Israele, Netanyahu ha superato la "linea rossa" per stringere un patto di governo con i "diavoli neri"

Netanyahu sta per superare la “linea rossa” che separa lo stato di diritto da una dittatura della maggioranza che non fa prigionieri.

Israele, Netanyahu ha superato la "linea rossa" per stringere un patto di governo con i "diavoli neri"
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15 Dicembre 2022 - 17.39


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Costretto sulla difensiva. Ricattato dai suoi futuri partner di governo – esponenti di una destra ultranazionalista ed etnocratica tanto aggressiva ideologicamente quanto famelica di potere – “King Bibi” – al secolo Benjamin Netanyahu, il premier più longevo nella storia d’Israele, incaricato di formare il suo sesto governo dopo le elezioni del 2 novembre – sta per superare la “linea rossa” che separa lo stato di diritto da una dittatura della maggioranza che non fa prigionieri.

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Punto di non ritorno

A indicarlo è un editoriale di Haaretz, coscienza critica e illuminata di ciò che resta di una coscienza democratica in un Paese che, nella futura coalizione di governo, quella coscienza vorrebbe annientare. 

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“Questa settimana la Knesset ha iniziato a discutere un iter legislativo che consentirebbe a Benjamin Netanyahu di soddisfare le condizioni poste dai suoi partner di coalizione per entrare nel governo. La Legge fondamentale sul governo impedisce a un membro della Knesset che sia stato condannato alla reclusione di essere nominato ministro. Affinché lo Shas possa firmare l’accordo di coalizione, è necessaria una legge che renda possibile la nomina a ministro di Arye Dery, il condannato che guida il partito. Cosa fa chi è interessato a firmare un accordo di coalizione con un partito il cui capo è legalmente interdetto a ricoprire la carica di ministro? Modifica la Legge fondamentale per lui, in modo che la legge non si applichi a chi ha ricevuto una sospensione della pena. A questo punto, bisogna ignorare il fatto che Dery ha promesso di dimettersi dalla vita politica come parte di un patteggiamento che gli ha permesso di ridurre le accuse, di ottenere la sospensione della pena e di pagare una multa. A pensarci bene, il fatto che chi si appresta a dirigere il governo sia lui stesso sotto accusa e attualmente sotto processo, non ha davvero motivo di stupire. Eppure, è difficile superarlo, alla luce della volontà di distorcere una Legge fondamentale, di abbassare la soglia di idoneità a servire il governo su una questione di integrità e di farsi beffe di una promessa fatta in tribunale – il tutto per raggiungere il potere. La condizione posta da Otzma Yehudit per firmare un accordo di coalizione è quella di sottomettere la Polizia di Israele al leader del partito – Itamar Ben-Gvir, un discepolo del rabbino Meir Kahane. Cosa si può fare? Legiferare. Il progetto di legge per modificare l’ordinanza sulla polizia prevede che il ministro responsabile della polizia – una posizione designata per Ben-Gvir – stabilisca la politica dell’organizzazione e sia responsabile del suo bilancio (che sarà determinato separatamente dal bilancio statale); inoltre, la legge assoggetterà il commissario di polizia direttamente a lui e al governo. Il fatto che questo significhi politicizzare la Polizia di Israele e trasformare il commissario di polizia in una sorta di burattino non fa alcuna differenza per il governo che vuole nascere ad ogni costo. E nemmeno l’avvertimento del rappresentante del procuratore generale, secondo cui la legge “ha il potenziale per causare un colpo reale e duro ai principi fondamentali del regime democratico dello Stato di Israele”. Dopo tutto, il prossimo governo intende sbarazzarsi del procuratore generale non appena possibile.
Come condizione per entrare nel governo, il Sionismo religioso, guidato da Bezalel Smotrich, ha chiesto di ottenere il controllo dei territori occupati. A tal fine è necessario un ulteriore emendamento alla Legge fondamentale sul governo, in modo che due ministri con poteri possano servire in un unico ministero governativo. In questo modo un ministro, a nome del partito, può ricevere i poteri del Ministero della Difesa in Cisgiordania, compresa la responsabilità dell’Amministrazione Civile e del Coordinatore delle Attività di Governo nei Territori. È già evidente che Netanyahu, durante le fasi di formazione del suo sesto governo, è la persona per la quale non c’è linea rossa che non sia disposto ad attraversare nel suo viaggio verso la sede del governo”.
Così l’editoriale del quotidiano progressista di Tel Aviv

