Libia in fiamme. Ma a Roma non se ne accorgono

Decine di manifestanti sono scesi in piazza sia nell'est che nell'ovest del Paese, nelle principali città: Tripoli, Misurata e Tobruk in Cirenaica dove alcuni hanno preso d'assalto l'edificio che ospita il Parlamento, saccheggiandolo e dandolo alle fiamme

Libia in fiamme. Ma a Roma non se ne accorgono
Proteste in Libia
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

3 Luglio 2022 - 14.03


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La Libia brucia. Letteralmente. Brucia il palazzo del parlamento di Tobruk. Bruciano edifici pubblici a Misurata, Tripoli, Bengasi, nei principali centri di un Paese martoriato. La Libia è in fiamme. Globalist ne aveva scritto quando il caos libico era scomparso del tutto dalle pagine di una stampa mainstream o nei servizi dei telegiornali. Ora quelle fiamme riaccendono i riflettori mediatici sulla Libia. E scatta l’allarme.

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Caos senza fine 

Decine di manifestanti sono scesi in piazza sia nell’est che nell’ovest del Paese, nelle principali città: Tripoli, Misurata e Tobruk in Cirenaica dove alcuni hanno preso d’assalto l’edificio che ospita il Parlamento, saccheggiandolo e dandolo alle fiamme. Le immagini della devastazione hanno fatto il giro del mondo in poche ore.

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Il primo ministro tripolino ad interim Abdel Hamid Dbeibah, sostenuto dalla comunità internazionale, ha chiesto a tutti gli organi politici, compreso il suo governo, di dimettersi e di andare a elezioni il prima possibile. “Aggiungo la mia voce ai manifestanti in tutto il paese: tutti gli organi politici devono dimettersi, compreso il governo, e non c’è modo per farlo se non attraverso le elezioni” ha scritto Dbeibah su Twitter, aggiungendo che “sono noti coloro che ostacolano le elezioni e l’approvazione del bilancio”. A marzo scorso il Parlamento ha dato la fiducia al governo di stabilità nazionale del premier Fathi Bashagha,dietro cui vi è Khalifa Haftar. 

I due leader si contendono il governo del paese: il primo con sede a Tripoli e un altro appunto a Tobruk in Cirenaica.  Le elezioni presidenziali e legislative erano originariamente previste per il dicembre 2021, a coronamento di un processo di pace portato avanti dalle Nazioni Unite dopo le violenze del 2020. Non sono serviti neppure i recenti colloqui di Ginevra, coordinati dall’Onu, per arrivare a stabilire un accordo tra i due e fissare una data per lo svolgimento di elezioni nazionali. ..”.

Dimissioni collettive di tutte le istituzioni politiche e cittadini subito al voto.

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E’ un vero e proprio grido di dolore quello lanciato dal premier libico Abdel Hamid Dbeibah, sostenuto dalla comunità internazionale, all’indomani delle violenze che hanno scosso il Paese da est a ovest unendo paradossalmente nello scontento sociale e nella protesta contro il caro-vita e la corruzione le due anime della Libia perennemente in lotta tra di loro dall’uccisione di Muammar Gheddafi.

“Aggiungo la mia voce ai manifestanti in tutto il Paese: tutti gli organi politici devono dimettersi, compreso il governo, e non c’è modo per farlo se non attraverso le elezioni”, ha scritto Dbeibah su Twitter, mentre il Consiglio di presidenza ha annunciato di essere in seduta permanente “per realizzare la volontà dei libici (che vogliono) il cambiamento e la produzione di un’autorità eletta”.  Una situazione di tensione che cova da mesi, culminata nell’assalto di venerdì al parlamento di Tobruk, che ha allarmato anche l’Onu. “E’ assolutamente fondamentale mantenere la calma, che la leadership libica si dimostri responsabile, e esercitare moderazione da parte di tutti”, ha scritto a sua volta su Twitter Stephanie Williams, consigliere speciale in Libia del segretario generale dell’Onu, ammonendo che “il diritto del popolo a protestare pacificamente dovrebbe essere rispettato e protetto, ma sono del tutto inaccettabili rivolte e atti vandalici come l’assalto alla sede della Camera dei Rappresentanti ieri a Tobruk”.

Le immagini del parlamento sventrato da un bulldozer e saccheggiato, con dense colonne di fumo, hanno fatto il giro del mondo. Ma il venerdì nero ha investito le strade di tutto il Paese passando da Tobruk ad al-Baida e Bengasi, culla della rivolta del 2011, e poi a Sebha, nel sud, fin nell’ovest, a Misurata e a Tripoli. “Vogliamo avere la luce” scandivano i manifestanti riferendosi alle interruzioni di energia per molte ore al giorno, aggravate dal blocco di diverse installazioni petrolifere, provocato tra le tensioni tra le fazioni rivali.

