Dopo al-Sisi, Meloni abbraccia Erdogan: ecco i nostri "alleati" nel Mediterraneo

Da Giorgia Meloni a Bali, solo sorrisi e apprezzamenti per il sultano di Ankara, al secolo il presidente della Turchia, Recep Tayyp Erdogan.

Dopo al-Sisi, Meloni abbraccia Erdogan:  ecco i nostri "alleati" nel Mediterraneo
Giorgia Meloni e Erdogan
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

15 Novembre 2022 - 17.49


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Ci sta “rubando” le concessioni petrolifere in Libia. Stringe patti di ferro, altro che il nostro miserabile e infame Memorandum d’intesa, con le autorità libiche. Usa migranti e rifugiati come arma di ricatto nei confronti dell’Europa. Ma per la presidente del Consiglio evidentemente sono cose ignote o comunque di scarsa importanza. A Bali, solo sorrisi e apprezzamenti per il sultano di Ankara, al secolo il presidente della Turchia, Recep Tayyp Erdogan.

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Sorrisi e plausi

Da un lancio dell’Ansa: “Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha avuto un incontro bilaterale a margine dei lavori del G20 con il Presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Nel corso del colloquio, riferisce una nota di Palazzo Chigi, i due leader hanno posto l’accento sulla necessità di lavorare insieme per contrastare la migrazione irregolare e favorire la risoluzione della crisi libica. Meloni e Erdogan hanno anche concordato sull’opportunità di cogliere insieme le vaste potenzialità della regione Mediterranea”.

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Ora, passi pure, non avevamo dubbi in proposito, l’assoluta mancanza di riferimento al rispetto dei diritti umani, sistematicamente calpestati dal regime islamo-nazionalista turco.   D’altro canto, lo stesso silenzio era stato esercitato dalla presidente Meloni nel suo recente incontro a Sharm el-Sheikh con il presidente-generale egiziano Abdel Fattah al-Sisi (nel cordiale incontro neanche è stato pronunciato il nome Giulio Regeni). Da una fan di Orban c’era da aspettarselo. Ma il riferimento alla Libia e a un comune interesse a favorirne la risoluzione della crisi, beh questo è tutt’altra cosa visto che la premier italiana non ha mai smesso battere, prima e dopo il suo ingresso a Palazzo Chigi, sul tasto della difesa degli interessi nazionali come mission del suo Governo.

Disegni neo-ottomani

Ne scrive Federica Saini Fasanotti in un dettagliato report per Ispi (Istituto per gli Studi di Politica internazionale).

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“La situazione della Libia continua a destare molta preoccupazione tra gli osservatori internazionali- osserva Saini Fasanotti –  Persiste infatti la divisione politica tra il Governo di Unità Nazionale (Gnu) presieduto da Abdul Hamid Dbeibah e il Governo di Stabilità Nazionale (Gns) di Fathi Bashagha. Divisione che sta influenzando in maniera sostanziale la politica interna dei diversi protagonisti nonché le dinamiche legate alle alleanze con attori regionali come Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e, al momento, soprattutto Turchia. Davanti a una classe politica incapace di prioritizzare il benessere della popolazione stanno emergendo nuove tensioni che hanno come protagonisti i cittadini, le milizie locali, i politici stessi e i governi stranieri. Mai come oggi il paese rischia una deriva che potrebbe causare come ultimo risultato la spartizione. 

L’attore esterno protagonista in Libia in questi ultimi mesi è certamente stata la Turchia che ha rafforzato la propria politica estera, mettendo a segno numerosi successi, e non solo a Tripoli. Ankara ha mostrato visione e una certa aggressività nel mettere a punto una strategia di medio e lungo termine, già piuttosto chiara alla fine del 2019, quando l’allora Governo di Accordo Nazionale (Gna), presieduto dal primo ministro Fayez al-Serraj chiese aiuto alla Turchia per contrastare l’avanzata militare dell’Esercito nazionale libico del maresciallo di campo Khalifa Haftar. Prima di inviare droni e tecnici, Ankara firmò nel novembre del 2019 quel memorandum (MoU) che, attraverso un utile scambio di favori, permise al Gna, allora in estrema difficoltà, di liberare la capitale e di far retrocedere le forze ostili sino al Fezzan e alla Cirenaica. A questo proposito, va notato che uno dei protagonisti della lotta contro Haftar, e di conseguenza, contro il leader dell’HoR Aguila Saleh, fu proprio colui che oggi ne è diventato il pupillo, ovverosia il misuratino Fathi Bashagha che in quei giorni ricopriva il ruolo di ministro degli Interni.