Sulla difensiva

Di grande interesse è la riflessione, sempre per Haaretz, di uno dei più autorevoli analisti politici israeliani: Yossi Verter.
Scrive Verter: “A sei settimane dalle elezioni, sembra che nessuno metta in discussione una cosa: stiamo assistendo ai negoziati di coalizione più fallimentari di sempre, condotti dal primo ministro israeliano più esperto di sempre. Persino i suoi fan più accaniti, che di solito hanno difficoltà a trovare difetti nel comportamento di Benjamin Netanyahu e spiegano ogni suo zig-zag come una manovra sofisticata, sono rimasti imbarazzati da questa dimostrazione di debolezza, di capitolazione e di arretramento.

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Chi diavolo ha vinto queste elezioni, si chiedono i membri del Likud. Sembra che abbiano vinto tutti, tutti i partner della nascente coalizione di governo, tranne Netanyahu.
Si lamentano amaramente dei suoi inspiegabili ritardi. Per un anno intero sono stati tormentati sul fatto che il “governo dei Fratelli Musulmani” in carica sta mettendo in pericolo l’esistenza del Paese. Subito dopo le elezioni, hanno promesso che un nuovo governo sarebbe stato formato entro due settimane, tre al massimo, per “rimuovere il dominio del male dalla terra”.


Ma all’improvviso la fretta è opera del diavolo. Dov’è finita l’urgenza? Netanyahu sta ricevendo pesanti critiche dal suo stesso partito, non solo per il lungo processo, ma anche per la sostanza dei negoziati. Il suo governo, ancora da formare, ha già sprecato tutto il credito pubblico di cui godeva dopo le elezioni del 1° novembre.
Le nomine a volte scandalose, la macelleria dei ministeri più sensibili e le inutili concessioni fatte ai suoi partner/estorsori – ad esempio il deputato Avi Maoz – stanno facendo arrabbiare anche i suoi attivisti più impegnati. E questo senza nemmeno menzionare ciò che i deputati del Likud stanno mormorando su di lui a porte chiuse. Solo il parlamentare David Bitan, che interpreta il ruolo del bambino de “I vestiti nuovi dell’imperatore”, a volte lo sfida. Tutti gli altri che si definiscono membri “anziani” del Likud hanno paura e tacciono. Netanyahu sta preparando una via di fuga dal suo processo, e saranno loro a pagarne il prezzo. (Certo, lo farà anche lo Stato, ma la gente si preoccupa soprattutto di se stessa).


I ministeri che restano loro – difesa, trasporti, istruzione e uguaglianza sociale (è un elenco parziale) – sembrano carcasse di animali nella giungla. E più Netanyahu capitola, più concede, più gli appetiti dei suoi partner aumentano.

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Itamar Ben-Gvir ne è un esempio lampante. Dopo aver ottenuto più di quanto avesse mai osato sognare, ora ha posto una nuova condizione per la formazione di un governo: la vicepresidenza del Comitato ministeriale per la legislazione (il presidente è il ministro della Giustizia). Allo stesso tempo, le folli richieste di United Torah Judaism stanno riportando il Paese al Medioevo. Non appena uno ha finito di estorcere, arriva il successivo.
Netanyahu è costantemente sulla difensiva. Dopo le minacce di Maoz contro la comunità LGBTQ, ha promesso che la parata del Gay Pride avrebbe continuato a svolgersi. Martedì sera, alla Knesset, è stato costretto ancora una volta a “calmare” il pubblico. “Ci sarà l’elettricità durante lo Shabbat, ci saranno spiagge per soli uomini e donne”, ha detto. Poi ha avuto il coraggio di chiedere all’opposizione di rispettare la volontà degli elettori (in altre parole, di tacere) e di non “dividere e incitare” (in altre parole, di non seguire l’esempio del campione dei divisori e degli incitatori).