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L’oggetto della rabbia della gente è la classe politica, giudicata incapace di dare risposte concrete ai problemi quotidiani, e che non è stata nemmeno in grado di convocare nuove elezioni, dopo l’annullamento di quelle previste lo scorso dicembre. La piazza ha chiesto un voto presidenziale e legislativo entro l’anno, appello raccolto oggi dal premier Dbeibah, pressato anche dal visto il fallimento dei negoziati di giovedì a Ginevra sotto l’egida dell’Onu che non sono riusciti a mettere d’accordo il governo di Tripoli con quello rivale dell’altro premier Fathi Bashaga, sostenuto dal generale Khalifa Haftar, su un data per quell’appuntamento elettorale che tutti dicono di volere. 

Il passato che non passa

Francesca Mannocchi la Libia la conosce come pochi altri giornalisti di casa nostra (Nello Scavo di Avvenire, Lorenzo Cremonesi de Il Corriere della Sera).  Scrive Mannocchi su La Stampa: “Un gruppo di manifestanti ha assaltato e dato fuoco alla sede distaccata del ministero delle Finanze di Sebah, a Misurata i cittadini hanno assaltato la sede del consiglio Municipale, a Tripoli i gruppi armati fedeli al governo hanno sciolto le manifestazioni colpendo la gente con colpi di arma da fuoco, a Sirte invece la gente è scesa in piazza con le bandiere verdi, quelle gheddafiane. A qualche centinaio di chilometri, a Bengasi, nell’est del Paese, sono state date alle fiamme le immagini di suo figlio Saif al Islam Gheddafi. Da ultimo venerdì gruppi di manifestanti hanno preso d’assalto e incendiato la sede del parlamento della Cirenaica a Tobruk. È la cronaca delle ultime settimane libiche, eventi che sembrano da un lato riportare indietro il Paese di dieci anni, dall’altro riportarlo – per l’ennesima volta dal 2014 – sull’orlo di un conflitto armato. 

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La storia del Paese insegna che le evoluzioni e i passi falsi della vita politica si legano al petrolio e che il petrolio si lega alle attività delle milizie armate. Gli eventi di questa estate libica seguono, purtroppo, lo stesso copione. La contrapposizione, oggi, è tra Fathi Bashaga, il primo ministro nominato dal parlamento all’inizio di quest’anno, e il primo ministro Abdul Hamid Dbeibah, nominato lo scorso anno attraverso un processo sostenuto dalle Nazioni Unite. Dbeibah, secondo il processo di pace inaugurato nel 2020, avrebbe dovuto svolgere il suo ruolo ad interim fino alle elezioni di dicembre che, però, non si sono mai tenute, e oggi, a processo di pace fallito, si rifiuta di cedere il potere. Così il Parlamento con sede nell’est ha affermato che il governo di unità provvisoria di Abdul Hamid Dbeibah fosse scaduto e ha nominato Fathi Bashagha per sostituirlo.  Il conflitto tra i due governi ha dato vita a intensi combattimenti tra le influenti milizie della parte occidentale del Paese, da una parte la Brigata Nawasi, fedele a Bashaga, dall’altra la Stability Support Force, che invece sostiene Abdul Hamid Dbeibah. […]. Ad assistere, una volta ancora, le Nazioni Unite che, dopo il fallimento del processo di pace di Ginevra del 2020, dopo il mancato accordo dell’inizio di giugno durante i colloqui tenuti al Cairo, giovedì scorso hanno affermato che le negoziazioni tra le fazioni rivali non riescono a sanare le differenze e le distanti visioni sul futuro del Paese. 

Così, una volta ancora, la Libia resta spaccata a metà e ha due parlamenti. Un pezzo del Paese è sotto il controllo di Fathi Bashaga, sostenuto dal Parlamento con sede in Cirenaica, a Sirte, nell’est della Libia, un altro pezzo sotto il controllo di Dbeibah con sede a Tripoli. 

In mezzo i cittadini e la ricchezza libica – il petrolio – minacciata dalle milizie che hanno bloccato pozzi e raffinerie. 

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Negli ultimi mesi le condizioni di vita dei libici sono peggiorate molto, così come è aumentata la frustrazione di un Paese che vive sul gas e sul petrolio e fa i conti con una cronica mancanza di carburante. 

Dallo scorso aprile alcuni dei principali terminal petroliferi sono stati bloccati, e la National Oil Corporation ha contabilizzato perdite per oltre 3,5 miliardi di dollari. Il blocco aveva lo scopo di tagliare le principali entrate statali al primo ministro Dbeibah, che però si è di nuovo rifiutato di dimettersi…”.

Il caos raccontato come meglio non si può. 

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L’oro nero

Di grande interesse è il report di Luca Pagni su La Repubblica. Scrive tra l’altro Pagni: “Non è la prima volta che le esportazioni di petrolio dalla Libia si paralizzano, mandando in tilt le forniture per l’Europa e facendo schizzare il prezzo del barile sui mercati finanziari. L’ultima volta fu nell’aprile scorso, quando vennero chiusi i pozzi del giacimento di Sharara, nel deserto a sud di Tripoli, in quella vasta area che viene definita ‘Mezzaluna petrolifera?  e che gli italiani – durante l’occupazione fascista – pensavano fosse solo uno scatolone di sabbia, rifugio dei ribelli. La società Noc (acronimo che identifica la “vecchia” società di Stato National Oil Corporation) fu costretta a fermarsi perché gruppi armati avevano minacciato i dipendenti dell’impianto.