In seguito alla firma del MoU, Ankara è intervenuta nella guerra civile libica con uomini e mezzi e la sua presenza è stata estesa, proprio il giugno scorso, per altri 18 mesi, allo scopo di avere il massimo controllo possibile sul territorio e un’intelligence adeguata. Pur confermando il proprio interesse nei confronti della Tripolitania – da sempre terra d’elezione per la Turchia – Ankara ha anche iniziato un certo dialogo con Aguila Saleh e i suoi rappresentanti a Tobruk, anche in virtù di una nuova spinta collaborativa con Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

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Sebbene l’evento non sia stato pubblicizzato, la prima settimana di agosto il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha ricevuto ad Ankara figure di spicco dell’HoR, tra cui proprio Saleh. Erano presenti inoltre anche Abdullah al-Lafi, vicecapo del Consiglio presidenziale libico, e il presidente del parlamento turco Mustafa Sentop, che ha più volte sottolineato il sostegno di Ankara all’integrità territoriale della Libia e, soprattutto, alla sua stabilità. Anche il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha ribadito questo approccio, affermando che la Turchia non fa distinzione tra l’ovest e l’est della Libia, contrariamente a ciò che si pensa. Dopo la costituzione nell’aprile del 2021 di un Comitato parlamentare d’amicizia con la Libia, si è a più riprese parlato, così come affermato anche dall’ambasciatore turco a Tripoli Kenan Yilmaz di aprire il consolato turco a Bengasi nell’ottica di favorire gli affari tra i due paesi. Per la Turchia la posizione geopolitica della Libia all’interno del Maghreb e soprattutto del Mediterraneo è di grande rilievo. Avere un ruolo preminente nel paese, potrebbe significare anche avere la possibilità di controllare i flussi migratori che dalle coste africane si muovono verso quelle europee, soprattutto italiane. Il tema è quindi molto più delicato di quanto non possa apparire a una prima lettura. La Libia fa parte di un piano ben più ampio del presidente Erdogan che vede la Turchia tassello fondamentale dei bilanciamenti globali, così come dimostrato più di una volta nel corso dell’aggressione russa all’Ucraina – dalla chiusura dello stretto dei Dardanelli alle navi da guerra all’incontro con Putin a Sochi il 5 agosto (a 17 giorni dal vertice a tre con il presidente Ebrahim Raisi in Iran) nell’ottica di sbloccare le navi che trasportano grano attraverso il Mar Nero a tutto il resto del mondo.

I russi, a loro volta, sono ancora presenti in Libia –  come in un’altra ventina di nazioni africane, si stima con circa 5.000 uomini in totale – in maniera non-ufficiale attraverso il Wagner Group, nonostante un lieve ridimensionamento dovuto all’esigenza di personale militare in Ucraina. Sebbene il Cremlino neghi ogni rapporto con il gruppo di contractors, da anni questo costituisce uno strumento fondamentale di Mosca per ottenere risultati prima militari e poi economici e politici. La loro presenza, soprattutto rispetto a ciò che sta succedendo in Ucraina, rappresenta una minaccia per gli interessi europei nello scacchiere, in particolare nell’area che va dal Maghreb al Sahel”.

Così l’analista di Ispi. 

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La Turchia non è più conciliante

“La firma del Memorandum del 3 ottobre  – rimarca Rodolfo Casadei su Tempi – segna la fine della fase conciliante della politica estera della Turchia, che torna ad essere conflittuale nei confronti della Grecia, dell’Egitto, della Cirenaica e della stessa Unione Europea. «La Ue non è un organo giudiziario internazionale che può commentare o giudicare accordi tra paesi terzi sovrani. Qualsiasi obiezione a un accordo firmato da due Stati sovrani costituisce una violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali dell’Onu», ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri turco Tanju Bilgic in riferimento alle dichiarazioni di Bruxelles sul nuovo Memorandum”.

Il sultano-petroliere fa la voce grossa con l’Europa. E se lo può permettere visti i precedenti. Dopo i migranti ora ha anche un’altra arma di ricatto: il petrolio. 