È chiaro perché è spaventato. La questione della religione e dello Stato è un punto debole fatale per lui. Quindi sì, avremo l’elettricità, ma molti miliardi di shekel saranno dati alle yeshiva, agli insegnanti ultraortodossi, alle istituzioni religiose e a tutti i tipi di istituti fittizi. Ci sarà una sorta di legge discriminatoria sulla coscrizione e una legge draconiana sulla conversione; il curriculum di base sarà ufficialmente escluso, le donne saranno tenute lontane dal Muro Occidentale e gli ebrei riformatori e conservatori saranno disprezzati. Gli ultraortodossi festeggeranno a spese di quella che Moshe Gafni, parlamentare dell’UTJ, ha definito “l’altra metà” che compone l’esercito – un gruppo che comprende la maggior parte degli elettori del Likud.


Netanyahu non è stato nemmeno in grado di nominare uno speaker della Knesset che non fosse, come lui stesso ha detto, “una nomina molto temporanea” (questo presumibilmente a causa della sua paura del deputato David Amsalem). Martedì scorso Yariv Levin è stato eletto presidente della Knesset per dare il via alla legislazione più maleodorante mai vista in Israele. Non c’è nessuno più adatto per questo lavoro. Questa sarà una prova generale dello scempio che Levin intende fare del sistema legale israeliano una volta diventato ministro della Giustizia. Per 13 anni – conclude amaramente Verter – è andato in giro con piani per la sua distruzione. Se non ora, quando?”.

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Ecco il punto di non ritorno. Quello varcato da una destra fondamentalista, dalle forti venature razziste. Una destra che non conosce avversari con cui interloquire ma solo nemici contro cui imbastire vere e proprie campagne di odio. Una destra che rivendica l’impunità di fronte alla legge, che intende legalizzare l’illegale (l’annessione di territori palestinesi occupati). Una destra che nel suo vocabolario non contempla parole come “compromesso”, riconoscimento” dell’altro da sé, “pace” con i palestinesi. Una destra che ha in odio quell’equilibrio tra i poteri che è uno dei pilastri di uno stato di diritto e di una democrazia liberale. Questa destra si accinge a governare Israele. E alla guida dell’esecutivo c’è lui, Benjamin “Bibi” Netanyahu. Che pur di aver garantita l’impunità per i gravi reati dei quali è chiamato a rispondere, ha deciso di scendere a patto con i “diavoli neri”. 

Un tempo si affermava che a confrontarsi erano due “Israele”: quella laica, inclusiva, proiettata nel futuro, l’Israele nazione delle sturt up, che ha come suo cuore pulsante, Tel Aviv, e l’Israele ultraortodossa, iper nazionalista, fortemente identitaria sul piano ideologico, ispirata da un messianismo politico-religioso che è sempre stato alla base del revisionismo sionista di Zeev Jabotinsky, il grande ideologo della destra ebraica. I risultati delle elezioni del 1° novembre hanno sancito, ratificato, ciò che da tempo era chiaro: l’Israele fondamentalista ha se non cancellato di certo messo in un angolo l’Israele laico, secolarizzato. La destra ha vinto prima sul piano culturale e poi su quello politico. Perché ha colto i cambiamenti strutturali intervenuti nei decenni a trascorrere dentro la società israeliana, nella sua composizione demografica, anche a seguito delle varie ondate migratorie succedutesi negli ultimi trent’anni, e a questi cambiamenti ha dato voce, identità, rappresentanza. Cosa che non è riuscita a fare la sinistra. Quanto a noi, noi europei, noi sinistra, ci innamoriamo di quello che appare a noi più vicino, più simile. Nel corso del tempo abbiamo imparato a conoscere, leggere, apprezzare, grandi scrittori come sono stati gli scomparsi Abraham Yehoshua, Amos Oz. Come è David Grossman. Scrittori impegnati in quel campo della pace che oggi non ha più rappresentanti alla Knesset, il parlamento israeliano. Quell’Israele è oggi minoranza, illuminata ma pur sempre esigua minoranza. Stranieri in patria. 

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