oggi non abbiamo ricevuto alcuna lettera riguardante un incontro tra il presidente del Parlamento, il presidente del Consiglio di Stato e la missione Onu. Non abbiamo informazioni in merito. Il comune accoglie tutti coloro che lavorano per portare la Libia e i libici alla sicurezza e alla pace”. Da tempo tutti i punti della base costituzione libica per andare alle elezioni sono stati chiusi, ma su alcune questioni ci sono ancora delle necessità di perfezionamento, come ad esempio sui criteri per concorrere alla carica di presidente: infatti vi è ancora disaccordo sul divieto di doppia cittadinanza e sul ruolo dei militari”.

Due giorni dopo, 7 dicembre. Sempre Agenzia Nova: “Brusco colpo di arresto nel dialogo tra la Camera e il Senato della Libia che mette in dubbio la già difficilissima prospettiva delle elezioni nel Paese nordafricano. Il capo dell’Alto Consiglio di Stato basato a Tripoli, Khaled al Mishri, ha annunciato la sospensione di ogni contatto con la Camera dei rappresentanti situata nell’est del Paese fino all’abrogazione della controversa legge approvata ieri sera sulla creazione di una Corte costituzionale nella città di Bengasi, in Cirenaica, in alternativa alla Camera costituzionale della Corte suprema, che ha sede a Tripoli. Il leader del Consiglio di Stato, organo consultivo che fa le veci di un “Senato” in Libia, ha annunciato lo stop ai lavori dei comitati congiunti e delle comunicazioni ufficiali tra le due presidenze: tradotto, questo significa che si è fermato (o si è molto rallentato) il dialogo avviato da Mishri in Marocco con Aguila Saleh, presidente della Camera dei rappresentanti, sulla nascita di un nuovo governo incaricato di traghettare il Paese alle elezioni, sulla base costituzionale e sulle posizioni sovrane. Da parte sua, Saleh ha annunciato che sottoporrà la legge sulla Corte costituzionale a un “comitato di esperti”, ma è chiaro che la fiducia è venuta meno e ricucire lo strappo ora sarà difficile.

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Come spesso succede nel foro legislativo basato in Cirenaica, non è chiaro con quali numeri sia stata approvata la legge e se ieri sia stato rispettato il quorum minimo legale. Il progetto di istituzione della Corte costituzionale prevede l’abolizione della Camera costituzionale interna alla Corte suprema nella capitale e la modifica della sua denominazione in Corte di cassazione. Il progetto prevede l’istituzione di una Corte costituzionale composta da 13 membri. Il presidente della Corte e suoi due vice sono nominati dal Parlamento, mentre altri sei membri sono scelti rispettivamente sempre dal parlamento e dall’Alto consiglio di Stato. I nove riuniti in quella che viene denominata Assemblea generale nominano infine i restanti membri della Corte per un totale di 13. La nuova Corte sarà responsabile del controllo giurisdizionale della costituzionalità delle leggi e dei regolamenti emanati che regolano l’attività dell’autorità legislativa. Non le è consentito accogliere il ricorso di incostituzionalità di alcun testo di legge in un giudizio preliminare se non da parte del capo dello Stato, dal presidente della Camera dei rappresentanti, da dieci deputati o dal presidente del Consiglio dei ministri. La nuova Corte proposta dal parlamento interpreterà inoltre i testi delle leggi in caso di divergenza applicativa.

La decisione del parlamento è stata ampiamente respinta sia dalle parti politiche che giudiziarie della Tripolitania, che si oppongono all’abolizione della Camera costituzionale della Corte suprema situata nella capitale Tripoli, attivata quest’anno dopo cinque anni di sospensione. In Libia, la Camera costituzionale decide su casi e ricorsi di carattere costituzionale e giudiziario, questioni e controversie su leggi, normative e decisioni emesse dalle due autorità, quella esecutiva e quella legislativa, nonché qualsiasi violazione o contestazione della dichiarazione costituzionale. Ieri, peraltro, la Camera dei rappresentanti dell’est ha approvato all’unanimità anche una legge che trasferisce l’affiliazione della Gazzetta ufficiale dal ministero della Giustizia al Parlamento eletto nel 2014 e che si riunisce nell’est del Paese. La decisione potrebbe garantire al presidente della Camera, Aguila Saleh, il potere di impedire qualsiasi pubblicazione “sgradita” sulla Gazzetta ufficiale, dove vengono pubblicate anche le decisioni del primo ministro.

Questo nuovo sviluppo va inserito nel più ampio contesto della profonda crisi politica che da tempo blocca ogni progresso della Libia verso le elezioni. Il Parlamento, infatti, considera decaduto il Governo di unità nazionale (Gun) del primo ministro Abdulhamid Dabaiba, al potere a Tripoli e riconosciuto dalla comunità internazionale. Le elezioni per sostituire il Gun con un’autorità esecutiva scelta dalla popolazione libica avrebbero dovuto tenersi il 24 dicembre 2021, ma sono state rimandate per i disaccordi sulla legge elettorale e i criteri per la candidatura alla presenza della Repubblica. Il governo in carica a Tripoli, da parte sua, afferma di voler cedere il potere solamente ad un’autorità eletta e si dice favorevole ad andare alle elezioni il prima possibile. L’inviato dell’Onu in Libia, il senegalese Abdoulaye Bathily, stava cercando di riunire i presidenti della Camera dei rappresentanti e dell’Alto Consiglio di Stato (il “Senato” basato a Tripoli) per redigere la base elettorale che dovrebbe fornire un quadro legale per le elezioni. Allo stato attuale non è ancora chiaro se il tentativo delle Nazioni Unite avrà successo. Dopo gli ultimi sviluppi, ciò appare improbabile”.

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Questo è il caos libico. Un caos armato. Che si protrae da quasi dodici anni sulla scia della disastrosa guerra voluta, condotta, portata a termine dall’Occidente, Italia compresa. Un fallimento annunciato. 

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