Ucraina, Vauro a Calenda: "Torno a Kiev se mi fa togliere dalla lista nera"

Vauro nel mirino di Carlo Calenda che lo ha esortato ad andare a Kiev viste le critiche del vignettista a Zelensky

Ucraina, Vauro a Calenda: "Torno a Kiev se mi fa togliere dalla lista nera"
Vauro Senesi
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14 Dicembre 2022 - 21.48


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Vauro e Calenda, botta e risposta sull’Ucraina. «Se Calenda è a Kiev, mi faccia togliere dalla lista nera, così posso tornarci. Come lui dovrebbe sapere, io a Kiev ci sono già stato, nel 2013 e nel 2014. E ho fatto dei reportage pubblicati da `Il fatto Quotidiano´, all’inizio della guerra del Donbass, sia dal fronte ucraino, sia dal fronte separatista. Si trovano anche su Internet facilmente. Nel primo reportage, quello dal fronte ucraino, ho documentato per esempio, la totale distruzione da parte dell’artiglieria ucraina dell’ospedale policlinico della città di Sloviansk dove è stato ucciso il mio caro amico. Questo mi è costato l’inclusione nella lista nera del governo ucraino. Calenda dovrebbe sapere, quindi, che se anche volessi io a Kiev non posso tornare».

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Lo ha detto Vauro, nel mirino di Carlo Calenda che lo ha esortato ad andare a Kiev: «Vieni qui in Ucraina e vedrai che ti passa la voglia di prenderli in giro e disegnarli come burattini degli americani», gli ha detto il leader di Azione.

«Al tempo del primo reportage – racconta Vauro – Sloviansk era stata appena riconquistata dagli ucraini e io denunciai, quando non c’era l’invasione russa di Putin (che io non giustifico in nessun modo né l’ho mai fatto) la distruzione di quell’ospedale. Nel secondo reportage, invece, ho documentato una guerra, che è durata 8 anni, di vera pulizia etnica nei confronti della parte russofona, a Lugansk fino a Pervomaisk dove i filorussi avevano appena ripreso la cittadina e ho visto l’ospedale di Pervomaisk bombardato dagli ucraini. Lì ha agito il battaglione di partigiani Azov. Venivano sistematicamente colpite tutte le strutture di quelle regioni, inclusi ospedali, centrali elettriche, industrie, scuole, centrali idriche e ho visto anche per le strade cadaveri con le brache calate e una bandierina russa a sfregio infilata nel sedere. Per inciso sottolineo che è difficile usare questa parola, `russofono´, perché in Ucraina erano tutti russofoni, prima che la giunta Poroshenko vietasse il russo».

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«Aver documentato questo significa che io giustifico l’invasione russa? No, anche perché – sottolinea Vauro – io queste cose le ho denunciate nel 2015, quando l’invasione russa ancora non c’era stata. Non sono filo Putin né potrei esserlo perché sono contrario alla guerra in modo assoluto. Non sono io ad essere andato in giro con la maglietta con la faccia di Putin e il mio letto l’ho comprato a rate, non me l’ha regalato Putin. Al momento sono più preoccupato per le sorti della popolazione ucraina che per il loro presidente, come sono più preoccupato per soldati russi che per il presidente russo. Se si usa questa tragedia come un palcoscenico per ottenere un po’ di visibilità pseudo elettorale siamo a livelli desolanti. Il punto su cui insisto è che non si possono rimuovere le cause di un conflitto. Cause che stanno scritte nella cronaca, nemmeno nella storia che ha un respiro più lungo. La strage di Odessa del 2 maggio 2014 nella Casa dei sindacati di Odessa con più di 50 persone bruciate vive dalle milizie del Pravyj Sektor, la paura che ha scatenato l’esigenza di difendersi nelle aree a prevalenza russofona e la risposta che si è concretizzata in 8 anni di pulizia etnica in quelle regioni non si possono rimuovere. Otto anni di guerra, nonostante i famosi accordi di Minsk, di cui si era fatta garante la Merkel e Sarkozy e dopo anche Macron. Accordi che non sono mai stati rispettati e ai quali prima il governo di Poroshenko e poi quello di Zelensky hanno risposto intensificando la guerra nel Donbass», conclude Vauro.

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