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Annota acutamente Antonio Bonanata su RaiNews: “Ha cercato sistematicamente (e molto abilmente, da vero animale politico) di ritagliarsi il ruolo di grande mediatore tra gli attori in campo. Tra l’arroganza russa e l’incrollabile determinazione ucraina. Una parte di arbitro che, a volte, ha travalicato la ristrettezza delle due singole parti in causa nella crisi tra Mosca e Kiev; forte della sua collaudata alleanza/amicizia con Vladimir Putin e della sua contemporanea presenza all’interno della Nato, che gli consentiva quindi di essere molto vicino a Volodymyr Zelensky. È il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, il “sultano” di Istanbul, “l’uomo del giorno”, il grande manovratore di partite non solo militari, che non si limitano cioè al confronto sul campo di battaglia ma toccano diversi punti nevralgici e questioni di portata diplomatica, economica e commerciale. In primis, il gas esportato dal Cremlino, gli approvvigionamenti energetici verso l’Europa, l’annoso price cap alla compravendita dell’oro invisibile di Mosca…”.

Scriveva non molto tempo fa Davide Grasso su Micromega.net:  “[…] La Turchia è un paese plurale, con una società ricca di pulsioni volte a una forma democratica del moderno. Con le sue purghe e la sua violenza il presidente ha però trasformato il paese in una prigione votata alla rifondazione legalizzata del jihad globale, disciplinato politicamente da una guida statale che siede nel Consiglio d’Europa e in quello della Nato. L’esercito turco tiene sotto il suo comando in Siria bande criminali come Ahrar al-Sharqiya e Failaq Al-Majd, che commettono crimini contro l’umanità e in cui militano ex miliziani di Daesh e Al-Qaeda.

Tali o simili jihadisti siriani sono stati mandati da Ankara a combattere in Libia, in Azerbaijan e persino in Kashmir. La legittimazione globale e comunicativa di un regresso globale del e nel mondo islamico, operata da Erdogan, non è meno pericolosa di altri fenomeni. Passa anche per le moschee che il governo turco finanzia in Europa: spesso centrali operative, ideologiche e propagandistiche di una Fratellanza musulmana sempre attiva nelle nostre società, come in Medio Oriente, per marginalizzare le musulmane e i musulmani che non condividono le rappresentazioni dell’islam proprie dei governi turco e qatariota.

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Il jihad globale istituzionalizzato ordito oggi dall’abile Erdogan, predicato o armato che sia, si è formato sulle ceneri, ma anche in rapporto, con quello clandestino lanciato a suo tempo da Bin Laden. Questo non incontra gli interessi strategici e fondamentali dei mediorientali e degli europei che intendano vivere in pace, libertà e nel rispetto reciproco. Questi interessi non sono negoziabili perché sono tutt’uno con ciò che motiva concretamente l’avversione all’espansionismo coloniale di Putin in Ucraina, alle violenze israeliane in Palestina e che in passato ha motivato la giusta opposizione all’invasione angloamericana dell’Iraq. Permettere l’imprigionamento di militanti e combattenti per la libertà, e nuove guerre d’invasione, per accontentare Erdogan rende ipocrita la giustificazione usata per l’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato: l’avversità alle invasioni e la deterrenza della loro possibilità.

Pensare che la sproporzione di interesse strategico tra Europa e Medio Oriente, e tra Mare del nord e Mediterraneo, sia così ampia da giustificare capitolazioni del genere significa avere una percezione della politica e degli equilibri mondiali forse inadatta persino al Settecento. Il Partito Giustizia e Sviluppo di Erdogan non controlla, come Russia Unita di Putin, una potenza nucleare, né gran parte del capitale fossile; ma ne controlla gran parte del transito, e ha aspirazioni all’egemonia ideologica sull’intero mondo musulmano, dal Marocco all’Afghanistan. Credere che vendere al despota i suoi dissidenti e oppositori ci conduca alla pace è miope. Abbiamo interesse a vivere bene con gli altri popoli, che devono vivere bene a loro volta; questo ci permetterebbe di effettuare commerci più stabili, sicuri e giusti con le altre terre. Il “prezzo” da pagare per questo non è consegnare i curdi, ma aiutarli nell’ottica di favorire un cambiamento politico interno alla Turchia”.

Presidente Meloni, ma c’è poco da sorridere. Il sultano conosce solo un interesse: il suo. E a un credo assoluto: il neo-ottomanesimo imperiale. Ed è quello che sta perseguendo in Libia. Altro che cooperazione con l’Italia. 

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