Ma questo, dopo la caduta del colonnello Gheddafi, è la regola. Gli idrocarburi sono l’unica ricchezza del Paese (48 miliardi di barili di riserve accertate, tra le maggiori dell’Africa) e i giacimenti diventano oggetto di pressione nella guerra civile tra le due fazioni. Le continue aggressioni costringono le compagnie straniere che operano in Libia (tra cui Eni che è presente nel Paese dagli anni Sessanta) a provvedere alla sicurezza di impianti e personale. E impediscono che i giacimenti possano produrre al massimo delle loro potenzialità, perché i lavori di efficientamento e rilancio procedono a rilento tra mille difficoltà. Soprattutto  – continua Pagni – perché ad essere presi di mira sono gli impianti delle compagnie locali, a partire dalla Noc…”

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La torta petrolifera

Globalist ne ha scritto a più riprese. Da anni.  Perché da almeno due anni ciò che sta davvero accadendo in Libia è la “Grande spartizione” tra il Sultano e lo Zar, al secolo Recep Tayyp Erdogan e Vladimir Putin.  Russi e turchi sono pronti a spartirsi la Libia e a esercitare la loro crescente influenza nel Mediterraneo Occidentale, scrivevamo due anni fa.  E’ questo che dicono le manovre aeronavali turche a largo delle coste libiche e lo schieramento dei jet russi nella base di Jufra che, secondo alcuni, hanno parzialmente sostituito i mercenari della Wagner. Ankara vuole insediarsi in Tripolitania, Mosca punta a farlo in Cirenaica. Dagli equilibri che si raggiungeranno dipende l’assetto della Libia di domani che, ancora una volta, non si deciderà né a Tripoli né a Bengasi, prosegue il documento. Da tempo infatti quella in Libia si è trasformata in una guerra per procura dove sono gli attori esterni, regionali, e globali, ha determinarne gli scenari e i possibili compromessi.

Un progetto di spartizione della Libia che, secondo indiscrezioni, sarebbe partito allora e finalizzato in un vertice segreto tenutosi a Malta a fine ottobre 2020. La posta in gioco non è solo il controllo degli idrocarburi gestiti dalla Noc (National Oil Corporation) con importanti contratti all’Eni, è in gioco, ma l’intero asse mediterraneo.

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Il punto è  che undici  anni dopo quella sciagurata guerra voluta dalla Francia e subita dall’Italia, non si vuol prendere atto che la Libia del post-Gheddafi è uno Stato fallito, dove a farla da padroni, quelli veri, sono signori della guerra, trafficanti di esseri umani, banditi di vario genere e caratura, improbabili “tecnici” spacciati per leader politici, signor nessuno come era l’ormai dimenticato Fayez al-Sarraj. Il tutto in un Paese in cui operano, direttamente o per procura, attori esterni che ambiscono a mettere le mani sulla torta petrolifera libica. L’elenco è lunghissimo. Solo per citarne i più attivi: Russia, Turchia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Qatar. E un po’, ma nemmeno tanto, defilata, la Francia. La verità che si cerca di nascondere è che l’obiettivo praticato da molti di questi attori esterni è quello della spartizione territoriale della Libia, e delle sue ricchezze di gas e petrolio. 

Per riassumere: in Libia sono ancora presenti, stima in difetto, almeno 180 tra milizie e tribù in armi. Sul campo vi sono ancora diverse migliaia di mercenari di tutte le risme, per non parlare dei gruppi criminali che traffico in esseri umani e che controllano, in combutta con le autorità locali, intere aree, soprattutto costiere, del Paese.  

La “profezia” Angelo Del Boca 

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Chi scrive aveva intervistato il più grande storico del colonialismo italiano in Nord Africa (scomparso l’anno scorso), pochi mesi dopo l’inizio della guerra. “E’ una storia – affermò in quell’occasione Del Boca, autore di una delle più documentate biografie su rais libico (Gheddafi. Una sfida dal deserto (Laterza)  – che si può guardare da molti lati, e comunque la si analizzi resta sempre una brutta storia. Perché è vero che c’è stata una risoluzione, la 1973, del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che autorizzava l’attacco alla Libia di Gheddafi, ma poi questa facoltà è stata sicuramente snaturata, nel senso che ciò che si sta cercando di fare in tutti i modi è assassinare Gheddafi. Ormai nessuno tace su questa ipotesi. Gli stessi rappresentanti della Nato ammettono che se il Colonnello viene colpito e fatto fuori è ancora meglio…E’ quindi una guerra ‘strana’”. Strana, spiegò Del Boca, “perché in realtà la Francia ha un suo obiettivo, l’Italia un altro e gli Stati Uniti un altro ancora. Ma in definitiva nessuno sa come uscirne. E’ una guerra nata sotto una cattiva informazione e continua ad essere corredata da storie inverosimili, da veri falsi”. 

Gli avvenimenti di questi undici anni gli hanno dato ragione. 

La Libia è in fiamme. Ma a Roma (governo, parlamento etc.) nessuno sembra accorgersene. 

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